Facebook   youtube  Twitter

  • image
A+ A A-

GINO PAOLI - Smile

Sabato, 22 Dicembre 2012 06:33

 

 

 

 

 

 

 

Un giorno senza un sorriso è un giorno perso.


Charlie Chaplin

Pubblicato in Parole

SARA LOV - Papa Was A Rodeo

Domenica, 12 Agosto 2012 19:17

I already love you (Splinter/Irma 2011) è il suo secondo album, un cover tribute per la precisione. Lei è Sara Lov, cantautrice e chitarrista statunitense. “Papa was a rodeo”, brano dei The Magnetic Fields, ritrova nella sua voce soffiata una disarmante bellezza. «Before you kiss me you should know Papa was a rodeo | What a coincidence, your Papa was a rodeo too».

 

Pubblicato in Elezioni Sonore

DUSTIN O'HALLORAN - We Move Lightly

Domenica, 09 Dicembre 2012 09:58

L’insistenza che diventa persistenza.  Soffocato dal buio, il piano di Dustin O’Halloran affonda e sfida la luce. Percorre immobile miglia e miglia di tempo confuso, di frenetica successione di volti, abbagli e profili. In un turbinio di colori molli, riaffiorano dure e pungenti le voci degli archi. Catturano e aggrappano la fuga a una meta inaspettata. Pianista e compositore statunitense, O’Halloran descrive con non comune sensibilità  paesaggi sonori dal fascino quasi impressionista. “We Move Lightly” è estratto dall’album Lumiere (Fat Cat Records, 2011).

 

Pubblicato in Elezioni Sonore

FATOUMATA DIAWARA - Kanou

Martedì, 03 Luglio 2012 20:51

Fatoumata Diawara, 1982, anima maliana. Fatou è l’album (World Circuit Records, 2011) da cui è tratta questa trascinante “Kanou”. Struttura circolare, basso che pulsa e muove l’estasi. È una danza, lenta, liberatoria. Occhi chiusi e un motivo cantilenante che dondola. Sbanda senza atterrare, sospeso in un caos fluido. Fascino galleggiante, va immediato in loop.

Pubblicato in Elezioni Sonore

THE4 – One

Giovedì, 12 Aprile 2012 11:02

[E. Augusti] Emarcy, 2011, One è l’album d’esordio del quartetto The4. Umberto Muselli (tenor sax), Marco Contardi (piano), Gianluca Renzi (double bass) e Pierluigi Villani (drums). Sette tracce spinte dalla scarica elettrica di Villani. Personalità forti e differenti, per delle voci che arrivano all’urto: spigolosa e spesso invadente quella di Muselli, morbida e costretta quella di Contardi, confusa quella di Renzi. Un esperimento poco omogeneo che soffoca la luce di Contardi e costringe a strettoie impervie la personalità effervescente di Villani. Alcune note sulla track-list. Tema isterico per un trascinante “Trabacco” (Contardi-Villani), lanciato per frammenti sul delirio walk del contrabbasso di Renzi. Cromatismi esasperati e giochi di colore nei dialoghi serrati sax-piano. Aperture piacevolmente funk per “One for the Other” (Contardi-Renzi-Villani), ma l’intonazione cede all’artiglio del basso e la ricchezza sovrapposta dei bei soli non consola. Competitivo. Doppia anima per “Thank You Chick” (Contardi), long track che smarrisce le suggestioni liriche dell'intenso incipit e sale, progressive, trasfigurando di chorus in chorus. “Irlanda” (Contardi-Villani) gioca su un tema popolare, quasi una fanfara. “Sunset Colours” tramonta, in contrasto, per addizioni. Ostinato del piano, innesti del contrabbasso, grida del sax, fino al secondo tempo, scandito nell’umore dai drums di Villani e dalle pennellate audaci di Muselli. Chiudono “Buddy’s  Street” (Contardi-Villani) e “Afro 1/po’ Song” (Contardi-Renzi-Villani).

Pubblicato in Album

KEKKO FORNARELLI KUBE Room of Mirrors

Venerdì, 21 Settembre 2012 10:52

«I wrote this album as an autobiographical concept and, starting from some very simple questions about what I feel as a musician and as a man today: reflections, emotions, memories, simple thoughts. Inevitably, my music has had a visual approach, having found myself in the compulsion of imagining, visualizing, re-living such moments of life, moods or thoughts. Whether it is coherent or not, whether one can mirror oneself in it or not, “Room of Mirrors” is merely my confession to whoever will have the will or simply the curiosity of listening to it» (Kekko Fornarelli)

 

[E. Augusti] Una visione, una confessione. Nella stanza degli specchi l’uomo è nudo. In dosso solo l’immagine di un sé moltiplicato all’infinito attraverso il tempo e lo spazio. Room of Mirrors (Jazz Engine 2011) è il diario confesso di Kekko Fornarelli, con un booklet che funziona a guida all’ascolto. Caratterizzazioni mehldauiane per un pianismo riservato e schietto che alterna al lirismo degli ampi fraseggi la contrazione spasmodica degli incisi. Il missaggio è poco sensibile. Tutto è troppo presente. Ne risente la godibilità dell’interplay, anche nelle ballad, e dell’ascolto. “Room of Mirrors” è un’intro preziosa. Assieme a “Dream and Compromise” resta la punta di diamante dell’intimismo di Fornarelli, votato a un’autenticità che rompe e si lascia corrompere dall’indole estroversa e disinibita di “Coffee & Cigarettes”. Libera. Un foto-album profondamente ispirato, da condividere.

 

Kekko FORNARELLI, piano, fender Rhodes, synthesizer

Luca BULGARELLI, contrabbasso

Gianlivio LIBERTI, batteria

 

Pubblicato in Album

Free Ambient Trio al Manhattan di Roma

Domenica, 10 Aprile 2011 08:53

[E. Augusti] Domenica, 3 aprile 2011. Roma. Si apre il sipario del Teatro Manhattan. Sul palco, ancora una volta protagonista è il Free Ambient Trio. Leonardo De Rose al contrabbasso, Piertomas Dell’Erba al sassofono tenore e Simone Porcelli ai sintetizzatori presentano Live in Manhattan, Live in Rome, l’ambizioso progetto di concezione ambient jazz registrato lo scorso 12 dicembre, sempre al Manhattan di Roma. La difficoltà di riconoscere i singoli brani di un album nato dall’eclettismo e dalla sinergia improvvisatrice di tre musicisti profondamente diversi per temperamento e percorso artistico esiste, e non è il caso di farne mistero. Tutto è dichiarato, quasi confessato, nella scelta indovinatissima di partecipare l’ascolto col pubblico. Ed è Dell’Erba a rompere il ghiaccio, a interrompere la recita e a guidare, con tono disinvolto, arguto e ironico, quell’ascolto che si riscopre, appena un attimo dopo, consapevole e piacevolmente nuovo.

Tre personalità, tre universi molto diversi: ordinato e misuratamente eccentrico quello di De Rose, magnetico e vulcanicamente geniale quello di Dell’Erba, pacificante e parsimonioso quando sorprendentemente spinto quello di Porcelli. Tre anime differenti che si incontrano nel Free Ambient Trio, si inseguono, si sovrappongono, si contrastano, per raccontare, ogni volta e in maniera diversa, quel: «Cosmo fatto di interazioni», percezioni e descrizioni, confida Dell’Erba, «quella strada senza rete dove non c’è altra salvezza di arrivare a meta che nell’ascolto reciproco». Una narrazione di immagini sonore: «dove non si sa dove si va, ma dove si sa che si può andare dove si vuole, con l’obiettivo di non ripetersi, e lasciare tutto all’interazione del momento», svela De Rose. “Intentional-improvisation”, definirei la deliziosa aporia suggerita dal Trio: un’improvvisazione che colma e farcisce di dettagli esclusivi e cangianti i suggestivi titoli proposti da Dell’Erba, stimolanti e puntuali note a margine di un ascolto che funziona come un’istantanea.

Si parte con Psicodramma: suoni che portano lontano, contrastandosi in un continuo gioco di luci e specchi. Molto ricercati gli effetti. Quindi, è la volta di Le tragicomiche vicende dell’orgoglio, un racconto irriverente che emerge subito per il suo carattere dinamico, imposto dal contrabbasso ritmico di De Rose e dai ricchi synth di Porcelli, acquosi. L’elettronica la fa da padrona, mentre i suoni acustici del sax e del contrabbasso trasmutano, dalle vesti intonate a quelle ritmiche e onomatopeiche, creando situazioni percettive complesse e ipnotiche. Isterico e dolce il pensiero di Dell’Erba, per nulla imbarazzato nelle sue divagazioni free dal contrabbasso riflessivo di De Rose. Tutto è, in due parole, straordinariamente coerente. Cambia il passo. World in Manhattan, World in Rome scimmiotta il titolo dell’album. Bello il swing, gustoso e ricercato. Un pezzo corale che conquista. Lo spazio tra acustica ed elettronica quasi scompare. Sublime irrompe d’improvviso, tagliando il silenzio. Mistici i synth di Porcelli. Quasi commovente il contrabbasso di De Rose che riesce a sorprenderti quando, a un certo punto, rivolta lo strumento per regalare al brano, in un momento percussivamente intenso, pulsante, tutto il protagonismo del tempo. Piacevoli le suggestioni world music. With all my soul, già traccia dell’album MacroMicrocosmi (2010) a firma Dell’Erba-Porcelli, è riproposta in una nuova forma. Il tema è lo stesso, ma si coglie appena, tanta è la ricchezza creativa dei synth. Nuove e accattivanti le proposte di dialogo: da una parte le sapienti imbastiture del contrabbasso, dall’altra i fili luminosi, ora distesi ora arruffati di un sax mai così lirico.

A impreziosire la performance, la presenza eccezionale dell’artista visivo Andrea Costingo e dei suoi Puppets che compaiono nel videoclip ufficiale di presentazione dell’album. Geniale.

Pubblicato in Report

C.O.D. TRIO - Odd Original songs

Venerdì, 20 Luglio 2012 16:03

 

[E. Augusti] «Call Of a Dove | Cream Of a Dream | Call Of the Doctor | Care Of the Devil». Citazione glam, dal For Those About to Rock (We Salute You), AC/DC (1981). Biagio Coppa (sax), Gabriele Orsi (guitar), Francesco Di Lenge (drums): trent’anni dopo, rilanciano. Nome in codice: C.O.D. trio. Coincidenze. Registrato a  New York esattamente un anno fa, Odd Original Songs (SILTA Records, 2011) è un lavoro d’impatto. L’ascoltatore è avvisato: «Music for the Braves, definitely not for fearful ones! Progetto di musiche originali dove le differenti esperienze ed approcci alla composizione vengono filtrati attraverso un’estetica timbrico-ritmica allo stesso tempo ancestrale e nuova, intrigante e discreta, neurotonica e soporifera…», recita il booklet. C’è davvero poco di soporifero nel lavoro del C.O.D. trio. Non ci sono sconti. Non c’è compromesso. Forte. Deciso. Vero, nessuna dichiarazione di genere, ma uno stile pieno, rocambolesco, raffinato e assolutamente originale. La formazione, insolita, aiuta: se la caratura timbrica dei suoi componenti impreziosisce, il polimorfismo delle linee ritmico-melodiche che riesce a tirar fuori incuriosisce e trascina. Si parte con “C.O.D.” (B. Coppa), brano che presenta l’intero cd: scanzonato, ironico, dinamico. Gli ampi salti dell’irriverente sax di Coppa, imbastiti perfettamente dall’anima rock della chitarra di Orsi, viaggiano, spinti dai drums di Di Lenge camaleontici, limpidi. Personale. La poliritmia di questo come di tutti gli altri brani rende l’intero lavoro fresco e nuovo ad ogni ascolto. Cangiante. Stimolante negli stop. E sorprende non poco la cantabilità del tema, nascosto tra le frange della ricchissima tessitura compositiva. “Browse All”, sempre a firma Coppa, introduce un’atmosfera diversa. Cambiano le forme. Il sax si fa avvolgente, soffice nelle linee. Belli gli effetti. L’incontro tra gli strumenti è vivo. Il dialogo fitto e straordinariamente realistico. Ogni personalità si sdoppia. Si moltiplica l’intensità di ogni singolo intervento. Il risultato finale è sorprendentemente piacevole. “Accoddo”(Di Lenge) viaggia a un’altra velocità. Tutto è previsto, nei minimi dettagli. Un meccanismo delicatissimo, di alta precisione. Notevole nella calibratura delle presenze, misurate, in perfetto equilibrio dinamico. Curatissima l’estetica timbrico-melodica, mai banale. Nulla è lasciato al caso. Prismatica la chitarra di Orsi, ancora di più in “Ottavo Piano” (Orsi), dove la fa da protagonista. Il brano è il più denso dell’album. Le linee sciolte di Orsi sono da vertigine: si assecondano naturalmente, accompagnano e divertono. Il sax partecipa alla narrazione, mai invadente. Gli spazi sono dettati democraticamente, segnati con carisma e condivisi con straordinaria complicità. Di Lenge ascolta e segue, cangiante, didascalico, generoso. Segue “Pollock”, ancora Orsi. I lunghi contrappunti sax-chitarra danno profondità ad uno spazio noir che richiama inevitabilmente (intenzionalmente?) gli intrecci sfilacciati, caotici e densi delle istantanee da action painting dell’artista statunitense Jackson Pollock. Nero e tinte forti, ovunque. Nebbia, intorno. Sospensione. Riemergono le forme. Riprende il tempo: “Other Stop” (Coppa) ristabilisce il contatto con l’anima C.O.D. Suona. “Limited Edition”, a sei mani, chiude il progetto. Ricchissimo. Il tema entra di netto. Immobilizza e raggela. Distensioni vagamente acid. Sfuma. Bellissima esperienza d’ascolto.

 

Pubblicato in Album

MARCO BARDOSCIA - The dreamer

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 15:54

 

[E. Augusti] Un caos calmo. E Moretti permetterà la citazione. Un caos calmo, dove realtà e sogno si incontrano in un luogo non-luogo che ha tutti i suoni, i colori, gli odori dei bei sentimenti. The Dreamer (My Favorite Records, 2011) è un personale sincero e schietto che racconta, e non potrebbe farlo meglio, Marco Bardoscia. L’ironia, l’arguzia, la dolcezza, la spregiudicatezza, il radicato sentimentalismo e la limpidezza di un genio creativo che non conosce sofisticatezze e allusioni. Marco Bardoscia, il sognatore, The Dreamer, con il suo amore taumaturgico per la vita e il racconto commovente, profondo e avvolgente del suo contrabbasso. Accanto a Marco, Raffaele Casarano (sax), Giorgio Distante (tromba), Gianluca Ria (trombone), Alberto Parmegiani (chitarra), William Greco (pianoforte), Fabio Accardi (batteria), le voci di Carla Casarano e Fernando Bardoscia e la tromba di Luca Aquino.

Stella by starlightapre l’album, illudendo le aspettative da Real Book di un lavoro che, invece e per fortuna, si dichiara immediatamente e definitivamente dalla parte di Bardoscia e dei suoi. Lo spirito è chiaro, libero, forte, partecipato. Le voci di Casarano e Ria si compenetrano, accompagnate dal coro libero del fratello di Marco, Fernando, che porta il brano ad una dimensione di naturalezza e spontaneità viva, subito esaltata dall’intertempo in cui si fanno spazio le psichedelie hard dell’arco corrosivo di Bardoscia, quasi una chitarra, e le pulsioni rock dei drums di Accardi. Ninna Nanna per la piccola Sara regala, dolce, un abbraccio di velluto. L’anima lenta della chitarra di Parmegiani culla e adagia un tema semplice, impreziosito dai giochi di luce di Greco e dalle improvvisazioni di Bardoscia che spiega e racconta, intimo, di Sara e del suo piccolo mondo. E il sogno riprende fiato in Rêve au petit sablon. Un gioiello di  poesia dove il protagonismo di Greco dilata, profondo. Hallelujah per il mondo è una celebrazione delirante, una messa moderna, corale a tutti i costi, un’iterazione imprevista che inverte a schiaffo lo spazio calmo e disteso della presentazione. 31-12-2009 data il trio Bardoscia-Greco-Accardi. Lineare e disinvolto, con un drumming secco e funkeggiante che disperde l’alito di sogno e aggancia il reale. Stiloso e accattivante il groove di Bardoscia. Chica y nano riporta, nostalgico, alle tenerezze goffe dell’infanzia. Questa volta è Casarano a ripercorrere al sax soprano il pensiero di Bardoscia che resta, vigile, a guida e ne segue e sorveglia le divagazioni spinte, fino alla sfumatura della coda. E quella di Jet è quasi una ripresa, un risveglio. Esaltante. Bardoscia è il centro gravitazionale di un moto armonico che conosce tentativi di fuga e ritorni obbligati, alla ricerca continua del giusto mood. Dissonanze e lirismo, passaggi roventi e break improvvisi, cambi di tempo e tonalità danno i natali a un variegato entusiasta, logico e coerente che attrae, impressiona, accarezza e trascina. Preludio al sorgere del sole. La tromba di Distante rantola rifratta nello spazio diafano degli armonici e prepara lo spettacolo a levante. Un sole tiepido che sorge e carica. Ritornano le coralità dell’Hallelujah, nell’ostinato di un tema ficcante che arriva allo zenit di una performance febbricitante. Staglia la voce di Aquino e sfuma l’eleganza dinamica di Greco. Chiude Impro, e l’evanescenza metasensoriale dell’elettronica. Un’esperienza d’ascolto da vivere. Audace e irriverente il coloratissimo booklet a firma Luca Panaro. 

Pubblicato in Album

STEFANO CLEMENTE - Desiderata

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 15:11

[E. Augusti] Desiderata, quando «sorge la pulsione dell’animo che porta al desiderio. Desiderio di voler mettere un punto fermo che non è un punto di arrivo bensì punto di partenza […] Desiderio profondo di un’Anima di voler comunicare con le altre Anime». È così che Stefano Clemente presenta il suo nuovo lavoro per la Dodicilune (2011). Desiderata nasce da un’esigenza d’amore. Un messaggio «puro e positivo» che vuole arrivare dritto al cuore di chi ascolta. E direi che Clemente c’è riuscito, e il messaggio è arrivato, forte e chiaro. La sua chitarra ha un timbro asciutto e pulito, come lo stile che descrive. Legati avvolgenti e un fraseggio a lenzuolo che copre leggero le spigolosità del contrabbasso di Dario Di Lecce. E il contrasto è lì, nella dialettica di impasti timbrici lontani per carattere e colore. Il missaggio privilegia le morbide sinuosità della chitarra, lasciando nell’ombra delle retrovie la sezione ritmica, che soffre non poco la distanza. La batteria di Fabio Delle Foglie carica vaporosa nei tempi medi senza mai tradire lo spirito dell’album. Tutto è pacato, ovattato, denso. Il protagonismo di Clemente tiene alta l’attenzione sulla narrazione: a volte imposta dai volumi, si interrompe solo nei giochi felici di call-and-response col sax di Renato D’Aiello. Tre i brani a firma Clemente. “Desiderata”, in particolare, è di una bellezza pervasiva (non a caso la title track dell’album - in ascolto). Un'intro tenerissima e un 4/4 che raccoglie, liscio, tutta la sensualità avvolgente del sax di D'Aiello. Un po’ meccanici i trade con Delle Foglie in “BBBlues”, quasi un esercizio compositivo. Elegante l’intensità di “Soul Eyes” (Mal Waldron). “Speak No Evil” (Wayne Shorter) è la rivincita di Di Lecce, timidamente progressive. Culla senza sorprese “My Romance” (Richard Rodgers), discorsivo, e si lascia cantare fino all’ultimo battito. Liquido.

 

Pubblicato in Album
Pagina 3 di 4

Elezioni Sonore

 

  • Torino Jazz Festival 2014
  • LIVEdiary
  • Roma - Auditorium Parco della Musica

Copyright LaOrilla 2011. Tutti i diritti riservati.

Login

Registrati

Registrazione Utente
o Annulla