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06 Mar

 

[E. Augusti] Miles contava la tredicesima nota. Il silenzio. Suite 24 (Dodicilune, 2008) apre sospesa, in bilico su quella tredicesima nota, per fluire, suggestiva, nei pieni impressionistici di tutto un mondo di sonorità pulsanti a firma Giacomo Mongelli (drums, percussions), Gianni Lenoci (piano, flute, percussions), Giovanni Maier (bass) e Gaetano Partipilo (saxophones), senza reali cesure. Solo un antro di ristoro a metà percorso con Incontro, poi giù fino allo standard dedicato di The Wedding. La suite prende forma e rastrella colori. Distaccato, Meltin’Pot raccoglie tutto uno spazio emozionale, poligonalmente definito dalle linee spezzate del sax lunatico di Partipilo, ora netto nelle free-lines, ora di stilema caldo e accogliente nelle divagazioni educate. Estatico, è sempre lui, Partipilo, ad accogliere l’ingresso della sezione ritmica. Lenoci è ricco e brillante. Spalma, ampio, il bass di Maier, mentre Mongelli incornicia, morbido, ogni sezione. Ispido e allusivo Fotogrammi apre, reale, la suite. È un’attesa che si mastica sin dai primi spazi, nei tempi sospesi di Maier e corre, feroce, sulla schiena delle sue arcate acide. Lamenta, indagatrice, un’idea obliqua. In the Darkness le voci si intendono in un ambiente surreale, dove il tempo è distanza fisica e l’angoscia suona i vuoti. Bellissimi gli effetti in reverse di Lenoci. Quasi un cello Maier. Rallenta. Incontroè la stazione. Dopo Meltin’Pot è qui che la suite trova pace. Distende e dilata le sue intenzioni più intimistiche. Si riprende terreno con Frenesia. A rincorsa, libere e animate le discorsività sax-piano-bass si sfiorano appena, leggerissime, in un vortice caotico che divelte il pensiero. Suite 24 chiude. Lenoci è liquido, deborda e invade, appena contenuto da Partipilo. Maier direziona le spinte, sensibile, acuto, discreto. Inquiete le percussioni di Mongelli. La complessità di quello che è effettivamente il brano di chiusura della suite si manifesta nel timing. Largo, permette all’idea di svilupparsi in tutta la sua eccentricità, descrivendo istantanee e colorando i dialoghi più impervi e improbabili tra le voci. Un teatro dove l’improvvisazione è tanto audace quanto registicamente misurata, e funziona. La sperimentazione si fa elemento centrale della narrazione, collezionando un bestiario di gran classe. Raffinato. È un delirio estremamente lucido, che impressiona senza sconvolgere, e che anzi incuriosisce e accompagna, in un viaggio insolito dove l’irrazionale si tocca e si mescola al resto. Uno space jazz vivo che anima e si anima di mostri improvvisati, che terrorizzano per la loro insulsa e algida bellezza. Orienta il corale della coda, alleggerito dal registro alto. Disperde le tensioni della suite e regala un finale da favola, come The Wedding raccomanda. L’intesa con la suite africana di Abdullah Ibrahim è forte. Intenso.

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