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TJF 2013 Live Diary - 28 aprile

Domenica, 28 Aprile 2013 11:23

28 aprile, h. 10.50 - [E. Augusti] TJF al terzo giorno. Siamo al Circolo dei Lettori. Tra pochi minuti Francesco Martinelli presenterà Django. Vita e musica di una leggenda zingara, il lavoro di Michael Dregni (2004) tradotto e curato dallo stesso Martinelli e riedito ora, in collaborazione con la Fondazione Siena Jazz, per la EDT. Il profilo di Django Reinhardt, uomo e musicista, è tracciato in tutta la sua eccezionale complessità, e trova al Torino Jazz Festival uno spazio d'approfondimento, scientifico, a portata di tutti. Martinelli ne ripercorre la storia, dalle origini della sua gente, all'infanzia del carrozzone, al dramma che ne sconvolse la vita e lo portò a diventare quello che oggi rappresenta per la storia del jazz, un'icona cioè della sua anima più "gipsy". Martinelli snocciola aneddoti e curiosità, a farcire le pagine più intense di una storia del jazz sconosciuta ai più. Poco più in là, la mostra multimediale Django Reinhards Swing de Paris, fortemente voluta da Stefano Zenni, in collaborazione con la Cité de la Musique di Parigi. 

 

 

28 aprile, h. 14.00 - La domenica effervescente del Torino Jazz Festival continua sul palco Fringe col Tineke Postma 4tetFabio Giachino al pianoforte, Davide Liberti al contrabbasso e Ruben Bellavia alla batteria accompagnano il sax di una Tineke Postma in splendida forma. La sua voce soffiata spinge fino al limite, per ritornare morbida ai volumi che le sono più congeniali, sulle tracce di Bill Evans. Approfittiamo del brunch creolo New Orleans, allestito sul lungofiume dei Murazzi e via verso il Circolo dei Lettori.

 

 

28 aprile, h. 15.58 - Al Circolo dei Lettori si continua con la rassegna BookMarcello Piras propone un titolo provocatorio per una conferenza che vuole mettere in discussione l'assunto sulle origini, americane, del jazz. Da dove gli USA hanno ricevuto il jazz? lascia già intravedere la risposta al quesito. L'allusione è dichiarata al fenomeno delle migrazioni e delle recezioni di qualcosa che se non è jazz ci somiglia, e viene da lontano. Nessuna origine dal basso, dunque, nessun campo di cotone. Se l'autorappresentazione di un jazz tutto americano trova nelle finzioni anagrafiche dei suoi protagonisti ottocenteschi il sospetto, e nell' "insularity" degli USA la sua spiegazione psicologica, la satira di fine secolo ne svela l'errore. Si pensi alla copertina del The Mascot del 1890. Proiezione. Quello che si ascoltava a New Orleans in quegli anni aveva il gusto delle "balene arabe" e "delle scimmie ripiene", attraeva e respingeva allo stesso tempo. L'esotico comunque arrivava, e non viaggiava sui fiocchi bianchi trasportati dal vento, ma sui legni battenti bandiera francese. Tanti gli spunti e i materiali per riflettere. L'occasione è preziosa per lasciarsi incuriosire. Addetti e non addetti ai lavori.

 

 
28 aprile, h. 17.12 - La pioggia non accenna a fermarsi. Andiamo verso il Teatro Regio. Il maltempo ha dovuto fare i conti con la straordinaria organizzazione del TJF. Il concerto tanto atteso del grande Abdullah Ibrahim si farà comunque, e in teatro. E forse è un bene, visto che Ibrahim dedicherà al suo pubblico un concerto in solo. Quale location migliore per un incontro così intimo? C'è fermento e grande attesa. E lui arriva a passo svelto, guarda il fondo nero, si siede al pianoforte, ed è già dentro la musica. Sulle note di The Wedding, confessa l'anima di questo incontro. La sua mano sinistra è ferma, nel metro severo di un legatissimo su cui sfilano, leggeri, i ricami della destra. E' un corale bachiano, e ogni tentativo di rompere quell'intimità con stop, doppie terze, ostinati e ribattuti, resta ammansito dalla severità rassicurante dell'accompagnamento. Ogni insistenza si spegne nella sua voce, così mesta e nostalgica. Un basso sincopato tenta un nuovo modo, innesti afro ne cambiano il carattere, si restringono gli spazi per poi allargarsi in un racconto essenziale, minimo dove si immagina lo spazio di un interplay. Le dinamiche riportano a uno spiritual, mentre il basso invoca un blues. Swinga un po', ma cede dopo poco. Un grande arabesque porta lontano. Generoso, Ibrahim, regala un'intensità che resta. 
 
 
28 aprile, h. 21.05 - Pioggia battente. Andiamo verso Piazza Castello. Ultimi controlli d'agibilità e, al via in sicurezza, la piazza si accende sotto un cielo di ombrelli colorati. Mulatu Astatke Steps Ahead, in esclusiva italiana. Accanto al campione del jazz etiope un ensemble multietnico, che carica e scalda a tinte forti una piazza intera (e i suoi portici). Afro, funk, venature latin. Una fisicità magnetica che conquista nelle sue imprevedibili distorsioni. Lunghi, lunghissimi pedali, ostinati che staccano e portano secchi al movimento. E le suggestioni del violoncello di Danny Keane, per nulla corrotte dal virtuosismo furioso delle tastiere di Alex Hawkins. Il resto lo fanno le percussioni di Richard Olatunde Baker, Davide De Rose e dello stesso Astatke, che macinano e vaporizzano un groove da tempesta nel deserto. Ficcanti tromba e sassofoni (Byron Wallen e James Arben). Sostiene poderoso Matt Ridley al basso. C'è da ballare! 
 
29 aprile, h. 03.02 - E voi? Che ci fate ancora in piedi? Domani abbiamo un'altra pagina da scrivere insieme! Good night in jazz! 
 
[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

Continua a leggere il Live Diary del 29 aprile!

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