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[M. Capozzi] Rigoroso silenzio. Il palco è vuoto, ancora per poco. Le luci calde (a contrasto con il bluette di velluto del locale) si abbassano e lui, concentratissimo, avanza in un inchino prima di sedersi al pianoforte e spiccare il volo. Accordo in fa maggiore e l’Altrove si dischiude.
 
 “La poesia non è di chi la scrive. E’ di chi gli serve” – M. Troisi (dal film “Il Postino”)
 
1 Novembre 2012 – Remo Anzovino al Blue Note di Milano presenta Viaggiatore Immobile, il suo quarto lavoro discografico, pubblicato a Ottobre 2012 da EGEA Music. L’artista di Pordenone (prestato alla giurisprudenza … e ad Alitalia - si legge nelle sue biografie) racconta di aver composto le sue musiche in meno di un mese, in modo convulso, partendo dall’idea di far andare il pianoforte – strumento nella realtà ingombrante e difficile da trasportare - in giro per il mondo, quasi fosse un panciuto signore aristocratico in frak che s’allontana d’improvviso, con bastone e valigia, dalla sua esistenza quotidiana per incontrare altri volti, altri occhi, altre emozioni di viaggiatori immobili, tanto quanto lui. La musica di Anzovino cattura dalla vita di tutti i giorni scorci di esistenza, che si nutre di desiderio, e li trasforma in polifonie visive. 
 
I colori del fraseggio, intensi, vigorosi, attivano il cinema dell’immaginazione e QUATTRO CANTI procede dal palco del Blue Note dondolando per le vie di Palermo. 
NATURAL MIND conduce in altri luoghi. Le dita al pianoforte si fanno radici, solide, e crescono in fusto e rami che allungano, al vento, germogliando a  bussare in cielo, goccia di sole, si lascia cadere in freschi ruscelli. Le increspature. Brividi. SPASIMO. Il coraggio della fantasia cammina oltre i più intimi desideri, ed ogni nota si fa musica. Quella musica che fa desiderare talmente tanto forte, da farti male. 
Con TRANSOCEANO, Anzovino conduce il pubblico in America e regala eco ed incanto del mare. Il cammino diventa un trasporto a occhi chiusi, attraverso atmosfere oniriche e suggestioni ancestrali, sapientemente disegnate da Vincenzo Vasi (theremin, glockenspiel, electronics) in contrapposizione al pianoforte. 
La tessitura musicale, fitta ed evocativa, si fa danza e racconto.
Storie di coppie che piangono e ridono; si abbracciano e si urlano contro. Amori, vissuti di luce e di ombra, quotidiani. Amori che ci fanno stare bene oppure ci deludono, ma dei quali non possiamo fare a meno. Amori popolari. AMORI POP: le mani tese. Arrivi in rincorsa di attese. Un bacio rubato, di fretta, al parcheggio del supermercato. Una carezza mentre guardi la tv. Amori, che non te ne accorgi. Amori che… non respiri se non c’è. 
Bianco di schermo in dissolvenza. E l’immaginario proietta un ritmo dolce di note gaie e semplici: una bimba di due anni gioca sotto al pianoforte a coda del papà, che scrive in musica IRENELLE. 
La giostra lascia spazio a un leggero movimento di fado. L’Atlantico riflette le luci di Lisbona, in una notte colma di musica e malinconia. ORCHIDEA, in stereofonia di emozioni.
Come in un cerchio, il cammino dei viaggiatori immobili torna al punto di partenza: ritrova i volti, che il “Signorotto Pianoforte”, in frak, bastone e valigia, ha incrociato lungo la via. Torna nello SPECCHIO, «che non dovrebbe mai mancare in nessuna camera da letto». 
 
La chitarra elettrica di Alberto Milani, la voce blues di Vasi e la fraterna presenza di Marco Anzovino (chitarra acustica e batteria) contribuiscono a creare il file rouge del viaggio di Remo Anzovino, in un crescendo di energia e intensità che culmina nella meraviglia di CAMMINO NELLA NOTTE e nel ritmo trascinante di TABU’.
 
Le luci del palco si fanno più calde e soffuse. Ed è L’AMANTE , suadente e malinconica, in piano solo, a congedare il pubblico. Gli immaginari titoli di coda non mettono fine al viaggio. Perché il desiderio non si evoca. Il desiderio si canta. In musica, come una necessità primaria. Continuamente.
 
 
 
Pubblicato in Report

 

[M. Capozzi] «Aderisco. Arrangiamenti coraggiosi».  Con queste tre parole una mail del Luglio 2012 sembrava quasi rispondere a una sfida e dava il la alla collaborazione di Eugenio Finardi con il quintetto jazz, tutto pugliese, del sassofonista Raffaele Casarano. Pochi mesi, e si è arrivati alla due giorni di sold out al Blue Note di Milano (12 e 13 ottobre 2012)
 
Blue Note, Milano, 13 Ottobre 2012, h. 21.30 inoltrate. Locale gremito, lume di candela in sala e luci soffuse sul palco, pubblico attento e disponibile a lasciarsi condurre dalla “Locomotive” della formazione di Finardi. 
«Non suonare il sax. Lascia che lui suoni te» (Charlie Parker). Fraseggi di sax e il cammino comincia. Questo il filo rosso, e il viaggio altrove dell’intero concerto: non solo “suonare”, ma “lasciarsi suonare”; non “trascinare”, ma “lasciarsi trascinare”; non, banalmente, “emozionare” ma “lasciarsi emozionare”.
In un crescendo di raffinate tessiture armoniche, si sciolgono lo swing deciso e di classe del pianoforte di Mirko Signorile, la sensibilità dirompente del contrabbasso di Marco Bardoscia, la precisione grintosa del drumming di Marcello Nisi, la possente eleganza delle percussioni di Alessandro Monteduro e l’indubbio talento musicale di Raffaele Casarano che si intrecciano perfettamente con la maturità artistica della ricerca cantautorale di Eugenio Finardi.
In scaletta, rilette in chiave jazz, alcune tra le più famose canzoni di Finardi che quest’anno compie i suoi primi 40 anni di carriera: tra tutte, l’intensa versione di “Le ragazze di Osaka”; il ritmo cubano di “Diesel”, che stravolge il brano inciso alle origini in versione “jazzata”; le sonorità in soffio e in loop - “canto delle sirene”- dell’intro di “Extraterrestre” che si dipanano, nel corso del brano, in tessiture classical jazz; ed ancora, la famosissima “Katia” e il «vestito intrigante» che i Locomotive sono riusciti a cucire addosso a “Laura degli specchi”. E, più di tutte le altre, forse per mio personale affetto nei confronti della Puglia, “Dolce Italia”, che Finardi ha voluto dedicare al Salento e a Sogliano Cavour, «riverbero di musica, tra gli olivi e la pietra antica». 
Accanto al repertorio più squisitamente “finardiano”, i Locomotive hanno accompagnato il cantautore in un percorso interessante tra gli standard jazz “Fever”, “Summertime”,”Speak Low” - omaggio alle più grandi voci del jazz femminile internazionale (tra tutte, Billie Holiday, Lena Horne e Peggy Lee) - che Finardi trasforma e riscalda di sfumature suadenti, come caldo e suadente è il colore profondo e scuro della sua voce blues.
 
Il connubio sul palco sembra dettato da sensazioni che rinascono in sospiri a ogni nota: chiudere gli occhi e lasciarsi “man-tenere”, scriverebbe Erri De Luca. Perché il Blue Note, con Finardi e il Locomotive Jazz Quintet, rinnova la magia: tiene per mano tutti i presenti, e li porta in giro per luoghi altri, a scoprire sonorità intime e personalissime, raccontate dai lunghissimi e interessanti assoli attraverso i quali il cantautore in primis sembra rigenerarsi. Così lo stesso Eugenio Finardi, che per ruolo artistico dovrebbe stare al di là della linea, si rende contemporaneamente protagonista e spettatore del suo concerto, scegliendo di restare indietro, e al centro del gruppo, spesso seduto “quasi ai piedi” del pianoforte «per godere di un’acustica splendida ed assaporare soluzioni musicali sempre diverse»: è significativo vederlo fisicamente ripiegarsi leggermente a sinistra, preso dall’energia della sezione ritmica, e poi d’un tratto abbandonarsi ad occhi chiusi e braccia aperte a destra, quasi in un abbraccio simbolico al pianoforte…E chissà dove sta viaggiando…
 
«Quello che fa il pianoforte nel mio orecchio destro e il contrabbasso nel mio orecchio sinistro, io lo sento proprio qui [e fa segno di prendersi con forza la pancia], nelle viscere e si propaga in tutto il corpo».
 
Sì, perché gli artisti del Blue Note sono splendidamente malati di musica. Hanno voglia di divertirsi, di condividere intimamente e, soprattutto, hanno voglia di contagiare gli spettatori in estasi, affinché il pubblico stesso ami la musica del loro stesso amore.
 
Pubblicato in Report

Cobham al Blue Note. Milano come i Tropici

Domenica, 12 Febbraio 2012 09:14

 

[M. Capozzi] A Milano sembra si sia fermato il tempo. Poca gente per strada. Sono le 21, è venerdì. Dovrebbe aver avuto inizio l’atteso weekend e invece nel quartiere Isola – uno dei quartieri della movida culturale meneghina, per intenderci – c’è solo ghiaccio. E neve. E freddo. Silenzio. Percorrendo a piedi via Borsieri, tuttavia, si fa eco un suono di bacchette. Progredisce in eco, acrobatico. Un drumming circense, ora sempre più insistente, sempre più vicino, sempre più deciso.

Tende di velluto bluette. Atmosfera soffusa in bianco e nero, con le gigantografie dei più grandi: spicca fra tutte quella di Davis con le sue lenti scure. Saletta intima, attenta, di amatori. Faretti puntati al centro del palco. Protagonista indiscusso della scena è lui, Billy Cobham. Volto plastico, bandana–rambo, jeans rossi. È preciso, veloce, colorato. I suoi ritmi sono giallo oro, quello del mare di Panama, e rosso acceso, dei cuori afroamericani. Intorno è il blu oltremare dell’estate ai Tropici. Fa subito contrasto col freddo di Milano. Al Blue Note, stasera, vive un’altra stagione. La Billy Cobham Band riscalda, con grinta, ispirando un viaggio che rimbalza tra i grattacieli fumosi di New York. Si sperimentano fraseggi che ricordano i sofismi stilistici di Herbie Hancock e l’eleganza scura di George Benson. Colpo di polso, e si toccano i voli caraibici, suon di maracas e oasi arabe negli arpeggi legatissimi di un violino che cavalca verso il Midwest. L’hammond sovrasta il resto e un po’ distorce. Le chitarre sono possenti, ed è sapiente l'incastro tra jazz, elettronica e rock. E poi c’è il pubblico, che accompagna con divertito entusiasmo la musica, forse con un po’ di nostalgia per la dance anni Settanta e Ottanta.

Pubblicato in Report

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