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05 Dic

"Enchantement" celebra Rota all’Orfeo di Taranto

Teatro Orfeo Taranto Teatro Orfeo Taranto Foto: Federica Giura

 

[E. Augusti] «E stasera la musica di Nino Rota diventa uno standard», recitano le note d’apertura. A dire il vero il mondo del jazz di omaggi al maestro Rota ne ha già dedicati, e non pochi. Nessuna prima volta, dunque. Il merito di Enchantement, il progetto di Stefano Fonzi e Fabrizio Bosso, in prima (questo sì) lo scorso lunedì sera al Teatro Orfeo di Taranto, è stato piuttosto quello di presentare un connubio pregiato ed elegante tra due mondi solo apparentemente lontani, quello della musica cosiddetta colta e quello del jazz. Una scrittura equilibrata da un’improvvisazione mai invadente che consegna, nell’intenzione della suite, un omaggio sensibile e affezionato al ricordo del maestro.

Qualcuno parlerebbe di jazz sinfonico. Sullo stesso palco, l’Orchestra della Magna Grecia e un combo d’eccezione, con Lorenzo Tucci alla batteria, Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Claudio Filippini al pianoforte e Fabrizio Bosso alla tromba e al flicorno. Enchantement, sottotitolo “L’incantesimo di Nino Rota”, è l’ultima produzione della Schema Records per celebrare il centenario dalla nascita del maestro. Ispirata e lucida negli arrangiamenti, è una collezione che percorre, ripensa e trasfigura alcune delle pagine più intense dell’opera da film di Rota.  Da “Otto e mezzo”, introdotto suggestivo dalle parti di xilofono e fraseggiato da Bosso per frammenti, a “Romeo e Giulietta”, dove l’eco dell’oboe riscopre una romantica ballad, cadenzata dai respiri soffici di Bosso e dalle arcate languide della prima fila.

 

Letto di luci blu. Quando arriva “Amarcord”, la tromba strilla rauca e audace, sempre dannatamente intonata, da strappare i capelli. Tante le suggestioni e le allusioni che rivitalizzano il rapporto con quel cinema che non c’è, e che comunque si sente, e si vede. Bonaccorso imbastisce caldo il tema. L’intermezzo è a firma Fonzi. “Enchantement” arriva all’anima, raccontato pianissimo dal violoncello. Dall’altra parte della mezzaluna, Tucci c’innesta un piatto muto e risponde con un assolo afono che gonfia, strutturato, definito. Un dialogo a distanza il loro, i due estremi del gran combo. Impressionista. La linearità del pensiero di Bosso resta, sempre cantabile e limpida. Tempo di valzer e Filippini, espressivo e devoto a un pianismo lirico, purtroppo opacizzato dal timbro costipato dello strumento, allude al “Gattopardo”. L’assolo vivo di Bosso, il dialogo amoroso con la prima viola, e l’orchestra prende “La Strada”. Una bolla, sospesa. Fende appena la luce del primo violino, quello del “matto”. Intenso l’assolo di Filippini che anticipa “Il padrino”, poi dichiarato da Bosso. Esplode e si riappropria di quello spazio drammatico l’orchestra. Caricano i timpani. È una migrazione ritmica che allude all’America e precipita swingante nella sezione ritmica. Miscela perfetta. Noises e dramma nei colori di Bosso, spinti da un ritmo convulso nei suoi repentini cambi di marcia. Funerei i colori de “Il ragazzo di borgata”, saggio misurato di echi della tradizione popolare, e un fischio arriva d’improvviso a spezzare il tempo narrativo. Sincopa “La dolce vita” e avvia un eccentrico samba. Scanzonato e leggero, è una festa. Un attimo, e quell’ingessatura di reverenzialità si scioglie. L’orchestra diventa protagonista, buca il velo di timido contenimento, e quel piacere incubato per cinquanta minuti finalmente viene fuori e inonda. «Ci siamo lasciati ispirare», confida Bosso. E quell’ispirazione ha fatto centro.

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Eliana Augusti

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