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Centosessantotto
 
La luce filtra obliqua attraverso le imposte semichiuse. C'è un cielo grigio che sa di inverno e un'aria immobile, carica di silenzio. Le volute del fumo del mio caffè tagliano quei riflessi pallidi, ricamandoli con fili eterei. Dormono tutti. Anche lo zainetto colorato di mio figlio. Resta lì, da giorni, col suo manipolo di supereroi stampati sul fianco che mi osserva con sguardo statico e fiero. Vorrei un mantello, in questo momento. E una corazza, come loro. Do un mezzo giro al caffè e ingoio un sorso. La tazza tintinna debolmente nel piattino. Dalla mia finestra si vedono gli arcobaleni degli altri. Piccole chiazze di colore dipinte con innocente speranza. Ieri sera mio figlio mi ha chiesto quante ore ci sono in una settimana. Non so a cosa gli servisse quel calcolo. Centosessantotto, ho risposto. È rimasto un po' con la testa sul cuscino e lo sguardo fisso al soffitto. Poi si è girato verso di me, accucciandosi, il musetto all'ingiù, gli occhietti lucidi. «Sembra un numero molto grande» mi ha detto, facendo diventare lucidi anche i miei di occhi. «Mi mancano i nonni, mamma. E gli amichetti». Ho annaspato nella mia stessa mente, alla ricerca delle parole che suonassero più rassicuranti. Ma lui ha fatto prima di me. «Li chiamiamo? Così ci mancano un po' meno». Li sentiamo spesso i nonni in questi giorni. Parlo ai loro settant'anni. Chiedo a quegli anni di dare ascolto ai miei, che sono la metà. Parlo a quegli anni con una voce che è poco più di un sussurro, profonda e rotta, come in preghiera. «Buonanotte, nonni. Non vi preoccupate, ci vediamo presto». Ripenso a quel centosessantotto, a quel piccolo sguardo fisso al soffitto. Il fumo del caffè si quieta nell'aria. Dall'altra parte del paese anche madre avrà la sua tazzina davanti. Un po' più nero del mio, con poco zucchero. La penso, ed è un po' come se fossi seduta accanto a lei. Passerà. Quante ore ci vorranno non lo so. Ma arriverà di nuovo quel caffè senza distanze, finiranno quelle centosessantotto ore, e anche le altre centosessantotto, e le altre centosessantotto. E la mia voce non sarà più un sussurro e una preghiera. Lo dirò forte, dentro un abbraccio, il mio vi voglio bene.
 
Ascolta Alexi Murdoch, Someday Soon qui
 
Laura Gaballo

 

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