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Chieti in Jazz 2012

Lunedì, 01 Ottobre 2012 22:11

[E. Augusti] Non basta molto per rendersi conto che il posto è quello giusto. Ultimo fine settimana di settembre. Sul Corso Marrucino si anima la Fiera d’Autunno e Chieti lascia alla sua visitatrice più clandestina (io) un cielo caldo e lunatico. Ti guardi intorno e capisci subito che anche la gente è quella giusta, pure quella che sfiori distrattamente schivando i banchi dei formaggi. Gran caffè al Gran Caffè Vittoria, fresco di portici, pochi passi e ti si apre davanti Palazzo De’ Mayo: messo a nuovo, lì nell'angolo, dà il meglio di sé. Dentro, intorno a un tavolo, ci trovi dei ragazzi, geniali e simpatici: compongono partiture che suoneranno jazz. Poco più in là altri ragazzi, geniali e un po’ meno simpatici (la critica imbrutisce?): ascoltano, raccontano e scrivono storie, pure queste jazz. L'aria del Chieti in Jazz la riconosci subito. Ti entra nei polmoni, ti ossigena il cervello e ti rinfresca la memoria. Un anno fa eravamo tutti lì, ed è bello ritrovare vecchi e nuovi amici del circolo del jazz. Ma quest'anno l'aria è di festa: la crew della SIdMA dedica l’edizione 2012 del Chieti in Jazz, l’ottava, all’entusiasmo composto, alla perizia garbata e all’elegante estro compositivo del maestro Bruno Tommaso. È lui il “mite guerriero del jazz” di cui si celebrano i fasti. L'omaggio è dichiarato e lui, schivo e sorridente, lo accoglie con la professionalità e la gratitudine di un uomo d'altri tempi, dai modi belli almeno quanto rari. Ed ecco che è lui a farlo a te, l'omaggio.

29 settembre, sabato sera, Auditorium Cianfarani, Chieti. «Si suona per verificare ciò che si scrive, nella migliore tradizione del jazz» (Zenni). E quella che suona è la scrittura di Tommaso, la sua scrittura attenta di arrangiatore e compositore. Apre la voce diafana della chitarra di Roberto Spadoni e si preparano le atmosfere ora dense ora rarefatte dei fiati. Il cordone degli ottoni, Gianni Ferreri (tromba), Francesco Di Giulio (trombone), Mattia Feliciani (sax soprano e tenore), fa da cuscino al clarinetto di Bepi D’Amato. Un intimismo d’apertura che degenera in un groove esplosivo, spinto a miccia dalle percussioni di Luca Di Battista e Fabio Flacco. S'innesta e macina il sax baritono di Italo D'Amato. Monta la prima suite a firma Bruno Tommaso, G. e il Questore: prima pure di pubblico per la storiella d’amore a insperato lieto fine tradotta scaltramente nelle tre danze “Ragione e Sentimento”, “In Giacca e Cravatta” e “Vada Via, trombettiere!”. Tommaso parte dalla narrazione e traduce le aspettative umorali dei titoli in rappresentazioni autentiche e architetture complesse e coerenti dove scrittura e improvvisazione si incontrano e compenetrano, fino a quadrare perfettamente. Tommaso dal pianoforte tiene le fila e guida. Disciplina e rigore sfioriscono nei ritmi calypso della terza danza. Gli assoli dinamizzano un’esecuzione già di per sé vivida e cangiante, piena di colori e suggestioni quasi bandistiche.

Risuona Gillespie e chiude inatteso e sornione un “Reflection” di Monk. È dunque la volta di una seconda prima, quella de The Warrior From Capestrano, composto e diretto sempre da Tommaso. Gioca col suo pubblico, il maestro, e racconta i tre episodi della suite: “Adriatic Dawn” (nel senso di alba), “Visitors” (evidentemente non graditi) e lui, il guerriero, “The Warrior” (e gli epici duelli tra musici). L’alba si leva coi miagolii gelidi della chitarra di Spadoni. Giochi di emersioni e immersioni e dall’acqua tira il trombone di Di Giulio per sprofondare nelle densità tonde, preziose e garbatamente sfumate del contrabbasso di Massimo Di Moia. Si riprende quota per atterrare con violenza nello scontro del gran finale. Ma Tommaso tira fuori un congedo a sorpresa, un congedo che ha le tinte ingenue e fresche degli anni giovanili e le maliziose leccornie degli anni della maturità. Una “danza reale”, labirintiche metamorfosi medievali, alleggerite da un jazz raffinato ed elegante, che si scompone solo quando i trucchetti di Tommaso scatenano l’elettrizzante secondo giro di bis. E il guerriero si licenzia, da conquistatore.

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Chieti in Jazz 2011: noi c'eravamo

Domenica, 09 Ottobre 2011 00:00

 

[E. Augusti] Una otto giorni a doppio appuntamento quella del Chieti in Jazz 2011, giunto alla sua settima edizione. Promosso e organizzato dalla SIdMA, Società Italiana di Musicologia Afroamericana, il CIJ ha proposto anche per quest’anno un percorso di formazione e aggiornamento esclusivo, per addetti ai lavori. Densa la programmazione: laboratori, seminari e masterclass in due panel, Musicologia e Giornalismo Jazz e Arrangiamento e Composizione per Combo e Big Band. Di là dalla cattedra Stefano Zenni, Luca Bragalini, Bruno Tommaso, Roberto Spadoni e un ospite d’eccezione, Javier Girotto. Suo il concerto di chiusura all’Auditorium delle Crocelle a Chieti, l’8 ottobre. Un «concerto in solitudine» (Zenni) dove l’elettronica fa da filtro a un racconto artificiale a più voci, quella estemporanea del maestro argentino e l’imponente edificio sonoro delle sue divagazioni ai sax e al clarinetto basso, rigorosamente in loop. Intervalli ampi, gradini dinamici da vertigine, temi semplici e ficcanti. A quinte aperte, Girotto crea. L’urlo raschiato in gola del sax e le voci della rivoluzione argentina viaggiano attraverso il tempo e si innestano, prepotenti, in quel presente sonoro così evocativo e sofferto. Il fraseggio è violento, dinamicamente spinto. Girotto esplora tutti i registri dei suoi sax, in un delirio che non si scompone. È un climax. Un corno, una voce recitante e il contralto riporta, malinconico e struggente, al passato. Canoni, imitazioni, un contrappunto fittissimo che circola nei loop e si libera nell’improvvisazione. Un oratorio, un cammino mistico, una conversione. Il tema è dolcissimo, e le interruzioni acide. Il dialogo col passato si fa nevrotico e passionale. Quasi lacrima il clarinetto basso. Arrivano i versi di Borges e la coralità intimista a ricordo diAlfonsina Storni e del suo tragico destino. Alfonsina y el mar. Il pubblico è dentro, calato nel dramma da protagonista. Il sax del maestro ne guida il bordone che tiene e sostiene l’intensità della narrazione. Suggestivo.

E dalle Crocelle al Teatro Marrucino. 9 ottobre. SIdMA Jazz Combo e SIdMA Jazz Orchestra in concerto. Roberto Spadoni è il «maestro di cerimonia, ineccepibile e brillante» (Zenni). Il combo, piccolo gruppo di due fiati, chitarra, contrabbasso, pianoforte e batteria, esegue i lavori originali di Riccardo Di Fiandra, Antonio Arcieri, Gabriele Carbone e Maria Cristina Cameli. Arrangiamenti dalle linee snelle e swinganti su standard da There is not a great love a My Romance, passando per Charlie Parker e Joe Henderson. Quando esce di scena il combo, si affacciano sul palco i maestri della SIdMA Jazz Orchestra. Arrangiamenti diClaudio Bonetti, Costanza Alegiani, Marco Fior, Andrea Montanaro, Gloria Trapani eMarco Vismara. Una sezione di fiati incontenibile, tra le riletture ammiccanti di I Mean You e le sinuosità di una ballad come September Song. C’è spazio per la contaminazione partenopea, accennata in Tototò a firma Fior, e per quella febbricitante della latina (chissà poi perché Balkanic) Meditation di Montanaro. L’orchestra perde trombe e tromboni e guadagna una vocal section tutta al femminile: Costanza Alegiani, Maria Cristina Cameli e Gloria Trapani. Tre timbri diversi in una trama sofisticata, dove composizione e improvvisazione non sempre trovano il giusto feeling, ma non tradiscono comunque il risultato finale che resta gradevole.

Borse di studio a Maria Cristina Cameli, Gabriele Carbone e Costanza Alegiani. Chiude il gran finale di Ritorno al futuro, nella rielaborazione pirotecnica di Marco Vismara. Una festa con finale esplosivo. E la gioia è contagiosa.

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