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L. CHAMAMYAN - Love in Damascus

Giovedì, 10 Luglio 2014 09:33
 
Eri già scomparso
prima ancora di arrivare
come un duetto
improvvisato
di cui ricordi
ogni passo nella sala.
 
I rintocchi
mai scanditi
ti riportano
alla rosa
dove i venti
in un punto d'incontro
ci resero perfetti...
 
...e tu lo sai appena
e quel che sai
non te lo spieghi...
 
Saltello
su ciottoli di nuvole
appena allineate
forse ti raggiungo
poi scappo
perchè il nettare
non è di sempre
e va distillato
come birra di miele
 
Sposti fili di capelli
dal mio viso
come si fa nell'amore
quando si cura
e la medicina
diventa premura.
 
Forse ancora
o forse mai più
perchè il vento
nella rosa
muove l'onda
e la vela.
 
D. Schiarini, Danza nel vento
 
 
[sel. E. Augusti]
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J. JOHANNSSON - Flight From The City

Mercoledì, 19 Marzo 2014 15:25

 

Si avvicinò alla porta d’ingresso.
Delicatamente Marta prese il soprabito, lo stesso soprabito che aveva la sera del nostro incontro, si avviò all’uscita. Uscendo la sua immagine si riflesse, ancora, nello specchio dell’ingresso.
Nello specchio, il volto di una donna triste. Una tristezza inespressiva e opaca le aveva irrigidito le labbra.
Cosa le era accaduto?
Nulla, apparentemente.
Lei aveva atteso
che qualcosa cambiasse.
Atteso,
come se l’attesa avesse il potere di sospendere il tempo o di renderlo reversibile.
Un uomo la stava guardando con insistenza.
Ero io. Marta abbassò lo sguardo.
Uscì.
Restai fermo. Non mi mossi. Non dissi una sola frase.
Mi sentivo stanco e disarmato.
Non avrei ottenuto nulla se le avessi parlato,
se l’avessi seguita.
 
G. Brevetto, Marta (2012)
 
 
 
[sel. E. Augusti]
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BAPTISTE TROTIGNON - Vibe

Mercoledì, 01 Ottobre 2014 09:18

Deh! non fallirmi

Nel più grave cimento, o mia balestra,

Tu che in tanti convivi, in tanti giochi

M'hai fedele obbedito

Oggi soltanto

Reggiti come suoli, o corda mia,

Ed ali al dardo non fallaci impenna.

Se questa freccia dalla man mi sfugge

Senza cogliere il punto, una seconda

Più non ho che l'emendi

 

F. Schiller, Guglielmo Tell, [trad. A. Maffei] (1835)

 

 

[sel. E. Augusti]

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ROSEAUX - Indifference

Martedì, 21 Gennaio 2014 08:55

Era naturale, e tuttavia non era indifferente; mi ricordavo che la mia sorte era d'inseguire dei fantasmi, degli esseri la cui realtà era in buona parte nella mia immaginazione; ci sono esseri infatti — ed era stato sin dalla giovinezza il mio caso — per i quali tutto ciò che ha un valore determinato, constatabile da altri, la fortuna, il successo, le posizioni brillanti, non contano; ciò che loro è necessario, sono i fantasmi. Vi sacrificano tutto il resto, mettono tutto in opera, si servono di tutto per ritrovare quel fantasma. Ma questo non tarda a svanire; allora se ne rincorre un altro, anche a rischio di tornare poi al primo.

 

M. Proust, Sodoma e Gomorra, [trad. di G. Marchi, Newton Compton] (1990)

 

 

 

[sel. E. Augusti]

 

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BARBATUQUES - Baianá

Mercoledì, 19 Marzo 2014 10:02

Straordinari questi quattordici ragazzi. Loro sono i Barbatuques, un unico corpo che batte a ritmo di samba. Body percussion? Ecco cosa si può fare!

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TJF 2013...about

Domenica, 05 Maggio 2013 19:50

 

[E. Augusti] 2.5 maggio 2013 - Di ritorno, verso casa. Del TJF si è scritto tanto in questi ultimi giorni. Difficile fermarne un’istantanea, ora. Eppure, a ottomila piedi d’altezza si pensa meglio. E queste righe di Barenboim aiutano la riflessione. Fermo un pensiero, per riprenderlo tra qualche giorno, alla giusta distanza, di nuovo. 
 
La musica è un tutto (2012), scrive il maestro Barenboim. E aggiunge, «l’irripetibilità è una delle caratteristiche più forti e significative della musica». Se questo è vero per la musica classica, alla quale Barenboim si riferisce, lo è ancor di più per il jazz, dove a farla da padrone è l’improvvisazione, irripetibile per definizione. Oltre la «mitologia dell’improvvisazione», però, come direbbe il nostro direttore Stefano Zenni, il jazz è anche composizione, tanto nel senso nobile di scrittura (pensiamo al “monolitico” Monk), quanto in quello, non meno nobile, di mosaico. Una mappa coloratissima di transizioni, traduzioni, migrazioni, permanenze, persistenze, contaminazioni. Osservato da una prospettiva globale, il Torino Jazz Festival è una composizione, un mosaico che si lascia percorrere dalle stesse geografie di una storia del Jazz: e perché non proprio quella di Zenni? L’imprinting del direttore c’è, ed è riconoscibilissimo: il Torino Jazz Festival ne è stata una traduzione per certi aspetti necessaria. A Torino il jazz ha incontrato il mondo, e il mondo ha incontrato il jazz. Basti ripercorrerne il cartellone, densissimo. Basti scorrerne le statistiche, a migliaia. Ma nomi e numeri li lasciamo a chi di dovere. Noi possiamo dire dei volti, tanti, tantissimi, che abbiamo incrociato e incontrato in questa swingante sei giorni da paura. Se negli anni Venti del Novecento la «sincera aspirazione» di un uomo come Paul Whiteman era stata quella di "elevare" il jazz al livello della musica classica, di farlo uscire cioè dalle sale da ballo o dai teatri per portarlo nelle sale da concerto, oggi è la sfida di un festival a "elevare" il jazz a musica per tutti: fuori dai club e dai circuiti di nicchia si impone alla piazza. A Torino, però, lo fa con gratuità, con la gratuità di un dono. Ecco. L’irripetibilità e la gratuità. Sono questi i due pensieri che fermerei sul Torino Jazz Festival edizione 2013. Due pensieri o, meglio, due spunti. Dell’irripetibilità, in qualche modo, ho detto. Della gratuità direi che la scelta di un festival così liberamente fruibile è stata, su tutte, quella che lo ha reso davvero bello. Ci si sorprende della bellezza. Ci si sorprende dei numeri. Ma perché? Un primo maggio tutto in jazz può funzionare? Via gli scettici, certo che funziona. Funziona perché è bello, e perché in piazza Castello ci arrivano tutti: quelli che il jazz lo amano e lo scelgono; quelli che il jazz lo sentono, per caso; quelli che il jazz non lo conoscono; perfino quelli che il jazz “non lo capiscono”. Fermarsi non costa nulla, e se mi piace, resto pure a godermi la festa. Irripetibilità, gratuità, e poi? E poi una lista, una di quelle che mi piacciono di più. L’euforia, la concitazione, il fermento, la pioggia, gli ombrelli colorati, gli abbracci, i sorrisi, gli stop, i no, i pass, i fai presto, le strade, la gente, i volti, i pensieri, quelli sciolti e quelli accompagnati, gli amici, i vecchi e i nuovi, i click, i flash, i per favore, i post, i tag, i link, sbadiglio. I corri, la mappa, i luoghi, la piazza, il locale, il drink, il long drink, le tabla, il couscous, l’aperitivo, il libro, la proiezione, il flash mob, l’arco, l’archetto, gli strumenti, il delirio, la festa, la gioia, ancora la danza, l’attesa, la sorpresa, la notte, sbadiglio. La stanchezza, che non è stanchezza, ma sazietà. Cibàti di musica. Per una sei giorni irripetibile, che non passerà. Grazie a tutti, e buon jazz, sempre!  
 
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TJF 2013 Live Diary - Back

Venerdì, 03 Maggio 2013 09:16

 

Ecco come ti racconto il Torino Jazz Festival. Back.

 

 

 

 

 

 

 

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TJF 2013 Live Diary - 30 aprile

Martedì, 30 Aprile 2013 15:59

30 aprile 2013, h. 14.00 - [E. Augusti] Oggi si festeggia la giornata internazionale del Jazz. Decidiamo di prendercela comoda, e di raggiungere gli amici del Cafè des Arts per il concerto del duo Kamod Raj Palampuri & Nabil Hamai. Couscous per accompagnare piacevolissime sonorità world. I ritmi intonati delle tabla incontrano le curve stridenti del violino. Palampuri picchetta di sinistra e spalma di destra le sue tabla, mentre Hamai stende ampi fraseggi interrotti a tratti da circoli di ostinati. Aperture lunghe e intime si canalizzano all'improvviso in loop testardi in 7/4. Crescono finchè possono, per poi disperdersi in suggestivi pianissimo. Il violino acciacca e langue nelle arcate distese. Introduce un tema legato, che puntella in coda. Si va per imitazioni. Ma il concerto diventa presto un'occasione didattica. Palampuri racconta il suo strumento come un incontro di figure, maschile e femminile. Gioca, e ci mette tutta una storia a giustificare con arguzia, ironia e tanta fantasia le diversità timbriche delle tabla. Geniale e divertente. Il pubblico partecipa, e anche noi. 

 

 

30 aprile, h. 16.40 - Dopo un lungo, lunghissimo giro per le vie della città, raggiungiamo il Museo Regionale di Scienze Naturali. Ad attenderci, i 3quietmenRamon Moro (tromba/flicorno/fx), Federico Marchesano (basso elettrico/fx) e Dario Bruna (batteria). Stefano Battaglia al pianoforte accoglie, in un solo intimo e partecipato, il racconto de Le città insivisibili, a cura del CLG Ensemble (Salvatore Milazzo - batteria/oggetti/percussioni, Nicola Basso - batteria, Claudio Mazzitelli - grancassa, Gigi Gobbato - tromba, Giacomo Coste - percussioni, Dario Bruna - marimba) e delle sue voci narranti (Roberto Olivero - monologhi e letture, Fabio Oldano e Francesca Bardino - budda e gli esploratori, Maurizio Franciosi - statua). Il racconto delle città invisibili diventa la storia di un invisibile. Roberto racconta la follia, e lo fa con gli occhi di chi ha subito e di chi conosce la presunzione di quanti hanno creduto di poterla disciplinare, la follia. Battaglia carica. E' una massa d'acqua che schiaccia e sostiene. Da quelle atmosfere surreali, dove la confusione è fisica quanto la testa che la contiene, riaffiora lento il gemito della tromba effettata di Moro.  Quel corpo sonoro, così compatto, rotola e scava tra i pensieri. «La città era calma, ma nella notte tutto appariva dentro al buio». Persiste la marimba a martello. Effetti sinfonici e una profonda ricerca dell'incontro nella poliritmia. Intenso e suggestivo. Barcolla. Le sonorità si percepiscono disturbate. Tornano poi spesse, dense, e riempiono. Va tutto via. Ciò che resta è il tempo, sordo, che continua a scorrere scandito da una grancassa. 

Poco più in là è lo stesso Museo a ospitare la fotografica Jazz de J à ZZ di Guy Le Querrec, per la prima volta in Italia. Interessanti e suggestive le installazioni. Curiosiamo ancora un po'.

 

 

30 aprile, h. 18.20 - E se poi all'improvviso ti venisse voglia di mettere da parte quei pensieri, distrarti, e perché no, ballare? In piazzale Valdo Fusi troveresti Dorado Schmitt e il suo sestetto di famiglia a rallegrarti l'anima. In realtà Dorado si fa attendere, ma chi lo aspetta sa come colmare quell'attesa. Si celebra la tradizione manouche, con rivisitazioni che vanno a comporre un medley squinternato, divertente, di grande effetto. Ci trovi dentro suggestioni balcaniche, morsi di sirtaki e csárda, e un ritmo saltellato che ti scuote. Dorado alla fine arriva, e quella del Torino Jazz Festival è la sua esclusiva italiana. Esplode lo swing più coinvolgente. Grande virtuosismo e la piazza è in festa. Arriva il bis con "Bossa Dorado". 

 

 

30 aprile, h. 21.05 - Dopo una sosta al vecchio bar di Piazza Vittorio Veneto, raggiungiamo il main stage di piazza Castello. Ingresso in solitaria per l'imponente McCoy Tyner. Passo incerto, e un cappello che gli scende severo sulla fronte. Non esita, e appena sulla tastiera, le sue mani nervose e ossute afferrano. Il suo è un linguaggio misurato, elegante, che emoziona per quello che ha detto, e per quello che ha da dire. E' l'autorevolezza di chi c'era, coi grandi della storia del jazz. Così anche per i suoi compagni di viaggio, da Gary Bartz (sax) a Bryan Lynch (tromba), e poi Conrad Herwig (trombone), Gerald Cannon (contrabbasso), Francisco Mela (batteria) e Giovanni Hidalgo (percussioni). E' un jazz gentile, quello di stasera, che ci porta dritte al cuore della notte.

 

 

1 maggio, h. 01.15 - Abbiamo fatto 30? Facciamo il 1^! Grande festa del jazz...stiamo arrivando!!! 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

...sfoglia il Live Diary Back!

 

 

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TJF 2013 Live Diary - 29 aprile

Lunedì, 29 Aprile 2013 18:09

29 aprile, h. 14.30 - [E. Augusti] La fame comincia a farsi sentire. Risveglio comodo, questa mattina. Ci sta, dopo le danze etiopi di ieri sera in piazza Castello col grande Mulatu Astatke. Pensiamo bene di raggiungere il Cafè Des Arts, dove ci attendono gli Improbabel. Duo personalissimo, Erika Sollo (voce) e Michele Anelli (contrabbasso). Un esperimento di musica nuda intenso, intimo. Si gioca coi suoni secchi e non intonati del contrabbasso, mentre la voce s'insinua, morbida. Effetti ed echi di profondità. Elettronica e noise, dalle atmosfere sinistre di Komeda ai respiri di Wheeler. Escursioni spazio-temporali che arrivano fino al folk giapponese, con una preziosa interpretazione di "Sakura". 

 

 

29 aprile, h. 16.15 - Dal Cafè Des Arts al Circolo dei Lettori. Musica e parole si incontrano in un esperimento di blues in italiano. Prova a raccontarsi Francesco Forni, alla chitarra. Ci dice dell'album con Ilaria Graziano, e del suo approccio creativo. Scambio di impressioni e curiosità col Direttore Zenni e inforca la sua vecchia Höfner. Omaggio a Django Reinhardt, "Minor Swing", e inizia il suo personale, «entrare può voler dire non uscirne più». «Ci siamo rivisti senza incontrarci...in un giorno qualunque...sarò io ad incontrarti...perché fai parte dei miei vizi». Blues. 

 

 

29 aprile, h. 17.12 - Ci trasferiamo un isolato più avanti. In Piazzale Valdo Fusi si celebra la collaborazione del Torino Jazz Festival con il Festival Rendez-vous de l'Erdre di Nantes. Sul palco, i Sidony BoxElie Dalibert (sax), Manuel Adnot (chitarra) e Arthur Narcy (batteria). Scariche di adrenalina pura. Ne sa qualcosa Narcy. Fisico e brutale, taglia in due l'aria con la precisione di un chirurgo e aggancia fermo le spirali in loop della chitarra noise di Adnot. Dalibert resta strutturato, ma strilla un motivo ancora fortemente evocativo. C'è una cura maniacale per il dettaglio, e nell'improvvisazione niente è lasciato al caso. Le linee melodiche respirano, sospese. Magnetici.

 

 

29 aprile, h. 18.10 - Restiamo qui. Cambio palco, ed è il suono degli ottoni a precedere l'arrivo della Gianluca Petrella Cosmic Band. Il Piazzale si trasforma. Petrella è lì ad animare, ordinare, caricare un groove radioattivo. Potente e solida nei suoi labirinti onirici, la Cosmic Band sa dove cedere alle istigazioni del suo leader. Percorre il palco, a passo deciso, e il trombone ne mima il movimento. La prima linea è compatta, come una trincea, impenetrabile. Grande spazio ai synth di Alfonso Santimone, che raccolgono le suggestioni electro di un jazz esplorativo e audace. Il coinvolgimento è totale.

 

 

 

29 aprile, h. 20.50 - Il cioccolato non basta. Via Po di gran passo, e sosta obbligata per un kebab al volo. Tra pochi minuti per la sezione "Main" il palco di Piazza Castello ospiterà Miles Smiles, il progetto a firma Wallace Roney (tromba), Rick Margitza (sax), Joey DeFrancesco (organo), Larry Coryell (chitarra), Ralphe Armstrong (basso elettrico) e Alphonse Mouzon (batteria). Loro sono cinque giganti, perfettamente a proprio agio sul main stage del TJF. Ascoltandoli, e guardandoli, ti viene in mente una di quelle scene tipicamente maschili, di uomini sprofondati in divani di vecchia fabbrica a guardare l'ennesima partita di football, sorseggiando una birra ghiacciata e commentando a voce alta ogni azione. Di quegli uomini che urlano "Fallo!" e lo scambio potrebbe continuare per delle ore, per dei giorni, a discutere del se ci sia stato o meno. Ecco cos'è l'interplay tra Roney e i suoi, un rimpallo naturale di obiezioni precise e cariche di passione. C'è vigore, energia, intimità, familiarità, e un pensiero forte al Miles degli anni Settanta. Mouzon macina chilometri, marcando ogni passo sullo splash. Jones carbura, e traccia solchi profondissimi. Conversa, DeFrancesco, e lo fa con la sufficienza di chi sa già come va a finire. Braccio sinistro sciolto, appeso sul fianco, mentre la sua mano destra agguanta gli argomenti più insoliti ed efficaci, in un funk esplosivo che non teme confronti. C'è tanta ironia, e un genio poderoso e dirompente. Regalano una ballad da bis, a sorpresa, sul tema di "Time after Time". Splendidi. 

 

 

 

 

29 aprile, h. 23.00 - E la buonanotte del Fringe sul lungofiume. Boltro

30 aprile, h. 02.41 - E se andassimo a dormire? Buon International Jazz Day a tutti! 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

...continua a leggere il Live Diary...30 aprile!

 

 

 

 

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TJF 2013 Live Diary - 28 aprile

Domenica, 28 Aprile 2013 11:23

28 aprile, h. 10.50 - [E. Augusti] TJF al terzo giorno. Siamo al Circolo dei Lettori. Tra pochi minuti Francesco Martinelli presenterà Django. Vita e musica di una leggenda zingara, il lavoro di Michael Dregni (2004) tradotto e curato dallo stesso Martinelli e riedito ora, in collaborazione con la Fondazione Siena Jazz, per la EDT. Il profilo di Django Reinhardt, uomo e musicista, è tracciato in tutta la sua eccezionale complessità, e trova al Torino Jazz Festival uno spazio d'approfondimento, scientifico, a portata di tutti. Martinelli ne ripercorre la storia, dalle origini della sua gente, all'infanzia del carrozzone, al dramma che ne sconvolse la vita e lo portò a diventare quello che oggi rappresenta per la storia del jazz, un'icona cioè della sua anima più "gipsy". Martinelli snocciola aneddoti e curiosità, a farcire le pagine più intense di una storia del jazz sconosciuta ai più. Poco più in là, la mostra multimediale Django Reinhards Swing de Paris, fortemente voluta da Stefano Zenni, in collaborazione con la Cité de la Musique di Parigi. 

 

 

28 aprile, h. 14.00 - La domenica effervescente del Torino Jazz Festival continua sul palco Fringe col Tineke Postma 4tetFabio Giachino al pianoforte, Davide Liberti al contrabbasso e Ruben Bellavia alla batteria accompagnano il sax di una Tineke Postma in splendida forma. La sua voce soffiata spinge fino al limite, per ritornare morbida ai volumi che le sono più congeniali, sulle tracce di Bill Evans. Approfittiamo del brunch creolo New Orleans, allestito sul lungofiume dei Murazzi e via verso il Circolo dei Lettori.

 

 

28 aprile, h. 15.58 - Al Circolo dei Lettori si continua con la rassegna BookMarcello Piras propone un titolo provocatorio per una conferenza che vuole mettere in discussione l'assunto sulle origini, americane, del jazz. Da dove gli USA hanno ricevuto il jazz? lascia già intravedere la risposta al quesito. L'allusione è dichiarata al fenomeno delle migrazioni e delle recezioni di qualcosa che se non è jazz ci somiglia, e viene da lontano. Nessuna origine dal basso, dunque, nessun campo di cotone. Se l'autorappresentazione di un jazz tutto americano trova nelle finzioni anagrafiche dei suoi protagonisti ottocenteschi il sospetto, e nell' "insularity" degli USA la sua spiegazione psicologica, la satira di fine secolo ne svela l'errore. Si pensi alla copertina del The Mascot del 1890. Proiezione. Quello che si ascoltava a New Orleans in quegli anni aveva il gusto delle "balene arabe" e "delle scimmie ripiene", attraeva e respingeva allo stesso tempo. L'esotico comunque arrivava, e non viaggiava sui fiocchi bianchi trasportati dal vento, ma sui legni battenti bandiera francese. Tanti gli spunti e i materiali per riflettere. L'occasione è preziosa per lasciarsi incuriosire. Addetti e non addetti ai lavori.

 

 
28 aprile, h. 17.12 - La pioggia non accenna a fermarsi. Andiamo verso il Teatro Regio. Il maltempo ha dovuto fare i conti con la straordinaria organizzazione del TJF. Il concerto tanto atteso del grande Abdullah Ibrahim si farà comunque, e in teatro. E forse è un bene, visto che Ibrahim dedicherà al suo pubblico un concerto in solo. Quale location migliore per un incontro così intimo? C'è fermento e grande attesa. E lui arriva a passo svelto, guarda il fondo nero, si siede al pianoforte, ed è già dentro la musica. Sulle note di The Wedding, confessa l'anima di questo incontro. La sua mano sinistra è ferma, nel metro severo di un legatissimo su cui sfilano, leggeri, i ricami della destra. E' un corale bachiano, e ogni tentativo di rompere quell'intimità con stop, doppie terze, ostinati e ribattuti, resta ammansito dalla severità rassicurante dell'accompagnamento. Ogni insistenza si spegne nella sua voce, così mesta e nostalgica. Un basso sincopato tenta un nuovo modo, innesti afro ne cambiano il carattere, si restringono gli spazi per poi allargarsi in un racconto essenziale, minimo dove si immagina lo spazio di un interplay. Le dinamiche riportano a uno spiritual, mentre il basso invoca un blues. Swinga un po', ma cede dopo poco. Un grande arabesque porta lontano. Generoso, Ibrahim, regala un'intensità che resta. 
 
 
28 aprile, h. 21.05 - Pioggia battente. Andiamo verso Piazza Castello. Ultimi controlli d'agibilità e, al via in sicurezza, la piazza si accende sotto un cielo di ombrelli colorati. Mulatu Astatke Steps Ahead, in esclusiva italiana. Accanto al campione del jazz etiope un ensemble multietnico, che carica e scalda a tinte forti una piazza intera (e i suoi portici). Afro, funk, venature latin. Una fisicità magnetica che conquista nelle sue imprevedibili distorsioni. Lunghi, lunghissimi pedali, ostinati che staccano e portano secchi al movimento. E le suggestioni del violoncello di Danny Keane, per nulla corrotte dal virtuosismo furioso delle tastiere di Alex Hawkins. Il resto lo fanno le percussioni di Richard Olatunde Baker, Davide De Rose e dello stesso Astatke, che macinano e vaporizzano un groove da tempesta nel deserto. Ficcanti tromba e sassofoni (Byron Wallen e James Arben). Sostiene poderoso Matt Ridley al basso. C'è da ballare! 
 
29 aprile, h. 03.02 - E voi? Che ci fate ancora in piedi? Domani abbiamo un'altra pagina da scrivere insieme! Good night in jazz! 
 
[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

Continua a leggere il Live Diary del 29 aprile!

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