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[E. Augusti] 2.5 maggio 2013 - Di ritorno, verso casa. Del TJF si è scritto tanto in questi ultimi giorni. Difficile fermarne un’istantanea, ora. Eppure, a ottomila piedi d’altezza si pensa meglio. E queste righe di Barenboim aiutano la riflessione. Fermo un pensiero, per riprenderlo tra qualche giorno, alla giusta distanza, di nuovo. 
 
La musica è un tutto (2012), scrive il maestro Barenboim. E aggiunge, «l’irripetibilità è una delle caratteristiche più forti e significative della musica». Se questo è vero per la musica classica, alla quale Barenboim si riferisce, lo è ancor di più per il jazz, dove a farla da padrone è l’improvvisazione, irripetibile per definizione. Oltre la «mitologia dell’improvvisazione», però, come direbbe il nostro direttore Stefano Zenni, il jazz è anche composizione, tanto nel senso nobile di scrittura (pensiamo al “monolitico” Monk), quanto in quello, non meno nobile, di mosaico. Una mappa coloratissima di transizioni, traduzioni, migrazioni, permanenze, persistenze, contaminazioni. Osservato da una prospettiva globale, il Torino Jazz Festival è una composizione, un mosaico che si lascia percorrere dalle stesse geografie di una storia del Jazz: e perché non proprio quella di Zenni? L’imprinting del direttore c’è, ed è riconoscibilissimo: il Torino Jazz Festival ne è stata una traduzione per certi aspetti necessaria. A Torino il jazz ha incontrato il mondo, e il mondo ha incontrato il jazz. Basti ripercorrerne il cartellone, densissimo. Basti scorrerne le statistiche, a migliaia. Ma nomi e numeri li lasciamo a chi di dovere. Noi possiamo dire dei volti, tanti, tantissimi, che abbiamo incrociato e incontrato in questa swingante sei giorni da paura. Se negli anni Venti del Novecento la «sincera aspirazione» di un uomo come Paul Whiteman era stata quella di "elevare" il jazz al livello della musica classica, di farlo uscire cioè dalle sale da ballo o dai teatri per portarlo nelle sale da concerto, oggi è la sfida di un festival a "elevare" il jazz a musica per tutti: fuori dai club e dai circuiti di nicchia si impone alla piazza. A Torino, però, lo fa con gratuità, con la gratuità di un dono. Ecco. L’irripetibilità e la gratuità. Sono questi i due pensieri che fermerei sul Torino Jazz Festival edizione 2013. Due pensieri o, meglio, due spunti. Dell’irripetibilità, in qualche modo, ho detto. Della gratuità direi che la scelta di un festival così liberamente fruibile è stata, su tutte, quella che lo ha reso davvero bello. Ci si sorprende della bellezza. Ci si sorprende dei numeri. Ma perché? Un primo maggio tutto in jazz può funzionare? Via gli scettici, certo che funziona. Funziona perché è bello, e perché in piazza Castello ci arrivano tutti: quelli che il jazz lo amano e lo scelgono; quelli che il jazz lo sentono, per caso; quelli che il jazz non lo conoscono; perfino quelli che il jazz “non lo capiscono”. Fermarsi non costa nulla, e se mi piace, resto pure a godermi la festa. Irripetibilità, gratuità, e poi? E poi una lista, una di quelle che mi piacciono di più. L’euforia, la concitazione, il fermento, la pioggia, gli ombrelli colorati, gli abbracci, i sorrisi, gli stop, i no, i pass, i fai presto, le strade, la gente, i volti, i pensieri, quelli sciolti e quelli accompagnati, gli amici, i vecchi e i nuovi, i click, i flash, i per favore, i post, i tag, i link, sbadiglio. I corri, la mappa, i luoghi, la piazza, il locale, il drink, il long drink, le tabla, il couscous, l’aperitivo, il libro, la proiezione, il flash mob, l’arco, l’archetto, gli strumenti, il delirio, la festa, la gioia, ancora la danza, l’attesa, la sorpresa, la notte, sbadiglio. La stanchezza, che non è stanchezza, ma sazietà. Cibàti di musica. Per una sei giorni irripetibile, che non passerà. Grazie a tutti, e buon jazz, sempre!  
 

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