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28 Feb

PAESANI DAL POZZO MAZZUCCO Trio - Wayne’s Playground

Wayne’s Playground Wayne’s Playground (ABEAT Records, 2011)

 

[E. Augusti] Decidere di dedicare un album a Wayne Shorter è cosa coraggiosa e impegnativa. Coraggiosa perché va a sfidare le abitudini d’ascolto di orecchie affezionate e devote al suo intramontabile Speak no evil; impegnativa perché non si può far tutto, e per quanto si possa essere devoti, non tutto piace. Bisogna scegliere. E per scegliere ci vuole criterio e la consapevolezza che occorre una certa sensibilità per raccontare a tasti quello che è nato da un soffio.

 

Lorenzo Paesani (piano), Luca Dal Pozzo (double bass) e Dario Mazzucco (drums) c’hanno provato e ci sono riusciti, coraggiosi, impegnati, criteriati. L’album Wayne’s Playground (ABEAT Records, 2011) ha tinte vivaci, e non perde una virgola in equilibrio ed eleganza. Quello che hai davanti agli occhi è il parco giochi di Wayne, stilizzato dall’artwork di Barbara Adly, uno spazio di genio e nostalgica allusione a un jazz che pizzica e coccola ancora. Tre i giocattoli lasciati nel centro, pronti all'incontro con la sperimentazione e il divertimento. Dietro quel parco di spensieratezze, c’è il lavoro filologico, attento e accurato di Paesani, Dal Pozzo e Mazzucco, un lavoro che è in grado di recuperare effetti e contesti, e riabilitare il linguaggio serio del gioco. Wayne’s Playground ha dentro tutta quella predilezione di Shorter per gli sbalzi melodici e per le digressioni cromatiche, e tutta l’astrazione dei suoi quadri, profondamente ancorati all’hard bop. Carico di colori e spinto con gusto nelle dinamiche, l'album resta però un po’ cerebrale e controllato. Risente delle costrizioni da studio, e ha una complessità progettuale invadente che penalizza a volte la spontaneità esecutiva dell’improvvisazione, perdendo per strada la terza dimensione.

Eppur si muove. Dalle allusioni trascinanti di “Witch Hunt” alla sensualità ubriaca e stanca di “Nefertiti”. Dai ripensamenti lenti con sferzata a sorpresa di “Wild Flowers” alle circolarità irregolari di “Pinocchio”.

Frammentato e spinto nelle poliritmie è proprio “Pinocchio” a identificare lo spirito dell’album. La sua è la dimensione del gioco che sfugge al controllo ingessante del tempo. Fa da spartiacque e apre a “Virgo”. Ecco lo Shorter di Night Dreamer. Mazzucco riscopre percussività più morbide, sempre protagoniste, accattivanti e ben caratterizzate. Spazzolata, e si ritorna alle sonorità del primo capitolo, in una parabola di dinamiche che va a riempire. “Night Dreamer”. Nessuna pioggerella di stelle e lucine a cascata alla Tyner, ma uno stimolante annuncio di quarte consegnato a Dal Pozzo. Annuncio di un assolo che Paesani sviscera, acrilico, e snatura in un festoso clima da jam che mette di buon umore e carica. “Fall” è un salto nell’esotico. Si muove con curiosità e circospezione nelle linearità discorsive di Dal Pozzo. “E.S.P.” riprende. Sono gli anni del quintetto di Davis. Frenetica e umorale, “E.S.P.” schizza, put-pourrì ben condito di giochi ritmici dove Mazzucco la fa da padrone. “Infant eyes” è liquido e ripiglia il filo della narrazione. Ancora Speak no evil. L’aderenza mistica al pensiero di Shorter si raccoglie, intima. “Elegant people” chiude con le escursioni di Dal Pozzo. È lo Shorter dei Weather Report, quello delle distorsioni elettriche funkeggianti e delle percussioni acide. E il Trio c’è dentro, catalizzante
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