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AVALANCHE CITY - Love Love Love

Lunedì, 17 Febbraio 2014 22:40

Avalanche City nasceva come progetto in solo a firma Dave Baxter. Dall’aprile del 2011 il solo ha ceduto al gruppo: accanto a Baxter ci sono ora Ben Duncan (drums), Johnny Brock (bass), Ben Tolich (keyboards e manjo),  Strahan Cole (electric guitar, manjo, ukulele and backing vocals) e Romelli Rodriguez (violin, glockenspiel, piano accordion e percussion). “Love Love Love” è stato il primo singolo della formazione. Lo ascoltiamo ancora, a quasi tre anni dalla scalata della New Zealand Charts. Estratto dall’album Our New Life About The Ground (Warner Music 2011).

Pubblicato in Elezioni Sonore

Salice JazzWine Festival 2011

Lunedì, 12 Settembre 2011 07:11

 

 

[E. Augusti] Salice Salentino (Le). Si è chiusa ieri, 11 settembre 2011, la V edizione della tregiorni Salice JazzWine Festival, direzione artistica di Andrea Sabatino, conduzione impeccabile di Luisa Ruggio. Una «scommessa vincente», ha sottolineato Sabatino, dove a vincere è stato il «jazz, che è amore, passione, emozione». Nient’altro.

Ad aprire la serata, Mirko Signorile Trio, con Mirko Signorile (piano), Giorgio Vendola (contrabbasso) e Fabio Accardi (batteria). L’album, Clessidra (Emarcy Universal, 2009) è proposto in una selezione raffinatissima che empatizza con  le atmosfere rilassate di una fresca sera di fine estate. Il pianismo di Signorile è un moto d’onda, che raccoglie e trascina. È tutto un morbido fluire, canalizzato dalla voce avvolgente di Vendola, fino ai break poliritmici di Accardi. Esplosivi, macinano allusioni hard che si innestano inaspettate, rompono e dettano un groove cangiante che insaporisce. C’è tempo per un inedito del nuovo album, in uscita a novembre. Il melodismo è dichiarato. La linearità dei temi percorre senza scossoni, lasciando naturalmente spazio all’improvvisazione.

Il tempo di un cambio scena, e sul palco arriva Paolo Recchia e il suo Ari’s Desire (Via Veneto Jazz, 2011). Con Recchia al sax contralto, ci sono Nicola Angelucci (batteria), Nicola Muresu (contrabbasso) e il feat. di Alex Sipiagin (tromba e flicorno). Dalle rivisitazioni in stile di Sonny Rollins e Leslie Bricusse, ai personali, tutti a firma Paolo Recchia. Tenor Madness arriva dinamica, coi continui cambi di tempo. Tutto è spinto nel registro acuto, distratto da cromatismi e intervalli ampi di Recchia. Il suo sax, libero e spigoloso, schianta fragoroso con la tromba d’attesa di Sipiagin, calda e rarefatta, per poi invertirne la direzione e trovare nuova ispirazione in un dialogo scanzonato e divertente dal contrappunto vivace. Muresu imbastisce, discreto. Quando parte Boulevard Victor è Angelucci a farla da padrone. Ispirato e trascinante, polarizza e stacca tempi che sequenziano il racconto di Resta. Peace Hotel apre mistico e pacificante. Angelucci rulla il timpano. Quando attacca Sipiagin, lo spazio prende una nuova dimensione, generosa e ampia. Recchia la intercetta e si infila negli interstizi colmi dei suoi divertimenti. Un virtuosismo composto che non distrae dall’intenzione melodica e dall’estro compositivo. Il mosaico è perfetto. Ritorna la voce di Rollins con Pent-Up House. Goliardico nello spirito che anima gli scambi confidenziali sax-trumpet e piacevolissimo e magistralmente saporito dall’eclettismo di Angelucci. I suoi drums descrivono e, impeccabili, lanciano uno swing sconsideratamente personale che caratterizza con verve la sezione ritmica. Freme dalla seconda fila Muresu. Il tune si fa romantico e struggente con Who Can I Turn To. Sensuale il sax di Recchia, controllatissimo e vibrante nei pianissimo. Largo e ispido, Sipiagin contrasta con le sue esplorazioni al limite del registro acuto. Prende un groove che cresce, e cambia il piglio, lasciandosi anni luce alle spalle la morbidezza dell’attacco. Un romanticismo schizofrenico che conquista.

E l’appuntamento è rinnovato al prossimo anno. 

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[E. Augusti] Quasi un anno fa usciva per la SILTA Records questo Bucket of Blood, titolo a tinte forti, fisico, per un album dai contenuti lucidamente molli, morbido e "misterioso". Gianni Lenoci (piano), Pasquale Gadaleta (double bass) e Giacomo Mongelli (drums) vestono i panni dell'Hocus Pocus Trio. Accanto, i sax di Steve Potts ne sigillano l'ispirazione. Un amalgama denso e omogeneo, che non distrae e, anzi, canalizza e smussa, nel suo incedere magmatico, gli angoli più aspri della sperimentazione. Efficace Mongelli. Garbatamente eccentrico, Potts lancia frammenti diasporici che si insinuano tra le corde, ora pizzicate, ora percosse, del piano di Lenoci. E' un labirinto cieco, di corse e stasi. Un inseguimento controllato dal motore immobile della sezione ritmica. E se "Waltz for Steve Potts" è la ballad dell'amicizia tra i due (Lenoci-Potts), impreziosita dall'assolo di Gadaleta, "Bone" è il brano che  ne rinsalda la comune formazione, quel "nostro denominatore comune più importante", dice Lenoci, che resta Steve Lacy. Da gustare. 

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HARRY ESCOTT - Shame

Mercoledì, 28 Novembre 2012 09:05

 

 

If I can make it there I’ll make it anywhere

(Sissy, Carey Mulligan, da Shame, Steve McQueen, 2011)

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LORENZO CAPELLO - Il partenzista

Mercoledì, 21 Novembre 2012 18:32

 

 

 

 

[E. Augusti] Partiamo dalla fine, che è l’inizio.

«il partenzista è il contrario dell’arrivista. l’arrivista ha come primo obiettivo l’arrivare, a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo, alla propria meta: la carriera? il successo? la prima pagina di novella 2000? (forse in questo caso si tratta de: la rivista). il partenzista no, il partenzista vorrebbe, per una volta, una sola volta anche, PARTIRE: cercare un lavoro, assemblare un auto modello in scatola in montaggio, preparare un risotto, fare un disco: tutto potrebbe essere una partenza, verso chissà dove e fin chissà quando…questo pezzo è dedicato ai partenzisti di ogni dove, di ogni quando, con sincero affetto» (Lorenzo Capello).

il partenzista è il notes-album firmato da Lorenzo Capello e da chi, con lui, pur vivendo (in) tempi e luoghi diversi, ha saputo raccontare empaticamente quella stessa esperienza di vita. Intimo, divertente, raffinato, arguto, genuino, autentico, efficace e poi così piacevolmente jazz. Una dichiarazione di stile, fatta di particolari originali, come la scelta, apparentemente di mero gusto grafico, di parlare per minuscole, con una sola eccezione, quasi urlata, in quel «PARTIRE». Gioca con le parole e le note, Capello. E i suoi compagni di viaggio lo assecondano, fino a farsi una voce sola. Un incastro logico, un esperimento ricco che controlla più livelli di un immaginario caleidoscopico che va per suoni, ritratti e parole. È lui, il partenzista, e le sue dieci tracce che visitano dieci episodi fantasticamente reali. Ironia, immaginazione e rigore sono i fili  di un lavoro compositivo audace e irriverente, originale e coinvolgente descritto dalle pagine di un booklet che resta in bianco e nero, perché i colori si possono solo ascoltare. Dalla freschezza giocosa de “il circo di fine anno” alle mielosità «senza appiccicare troppo le dita» de “lo zucchero filato”, fino ai deliri vigilati di “è arrivato il 26 del mese” e alle amare correzioni di “passato prossimo, futuro possibile”.  “il partenzista” chiude e apre, con quella innegabile «dolce frenesia di staticità acquisite per essere distrutte». Lorenzo Capello (batteria), Antonio Gallucci (sassofoni), Francesco Di Giulio (trombone), Lorenzo Paesani (pianoforte, fender rhodes), Dino Cerruti (contrabbasso, basso elettrico) e Massimiliano Caretta (voce recitante). Orange Home Records (2012).

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COPPA-ORSI-DI LENGE-PATITUCCI - Monk's Mind

Giovedì, 10 Maggio 2012 17:25

[E. Augusti] 1982-2012, e il trentesimo anniversario della scomparsa di uno dei giganti della storia del jazz, Thelonious Monk. Monk’s Mind è la celebrazione di un mito. Biagio Coppa (sassofono), Gabriele Orsi (chitarra), John Patitucci (contrabbasso) e Francesco Di Lenge (batteria) raccontano il loro Monk. Sei tracce ispirate all’enigma del suo pensiero compositivo. Dalle architetture stravaganti di “Brilliant Corners” al microcosmo di “Think of One”, fino alle distensioni di  “Ugly Beauty” impreziosite dall’elastica sinuosità del basso di Patitucci. Monk’s Mind è uno studio logico e raffinato che raccoglie tutta l’accuratezza compositiva del maestro, esaltandone la sua spiazzante genuinità. Alchimie al limite della politonalità e della poliritmia, aspre e itineranti, dall’andamento imprevedibile e magnetico. Temi sfacciati e ordinati che percorrono strutture semplici pur nella schizofrenica dinamicità delle loro traiettorie. “Ipotesi Monk” (Coppa), “Mon’key” (Di Lenge) e “Know” (Orsi) sono i brani dedicati che s’inseriscono, lucidamente ispirati, nella narrazione. Misurata. Secco il sax di Coppa, non c’è spazio per un virtuosismo fine a se stesso: trame sfilacciate, temi frammentati e sempre efficaci. Ed efficace e puntuale resta lo scambio con le distorsioni e le plasticità di Orsi e le godibili trasparenze percussive di Di Lenge. L’atto compositivo di Monk è trasfuso nell’approccio strumentale della formazione, sempre elegante e coerente. E anche il silenzio conquista il suo posto nell’esaltante irregolarità dell’esposizione. Registrato quasi un anno fa al Benny’s Wash n’ Dry Studio di Brooklyn (Music Center, 2011).

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CABEKI - Polvere di carta

Domenica, 28 Ottobre 2012 08:14

Andrea Faccioli è il nome che si nasconde dietro il progetto “Cabeki”. Lui, polistrumentista e compositore veronese, affida la sua creatività a strumenti convenzionali e non: chitarra elettrica, Lap Steel e strumenti-giocattolo dall’Ukelin, al Bellharp allo Stlilofono. Una pellicola scorre, portando con sé tutta la suggestione di un’immagine sonora in movimento, raccolta alla fine dagli occhi felici e stanchi di un uomo. “Fine Primo Tempo”, e la sospensione verso qualcosa di ancora più bello. “Polvere di carta” è estratta da Il montaggio delle attrazioni, Tannen Records 2011.

 

 

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GIANCARLO PAGLIALUNGA - Ferma Zitella

Mercoledì, 05 Dicembre 2012 18:05

[R. Manca] Vediamo cosa mi viene fuori, sono due giorni che la sento, la sto sentendo adesso. Meravigliosa, non la conoscevo. Dovrei riuscire a dirla in senso assoluto, solo dopo darle la voce di Giancarlo Paglialunga, la migliore. Non credo di farcela. Ha una sonorità diversa da tutte le altre nostre, più morbida, molto sensuale. Era tutto semplice prima, faticosissimo e semplice, così è la terra. E l’amore era davvero desiderio, gli occhi di una donna potevano dare un senso al risveglio, o al ritorno sfinito dai campi quando il Sole “cala”. Pochi attimi, un sospiro, un bacio non dato, Nennu è già sera.

La prima strofa è tutta sua, il suo batticuore. Voglio dire con questo che sembra fermare il momento dello stupore. Poi le avrà pure detto qualcosa, sicuramente lo avrà detto male, troppo bella lei, troppo improvvisa, ma queste  parole cantate sono soprattutto la sua emozione intima. “Ferma” è la prima, qui sta l’attimo di cui parlavo,  c’è anche tutto il desiderio, lo stesso che sento in “ca si carcerata” e ancora di più in “sola, sola”. Stupendo.

Ma Lei parla, ne sono sicuro. La seconda strofa, invece, sono proprio le sue parole. Avverto cioè una diretta corrispondenza tra  i pensieri di Lei e i versi: in fondo questa è la sua semplicità, la sua limpidezza, di questo Nenno s’innamorò. “lassame scire nennu, lassame scire”; si sente il movimento (“pe la strata”), la sua camminata svelta e gli occhi bassi, Nennu il sole sta calando.

Ora non vado avanti, tra un attimo; prima spero sia chiara questa dialettica dolcissima (la stessa tra piano e mandolino), e il contrasto tra la prima strofa, fatta di un attimo, un sospiro, di parole che rimangono negli occhi di Nenno e la seconda che è più distesa, limpida e  descrittiva, vi si coglie addirittura la voce affrettata di Lei. Questo contrasto sta nei versi esattamente come nelle due anime. Questo è Nenno, così è Lei. Ecco, le parole si fanno materia, lui, lei (terra per me), sono quello che dicono. Poesia. Meraviglioso.

Continuo. Nennu è forte e generoso come la terra che ara ad ogni alba, Nennu è la terra, Lei è l’acqua (torniamo al “limpida” di prima). Nennu è per noi un continuo oscillare tra il livello dell’azione, della voce e quello del pensiero e delle emozioni. Ne ha tante. “E buonasera a lei porta nserrata”: è chiaramente scuro come la notte,  nervoso dico, desidera, invano ora. Anche qui: è la sua voce?  O  le parole che rimangono tra i denti?. Lei è molto più rassicurante, per noi intendo (anche per nennu , ovvio). Per noi, sì, non ci crea il dubbio dei due livelli che dicevo, lei parla, chiaramente, anche nella terza strofa, e lo fa con tale armonia che poi Nennu può solo tacere (“pacienzia Nennu, no su sola”, così finisce la strofa).  È acqua. Nennu la terra.

Avete mai visto la terra rossa quando aspetta la pioggia di settembre? Zolle dure e ostinante, dentro tengono il miracolo. L’attesa, il rimorso, il rimpianto, siamo all’ultima strofa. Ancora una volta, e  per sempre, Nennu ci spiazza con parole fuori dal tempo: non so dire se fermano quell’attimo,  o sono l’attesa di poi, o il rimpianto, o il “Rimorso”. Non lo so, ma sono un miracolo.

 

Ferma zitella ca si carcerata

mo ci t'aggiu 'ncuntrata sola sola

mo sola sola mo sola sola

mo ci t'aggiu 'ncuntrata sola sola

 

Lassame scire nennu pe la strata

ca su zitella e perdu la furtuna

mo la fortuna mo la furtuna

ca su zitella e perdu la furtuna

 

Vieni stasera alla mia camerata

la mia mamma nun c'è e me corcu sola

me corcu sola me corcu sola

la mia mamma nun c'è e me corcu sola

 

E buonasera a lei porta nserrata

pacenzia nennu mo ca nò sù sola

ca no su sola ca no su sola

pacenzia nennu mo ca nò sù sola

 

Tutte le curpe a me ca l'aggiu lassata

Quannu l'aggiù 'ncuntrata sola sola

Mo sola sola mo sola sola

Quannu l'aggiù 'ncuntrata sola sola

 

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“Allora ti piace l'amore?”

“È pericoloso. Ci scappano ferite e poi per la giustizia altre ferite. Non è una serenata al balcone, somiglia a una mareggiata di libeccio, strapazza il mare sopra, e sotto lo rimescola”.

 

 (Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi, 2011)

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PETER BJORN and JOHN - I Know You Don't Love Me

Mercoledì, 02 Maggio 2012 19:38

Peter, Bjorn & John sono svedesi: Peter Morén (voce, chitarra e armonica), Björn Yttling (voce, basso e tastiere) e John Eriksson (batteria, percussioni e voce). “I Know You Don't Love Me” è estratta dal loro ultimo album, il sesto, Gimme Some (Cooking Vinyl, 2011). Psichedelica.

 

 

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