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[E. Augusti] Decidere di dedicare un album a Wayne Shorter è cosa coraggiosa e impegnativa. Coraggiosa perché va a sfidare le abitudini d’ascolto di orecchie affezionate e devote al suo intramontabile Speak no evil; impegnativa perché non si può far tutto, e per quanto si possa essere devoti, non tutto piace. Bisogna scegliere. E per scegliere ci vuole criterio e la consapevolezza che occorre una certa sensibilità per raccontare a tasti quello che è nato da un soffio.

 

Lorenzo Paesani (piano), Luca Dal Pozzo (double bass) e Dario Mazzucco (drums) c’hanno provato e ci sono riusciti, coraggiosi, impegnati, criteriati. L’album Wayne’s Playground (ABEAT Records, 2011) ha tinte vivaci, e non perde una virgola in equilibrio ed eleganza. Quello che hai davanti agli occhi è il parco giochi di Wayne, stilizzato dall’artwork di Barbara Adly, uno spazio di genio e nostalgica allusione a un jazz che pizzica e coccola ancora. Tre i giocattoli lasciati nel centro, pronti all'incontro con la sperimentazione e il divertimento. Dietro quel parco di spensieratezze, c’è il lavoro filologico, attento e accurato di Paesani, Dal Pozzo e Mazzucco, un lavoro che è in grado di recuperare effetti e contesti, e riabilitare il linguaggio serio del gioco. Wayne’s Playground ha dentro tutta quella predilezione di Shorter per gli sbalzi melodici e per le digressioni cromatiche, e tutta l’astrazione dei suoi quadri, profondamente ancorati all’hard bop. Carico di colori e spinto con gusto nelle dinamiche, l'album resta però un po’ cerebrale e controllato. Risente delle costrizioni da studio, e ha una complessità progettuale invadente che penalizza a volte la spontaneità esecutiva dell’improvvisazione, perdendo per strada la terza dimensione.

Eppur si muove. Dalle allusioni trascinanti di “Witch Hunt” alla sensualità ubriaca e stanca di “Nefertiti”. Dai ripensamenti lenti con sferzata a sorpresa di “Wild Flowers” alle circolarità irregolari di “Pinocchio”.

Frammentato e spinto nelle poliritmie è proprio “Pinocchio” a identificare lo spirito dell’album. La sua è la dimensione del gioco che sfugge al controllo ingessante del tempo. Fa da spartiacque e apre a “Virgo”. Ecco lo Shorter di Night Dreamer. Mazzucco riscopre percussività più morbide, sempre protagoniste, accattivanti e ben caratterizzate. Spazzolata, e si ritorna alle sonorità del primo capitolo, in una parabola di dinamiche che va a riempire. “Night Dreamer”. Nessuna pioggerella di stelle e lucine a cascata alla Tyner, ma uno stimolante annuncio di quarte consegnato a Dal Pozzo. Annuncio di un assolo che Paesani sviscera, acrilico, e snatura in un festoso clima da jam che mette di buon umore e carica. “Fall” è un salto nell’esotico. Si muove con curiosità e circospezione nelle linearità discorsive di Dal Pozzo. “E.S.P.” riprende. Sono gli anni del quintetto di Davis. Frenetica e umorale, “E.S.P.” schizza, put-pourrì ben condito di giochi ritmici dove Mazzucco la fa da padrone. “Infant eyes” è liquido e ripiglia il filo della narrazione. Ancora Speak no evil. L’aderenza mistica al pensiero di Shorter si raccoglie, intima. “Elegant people” chiude con le escursioni di Dal Pozzo. È lo Shorter dei Weather Report, quello delle distorsioni elettriche funkeggianti e delle percussioni acide. E il Trio c’è dentro, catalizzante
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RINO ARBORE QUARTET - Sweet Wind

Giovedì, 03 Maggio 2012 15:07

 

[E. Augusti] «L’interplay non è solo frutto di impegno e conoscenza. L’interplay è magia», appunta Rino Arbore. E se di magia si parla, cade a pennello il suo Sweet Wind, di nuova uscita per la No Flight Records. L’album è una carezza, una sospensione alcolica all’interno della quale si disperdono i suoni della sua chitarra investigatrice e del flicorno grinzoso di Roy Nikolaisen. Ed è proprio la voce di Nikolaisen a contaminare di nord, ora alla tromba, ora al flicorno, un’esplorazione sonora che nasce, intima, più a sud. Camillo Pace (contrabbasso) e Gianlivio Liberti (percussioni) sono, insieme ad Arbore, l’anima pugliese del Rino Arbore Quartet, attivo dal 2008.

Sweet Windgode di un’omogeneità di suono palpabile, che irradia lo spazio di un’istantanea color seppia, la stessa che trovi nel booklet dell’album.

Nove tracce. “New Spring” è un germoglio. La circolarità inversa dei terzinati di Arbore, avvolti alla matrice dei suoi intervalli ampi, diventa un bel lick alla Bernstein. Godibilissimo. Dall’arco al pizzico e viceversa, Pace traccia itinerari sinuosi, scanditi e poi raccolti dal drumming felpato di Liberti. Evapora, denso. “Light On The Bridge” riavvolge, in un turbinio di gesti interrotti e frammenti acid allusivamente davisiani. “Blues 9” è un gemito che collassa nei noises di Nikolaisen. Liberti snocciola, calibratissimo, e prepara le intenzioni blue di Pace. “Photo from Italy” divaga, vintage. Si muove, seguendo l’istinto lirico di un’improvvisazione audace, precipitata in un ambiente equilibrato e raffinato, dove ogni pensiero estemporaneo trova quiete e distende, sempre dinamicamente a suo agio. Diventa un “Place”, da raggiungere in un ternario capriccioso, che dilata e ritorna, nel racconto languido della chitarra di Arbore. Altra inversione di marcia. “Snow Silence” esita, quindi riprende il discorso della track 2. Gli spazi sono rafficati, e resta ben poco di silente. Le arcate lunghe di Pace spingono, accelerando un percorso degenerativo che fa da controcanto all’intimismo diffuso dell’intero album. Comunque calzante e ricco. “Sweet Wind” è una dichiarazione di identità, coerente e ben delineata.  L’avvio alla conclusione con “Bon Ton” spezza e infarcisce la storia di un’irriverenza che farebbe trasalire il buon Della Casa. Quasi bandistico nelle escursioni dinamiche e nei fraseggi, diverte e colora nei dialoghi Arbore-Nikolaisen. Un bel gioco. Chiude “Last Passage”, e Arbore ci mette la firma. Personale e evocativo di quella nuova stagione che ne aveva avviato il viaggio.

 

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RADIODERVISH - Bandervish

Venerdì, 03 Febbraio 2012 14:44

[E. Augusti] Il Sud, e le sue storie di devozione e tradizione. La processione, le genuflessioni, le bancarelle, le luminarie. E ancora i veli neri, la gente che si affolla per le vie del paese, il ben vestire, lo zucchero filato, i palloni all’elio, i segni di croce.  E la banda, «in un certo senso – commenta nelle note di copertina Livio Minafra – la colonna sonora del Sud». Come dargli torto. Ed è un Sud invadente quello che vien fuori da Bandervish, l’ultimo lavoro a firma Radiodervish, con Livio Minafra e la Banda di Sannicandro di Bari, diretta da Francesco Loiacono.

Uscito per la Princigalli Produzioni/Il Manifesto nel 2010, Bandervish è un progetto originale e fortemente suggestivo. Con l’ "Intro" bandistica di presentazione del complesso strumentale, si apre il racconto di un tempo ritrovato, quello dell’incontro tra due culture diverse, avvicinate da un mare che raccoglie e protegge, sempre protagonista. Bandervish è un’onda, un album di immersioni ed emersioni, di scambi più che di contaminazioni. Gli arrangiamenti di Minafra, mai invadenti, alleggeriscono gli interventi bandistici, esaltandone naturalmente i colori. Un’antologia che impreziosisce la selezione, già attenta e coerente, delle pagine più intense della discografia dei Radiodervish. Da “L’immagine di te” a “L’esigenza” a “Sea Horses”, fino alla più intima corrispondenza di tradizioni, con “Lamma Badà” e “Fogh En Nakhal”. La  voce di Nabil Salameh, sempre magnetica e conturbante, seduce. Un amalgama che avvolge, e sorprende piacevolmente nella scelta delle partecipazioni di Pino Minafra al flicorno soprano e alla tromba, di Roberto Ottaviano al sax soprano e di Gaetano Partipilo al sax contralto. A completare il nutrito complesso, Michele Lobaccaro (contrabbasso elettrico e chitarra acustica) e Alessandro Pipino (pianoforte e fisarmonica, e un’infinità di oggettucoli sonori). 

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[E. Augusti] Tempo di strenne natalizie, e l’album del Silvia Manco Trio arriva puntuale. Suddenly It’s Christmas Time (Mordente Records, 2011) è un’antologia di classici e non classici d’ispirazione natalizia, tutti rigorosamente incipriati di jazz. Accanto a Silvia Manco, pianista e lead vocalist del Trio, c’è Giuseppe Bassi al contrabbasso e Fabio Accardi alla batteria.

Da “Jingle Bells” a “What Are You Doing New Year’s Eve”, da “Borboleta” a “Zat You, Santa Clous?”, l’album sorprende per la sua ricercatezza compositiva. Al di là delle macinatissime standard song americane, Suddenly It’s Christmas Time raccoglie, infatti, inusuali e appassionati contributi a tema, tratti dal repertorio popolare internazionale. Dall’intimismo soul americano al drumming coinvolgente del Brasile, passando per la dolcezza berliniana di un bianco Natale alla compostezza dei carol inglesi, l’album scorre piacevole e disinvolto, calando sin dalle primissime battute in un’atmosfera magica di fiocchi e lucine. Il tutto in stile Manco, sempre discreto e leggero. Un po’ ingenuo il pianismo, ma raffinata e ammaliante la voce. Una chicca l'inedito a firma Manco, title track del progetto.  Special guests del Trio, Gaetano Partipilo e Max Ionata ai sax alto e tenore. 

 

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ESSENTIAL DUO - La collina dei sogni

Sabato, 08 Dicembre 2012 14:14

[E. Augusti] L’ennesimo esperimento di musica nuda? Qualcuno potrebbe non lasciarsi sorprendere. Essential Duo  invece ci mette del suo, e il risultato ti sorprende, tant'è insolito e accattivante, di una semplicità magnetica. La collina dei sogni (La Collina dei Ciliegi/Preludio, 2011) è un racconto puro, che scorre lento: due voci, quella di Tullia Barbera e di Raoul Moretti. Lei, vocalist dal timbro graffiato nel registro medio; lui, arpista attento e raffinato.


La collina dei sogni è insolito perché ti propone un accostamento vocale-strumentale che supera uno dei più apparentemente insormontabili pregiudizi di genere nella musica.
È insolito perché in undici cover track riesce a tirar fuori da battutissimi e indimenticabili brani del panorama pop-rock internazionale come "Sweet dreams" o "Nothing Else Matters", passando per "What’s up" ed "Everybody Hurts", un’anima inaspettatamente soft. E qui i meriti del pizzicato e degli arrangiamenti di Moretti sono manifesti, almeno quanto la dolcezza destrutturante della voce della Barbera.
È insolito perché sembra raccogliere due album in uno. Quattro inediti, una personale un po’ acerba a firma Barbera-Moretti, ritagliano uno spazio “altro” nella sequenza. "Fotografia", "Momento perfetto", sono istantanee di vita, frammenti di ricordi, voci, profumi, sapori, appunti di un’intimità che pare si debba condividere a tutti i costi.  Intensi sì, ma un po' fuori contesto. Ciò nonostante, la prosa in musica esalta al meglio, nella nuda compostezza dei ricami dell'arpa di Moretti, la teatralità dell’impasto timbrico della Barbera. Vale questo. Piacevole la cantabilità del brano d’apertura che dà il nome all’intero lavoro.

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