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P. Marchetti - Piazza Malatesta (Italic, 2014)

Martedì, 23 Settembre 2014 08:21

“Così va la vita” ho pensato mentre scendevo le scale. “Un’oscillazione continua tra prigioni da cui fuggire e moscioli, musica e ricordi, eterne fidanzate e Verdicchio. Tutto il resto è letteratura”

 

[E. Augusti] P.M. ritorna più volte, a sigillo d’un personaggio come Pietro Moroni, d’una storia come quella di Piazza Malatesta, ma soprattutto del suo autore, l’anconetano Paolo Marchetti. Edito per Italic (Ancona, 2014), Piazza Malatesta è un romanzo breve e appassionato. È la storia, pubblica e privata, di un uomo, Pietro Moroni, professore universitario, e delle sue distrazioni. Un uomo d’intelligenza vivace, curioso, fisico, pieno di un tempo che gli scorre dentro, di pensieri, di fragilità che ne dettano il percorso.

 

C’è un dolore, alle volte, nelle parole che suscita un’angoscia senza fondo. Una voragine. Un buco nero capace di divorare il mondo. Come se il mondo finisse lì. Non la tua vita. Il mondo.

 

Un uomo che ha sofferto e che soffre davanti agli interrogativi della vita, sempre alla ricerca della verità, per mestiere e per passione; diviso tra le clausure d’archivio e le chiacchiere con l’analista, ossessionato da quella normalità che rifugge e cerca, indeciso sull’entrare nella vita o restare fuori a osservarla mentre accade. Intrappolato tra convenzioni, pregiudizi, aspettative, piccole vittorie e grandi delusioni, Moroni trova la sua via di fuga: un secondo mestiere, quello dell’investigatore privato. Il brivido, il riscatto dalla noia, dall’apatia, dall’abitudine.

 

A me serviva questo rientrare nella vita […] Rientrare nella vita di lato e dal fondo. Dalla parte più merdosa, dei tradimenti, dei corrotti, degli spioni, di quelli che non pagano i debiti. Senza alle volte capire proprio bene se il tanfo che si avverte nel mettersi in queste situazioni provenga dal versante dei controllati o dei controllori.

 

E poi l’amore, la riscoperta di un sentimento maturo con Laura, una donna robusta, sul piano esistenziale […] diversa dalle altre […] perché sembra non pensare che la sua vita dipenda da un uomo. Provata, ma non piegata dalla vita, […] attratta dalla parte lunare di Pietro, dalle sue assenze, dai suoi momenti di vuoto, più che dal suono delle sue parole. E ancora l’amicizia, il ritorno del caro Amilcare, detto Cipi, avvocato per destino,che si presenta con un Sono nei guai, mi devi aiutare e stravolge la piccola quotidianità domestica, scombina le abitudini della famiglia Moroni e crea una nuova socialità. E la storia nella storia, le carte del processo Nenni-Malatesta, le coincidenze storiche, gli scontri, i sincretismi, i colpi di scena e un ritrovato (e inaspettato) impegno politico.

Piazza Malatesta è un itinerario personalissimo e passionale attraverso tempi, luoghi (il mare di Portonovo), la buona cucina (i moscioli di Portonovo) e la musica. Da Jarrett ad Abercrombie passando per Holland, De Johnette, Baker, e ancora Weather Report e Billy Cobham, Piazza Malatesta ha una colonna sonora che caratterizza i gusti del protagonista, scorre, si fa spazio tra le righe e accompagna la lettura.  

 

Certo in quegli anni il jazz non era al top delle mie preferenze musicali. Però lo ascoltavo. Nella sua versione forse un po’ più rockeggiante però lo ascoltavo: Weather Report, Mahavisnu Orchestra, Chic Corea, Billy Cobham. Altre erano però le note che preferivo. Poi da quando la mia eterna fidanzata se ne era andata ero rimasto in silenzio. Si era portata via tutti i miei vinili, tutti i miei cd, e pure lo stereo. A parziale risarcimento, diceva, per il fatto di non averla sposata e per averle fatto perdere così tanto tempo in attesa di un figlio che ormai, data l’età, forse non sarebbe più neanche arrivato. Il senso di colpa era stato così devastante che l’avevo lasciata fare. A parziale risarcimento. E così sono rimasto senza musica (fatto per me abbastanza insolito). Bisognava iniziare da capo. Ma da che parte? Ed allora invece che andare avanti ho fatto un passo indietro. Si ricomincia dal blues e dal jazz. Dalle origini. E da dove se no? D’altra parte la mia vita di questi anni assomiglia un po’ al jazz, imprevedibile nella prosecuzione del pezzo.

 

Intenso, pulsante di vita. La musica è una voce costante della quotidianità di Moroni che, ad un certo punto,  perde un riferimento forte, come può essere un affetto e, con esso, quella voce che l’aveva accompagnato per una vita. E così sono rimasto senza musica. La nostalgia, il senso di colpa, la resa alla vita, ad una giustizia che ti convinci essere giusta, perché non hai voce per indicarle alternative e non riesci a giustificare altrimenti. E la ricostruzione, il ricominciare da capo, per necessità, per urgenza. E ricominciare dalle origini e, perché no, dal blues. 

Pubblicato in Libri

Torino Jazz Festival 2014 - LIVEdiary 2

Domenica, 27 Aprile 2014 10:51

26 aprile, h. 11.00 – Una giornata splendida. Il secondo giorno del TJF è baciato dal sole. Le strade esplodono, ed è una città intera a partecipare della festa del jazz. Ci spostiamo al Teatro Carignano. Ad aspettarci c'è un duo d'eccezione: Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia accolgono l'invito del direttore Zenni per raccontarsi e raccontare, in musica e parole, la storia di due uomini, di un incontro tra formazioni ed esperienze di vita diverse, di un'amicizia, di un'intesa. Si gioca, ed il piglio è quello giusto. Coinvolgente. Il pubblico partecipa, è dentro la scena. Non c'è distanza. Quello di Trovesi e Coscia è un jazz "di cortile", un jazz che raccoglie tutti i colori e i sapori di un tempo perso e ritrovato. C'è tutto un Mediterraneo, nella loro musica, c'è la danza, la condivisione del borgo, le note della banda del giorno di festa. "C'è una strega, c'è una fata". C'è, non c'era. C'è la magia di un unico tempo, quello di un duo complice, dove si procede allo stesso passo, nella stessa direzione, con lo stesso respiro, come nella più bella delle storie d'amore. L'eleganza dei temi, classici e originali, delle riproposizioni "migliorate", della tensione ad un modello di perfezione, che è raffinatezza di gusto. Armonicamente disarmonica negli urti, quella di Trovesi e Coscia è, sopratutto, una storia senza filtri. “Non ho voluto registri - dice Coscia - mi piace il passaggio diretto, senza filtri, dal mantice al suono”. E' vero, si sente, e piace anche a noi. 

 

 

            

 

h. 16.00 – Il tempo di fare due chiacchiere al sole e si riparte, alla volta del Circolo dei Lettori. Luca Bragalini presenta Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e il jazz (EDT, 2013). Un microfono, uno schermo e un pianoforte per svelare, riscoprire e raccontare, con la cura ricostruttiva dello storico, l'analisi attenta del musicologo e la capacità comunicativa del grande divulgatore, profili e segreti di un mondo in bianco e nero, “over the rainbow”. Da Harold Arlen ad Art Pepper, per poi esplorare il contemporaneo con un sorprendente Israel Kamakawiwo’ole. Premiata sezione book del TJF, con pioggia d’applausi e tanto di coda per l’autografo. Ringraziamo Luca e corriamo verso l’Auditorium Rai. Qualche minuto di pausa. È tutto pronto per il main: Uri Caine e Dave Douglas. 

 

 

h. 18.00 – Un Auditorium intero in fermento. Primi istanti d’apprensione per un vero e proprio assalto al miglior scatto. Dave Douglas e Uri Cane sfilano sul palco, in perfetto stile newyorkese. Ingresso divaricato, contrasti aspri e intervalli ubriachi. Si sigla il compromesso, e in un clima più disteso e accogliente si sperimenta. Proposte originali e alcune interessanti rielaborazioni di temi della tradizione “degli States prima degli States”. Si torna indietro di quasi tre secoli. Linee aperte, fraseggi morbidi e armonie composte. Stacca il piano di Caine e distende, elegante, la tromba di Douglas. Due anime profondamente diverse: gli occhi aperti di Caine vigilano sulle inquietudini ad occhi chiusi di Douglas, in uno scambio sincero e misurato che restituisce il senso più autentico del duo. Ogni divagazione della tromba è ripresa dall'ostinato intransigente del piano. Si frantuma poi all'improvviso, per affondare in una coltre di suono, filtrata appena dal sibilo raggelante del soffio della tromba. Caine predilige il registro medio, svuota i bassi e resiste in un accompagnamento impertinente che sostiene Douglas e accompagna la chiusura. Esplode l'applauso e si chiama il bis. 

 

 

h. 20.00 - E' ora di cena, ci coccoliamo un po' all'Esperia. E se ci fosse un trio d'eccezione come quello newyorkese di Emanuele Cisi, Joseph Lepore e Luca Santaniello a farci compagnia? Non potremmo chiedere di meglio. E infatti, quando il sax di Cisi rompe il silenzio e intona l'"Aknowledgment" della suite di Coltrane abbiamo la conferma che la serata non potrebbe essere più piacevole di così. Ci abbandoniamo a quella fortissima ispirazione, mentre a poco più di un chilometro da noi una straordinaria Diane Schuur incanta Piazza Castello. 

 

 

h. 23.00 - Inizia la notte del Fringe. Piove e l'aria si fa pungente. L'attesa monta. Di qua e di là dal fiume si staglia il popolo del Music on the River, l'appuntamento del "solo" dedicato. Una zattera sull'acqua appena increspata, appesa nel buio, un occhio di bue a ferirla nel centro, una canoa a motore per raggiungerla. A bordo, all'ombra di un ombrello chiaro, c'è Javier Girotto. La voce del suo sax fende il silenzio, rimbalza da una riva all'altra del Po, e regala a tutti la più dolce e magica delle buone notti. A domani. 

 

 

[E. Augusti]

 

 

 

 

 

Pubblicato in Report

Torino Jazz Festival 2014 - LIVEdiary 1

Venerdì, 25 Aprile 2014 16:01

[E. Augusti] Torino, 25 aprile, h. 15.30 – Primo pomeriggio di un giorno di festa. È il 25 aprile, ed è festa nazionale. Si celebra la liberazione, e il Torino Jazz Festival edizione 2014 non può che partire da qui, dal porticato del Museo Diffuso della Resistenza, per raccontare, a tempo di swing, la storia di una rinascita, di un riscatto, di una “rivoluzione culturale” (G. Agosti). Suona la Big Band Theory diretta da Luca Begonia, solista Claudio Capurro, per ripercorrere sulle note di Glenn Miller gli anni della “riconciliazione musicale” con l’America, anni in cui nomi come quello di Luigi Braccioforte (Louis Armstrong) e Beniamino Buonomo (Benny Goodman), testimonianza dell'obbedienza coatta alle circolari del Partito Nazionale Fascista di quasi un quindicennio prima, restituivano ora i profili e abilitavano all’ascolto di una tradizione autentica che veniva da lontano, tutta da scoprire. 

 

 

h. 18.00 – Ci spostiamo in Piazza Castello per un’altra celebrazione, quella del settantesimo compleanno di Gianluigi Trovesi. Con lui, sul main stage del TJF, ci sono la Filarmonica Mousiké diretta da Savino Acquaviva, il percussionista Stefano Bertoli e Marco Remondini al violoncello. Le quadrature dei primi tempi lasciano presagire qualcosa che con quelli swinganti che ci siamo appena lasciati alle spalle hanno poco o nulla a che fare. E invece la sorpresa arriva, nel dialogo imprevedibile tra generi, stili e colpi di scena sui finali, quasi tutti sospesi. L’estro del violoncello distorto di Remondini rompe gli schemi, anestetizza le forme regolari delle citazioni della grande tradizione operistica italiana e ricompone l’irriverenza dei giocattoli sonori di Bertoli in un gioco semiserio delle parti dove tutto torna. Divertente e travolgente, la formula restituisce alla piazza di una capitale l’orgoglio bandistico di una valle. Non poteva starci meglio.

 

 

 

h. 20.00 – ...e se andassimo a mangiare qualcosa? 

 

 

h. 21.00 - Cambio d’abito per Piazza Castello. Il viaggio ci riporta a Sud. Sul palco Daniele Sepe, con Floriana Cangiano (voce), Franco Giacoia (chitarra), Tommy De Paola (tastiere), Davide Costagliola (basso) e Paolo Fortini (batteria). Esplode l’arena. C’è spazio per tutto, dal rock al cantautorato italiano, dai canti della tradizione popolare al reggae, fino alla classica, alla fusion, al jazz. Si rinnova l’omaggio a Zappa, Mingus, Jara e s’accenna una “Freedom Jazz Dance”. Sepe raccoglie la protesta, spunta qualche striscione “no tav” e si fissa un pensiero, coerente con la giornata, attento al sociale. È tutto spinto, c’è aria di festa. Faremo tardi, stasera. 

 

...continua a leggere il LIVEdiary qui

...qui il video del LIVEdiary!

 

 

 

 

Pubblicato in Report

Dario Germani Trio al 28. For Life!

Venerdì, 24 Gennaio 2014 12:30

[E. Augusti] Ha senso mettersi a scrivere il report di una session a quasi due settimane dal live? Certo che no. Ma forse riacquista un senso provare a raccontare un momento di musica che, in quanto tale, resta. Roma. Nella “cantina” del 28DiVino Jazz fermenta For Life. Fermentazione alcolica per una produzione Tosky Records targata 2013 che segna il debutto da leader del contrabbassista Dario Germani. Accanto a lui, Stefano Preziosi al sax contralto e Luigi Del Prete alla batteria. Tre personalità diverse che si incontrano, per raccontare e raccontarsi la vita. Magnetico Del Prete, nei suoi cambi d’abito. Aggressivo, disarticolato, intenso, aggancia a morsi ogni frammento, senza perdere di petto il disegno, sempre chiaro e vivo. Gli scorre tra le mani, a punta di bacchetta, a filo di spazzola. Preziosi racconta, ora liquido, ora sillabato. Special guest, Aldo Bassi alla tromba, spinge, di sincope, e trascina. Si inseguono, Bassi e Preziosi, per poi tornare all’unisono, sempre su linee scomposte, riconoscibilmente monkiane, da percorrere con gusto. E tutto sembra spegnersi all'improvviso, al “Crepuscule with Nellie”, un attimo prima che Germani apra la sua “Lullaby for Bianca”. Presenza discreta, la sua, ma solida e rassicurante, anche quando puntella e sfida l’assolo, ad occhi chiusi. “Mister GT” è la dedica al maestro Tommaso. Smania gli assoli Del Prete, sempre da protagonista. Primo e secondo piano, quel che appare, quel che resiste, quello che c’è. La vita e le sue contraddizioni, come in “XY”. Gli opposti che si attraggono e si compenetrano. Ritorna Bassi, e si scivola verso il finale, sempre sui fraseggi distesi di Germani. Un racconto onesto il suo, come sa esserlo un buon vino. For Life, Good Life! 

Pubblicato in Report

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