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L'Aaron Parks Trio al Manzoni di Milano

Mercoledì, 13 Novembre 2013 09:14

[E. Augusti] 10 novembre, domenica mattina, Aperitivo in concerto. La rassegna milanese del Teatro Manzoni ospita l’Aaron Parks Trio. Unica data italiana per la formazione che si completa con Thomas Morgan al contrabbasso e RJ Miller alla batteria. Un concerto ristoratore e l’occasione per presentare al pubblico una session che concilia il protagonismo di Aaron Parks (appena uscito per la ECM il suo solo, Arborescence) con la diligenza minimalista di Morgan e Miller.

 

Parks è lì, a sbriciolare frasi su un tappeto di armonie quasi immobili, e a spingerle in avanti con un soffio di voce. Quell’accenno, che accompagna ogni tema, è una ruga che segue graffiante l’espressione di un volto composto e sereno. È una crescendo di suggestioni. Resta il passo della batteria, ora felpato e sordo, ora strisciato. Il contrabbasso è in continua ricerca, segue la scia, ricalca le orme, ripercorre in un’eco disciplinata e composta ogni tema. Intro, e si distende un tune leggibilissimo, seguito pedissequamente dal contrappunto di Morgan. Avvita swingante un nuovo tema. Morgan ci infila un assolo labirintico e spigoloso. La batteria riconquista spazio, misurata e ironica, delicata anche negli accenni che picchettano un po' marchin’. Opaco e quasi svogliato negli assoli, Miller controlla i tempi e recupera carattere nell’interplay. Si cambia registro, di nuovo calato in atmosfere dense e ovattate che trasbordano gli inquadramenti rigidi del tempo. Parks si inchioda all’ostinato del basso, e ci fissa tutto un ambiente armonico. È una passionalità rassicurante quella che si riconosce già dai primi accenni di “Everything I love”, «Because I love everything», aggiunge Parks, didascalico. Uno swing pacato, che si insinua sottopelle, conciliante. Un binario che dondola, fino a ingranare un nuovo tema, segmentato, intercettato subito dal walking stretto del contrabbasso. Chiude cadenzato, rigoroso, disciplinatissimo, senza però cedere alla tentazione dell’ultimo colpo di basso. L’enciclopedia di Parks testa il ternario, ricco di lirismo, composto e personale. Basa un nuovo binario, ed è una formula caratterizzante, di un white jazz a modo, che si ritrova in ogni frammento. «I  played a solo piano, but I don’t remember what it was», confessa giocando col pubblico. “Cartoon Element” chiude, e si corre verso il finale. Disgrega e frammenta, per poi trovare stabilità in accordi a piombo superpedalizzati. C’è un formalismo di impostazione al quale Parks torna sempre, riconoscibilissimo, uno spirito classico che disciplina ogni suo istinto deformante. E il gioco a tre funziona con una naturalezza devastante, liscio, imperturbabile, disinvolto. Molto più che democratico.

Pubblicato in Report

 

Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia, all’inizio del loro sodalizio. Riproponiamo questo "C’era una strega, c’era una fata", estratto da Radici, 1995. Grande equilibrio tra scrittura e improvvisazione, anche nella durata degli assoli, e un’idea raffinatissima di narrazione. Spiana e danza la fisarmonica, ironica e vezzosa, tra le linee morbide e sinuose del clarinetto. Magia genuina di un altro tempo.

Pubblicato in Elezioni Sonore

NORMA WINSTONE - Just Sometimes

Giovedì, 03 Maggio 2012 08:23

Non sempre. Magari a volte. Ma quando accade, accade che arriva improvvisa e passa lenta. Norma Winstone e la sua voce leggera e ferma, appena sussurrata, a raccogliere un accenno di melodia. Sogna, e la accarezza soffice il piano complice di Glauco Venier, mentre dalla seconda linea borbotta saggio il clarinetto basso di Klaus Gesinger. Una perla. Estratto da Stories Yet To Tell (ECM Records 2010).

 

Pubblicato in Elezioni Sonore

ARVE HENRIKSEN - Recording Angel

Sabato, 08 Dicembre 2012 09:29

Definirlo minimalista sarebbe quasi sminuirne la straordinaria portata tensivo-emozionale, debordante. Recording Angel è la trasfigurazione dell’essere, l’ultima metamorfosi di un’identità che si muove, lenta, nello spazio percettivo di un risveglio boreale. Le voci non si scompongono, oscillano immobili, sospese nell’evanescenza di un ricordo interamente imbastito dall’elettronica. La tromba soffiata di Henriksen s’inserisce guaendo: racconta un epilogo sinistro, e ghiaccia l’anima. L’album è Cartography, 2008.

 

Pubblicato in Elezioni Sonore

JAN GARBAREK - We are the stars

Sabato, 24 Marzo 2012 07:10

Registrato a Oslo, nel marzo del 1998, We are the stars è il quarto brano del vol. 2 di Rites, a firma Jan Garbarek. E’ un brano intenso, mistico, fortemente suggestivo. Le atmosfere sospese dei synth di Bugge Wesseltoft sono penetrate magistralmente dal sax di Garbarek che prepara e distende lo spazio contemplativo in cui trovano quiete le voci luminose ed evanescenti dei fanciulli del Choir Solvguttene. Nostalgico e malinconico, ma con lo sguardo rivolto al cielo. Più su, le stelle. Interessante scoprire quanto e se perde l’ascolto nella recente rivisitazione del brano da parte dello stesso Garbarek e dell’Hilliard Ensemble: Officium Novum (track 11.) è uscito lo scorso settembre 2010, per la ECM.

 

For we are the stars. For we sing.
For we sing with our light.
For we are birds made of fire.
For we spread our wings over the sky.
Our light is a voice.
We cut a road for the soul
for its journey through death.
For we face the hills with disdain.
This is the song of the stars

 

 

Pubblicato in Elezioni Sonore

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