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P. MASCAGNI - Cavalleria rusticana, Intermezzo

Martedì, 25 Dicembre 2012 17:36

 

Solo per oggi
cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta.
Solo per oggi
avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi,
non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
Solo per oggi
sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.
Solo per oggi
mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.
Solo per oggi
dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio,
ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo,  così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima.
Solo per oggi,
compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
Solo per oggi
mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò.
E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.
Solo per oggi
saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l’esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo.
Solo per oggi
non avrò timori.
In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello
e di credere nell’Amore.
Posso ben fare per dodici ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.
 
Papa Giovanni XXIII
 
 
[sel. E. Augusti]
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CINZIA ERAMO quintet - Kind of Magic

Sabato, 22 Dicembre 2012 17:34

 

 [E. Augusti] «Melody in the purest form. Creative transgressions. Strong visional colors, empty white spaces. Breathe. Mistery. Kind of magic (Cinzia Eramo)». Una guida all’ascolto che suona a dichiarazione d’identità. Kind of Magic è il passaporto del Cinzia Eramo QuintetGianni Lenoci (piano), Achille Succi (bass clarinet), Paolo Damiani (cello), Marcello Magliocchi (drums) e la voce di Cinzia Eramo

Poliedrica e versatile, l’anima artistica della Eramo si esprime al meglio in un album che raccoglie suggestioni intramontabili e intercetta nuove intenzioni improvvisative. Non ci sono traumi, non ci sono forzature. Equilibrato e armonico, ha un carattere che squilla, inequivocabile, nelle distensioni vocali. Ma non solo. Vibra nelle scelte dinamiche, che esaltano l’interplay, naturale, coi compagni di viaggio. Registrato nel 2007, Kind of Magic è un laboratorio itinerante: rivisita luoghi cari e non dimentica di lasciare segni del suo passaggio. Confonde stile e passione in un mélange personale, elegante e misurato nell'audace plasticità delle improvvisazioni. E' un modo di intendere il jazz, che si fa "contemporaneo" e si racconta nel dettaglio, dalle selezioni di Abdullah Ibrahim, Horace Silver e Carla Bley, alle contaminazioni folk d’ispirazione nord europea, fino alle spinte afro. Appassionante.

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CAT STEVENS - If You Want to Sing Out

Mercoledì, 13 Febbraio 2013 08:53

 

Io non mi voglio più piegare, ho voglia di rivoluzione. Mi metterò ad impastare questo mondo. Andrà tutto a meraviglia. E io non passerò più le notti a guardare questo soffitto. Quante volte mi ha tenuto compagnia...quanti sogni ci ho appiccicato...Stanno lì, appesi, aspettando che qualcuno li raccolga. E io non so quali sono i tempi della maturazione. Le olive si raccolgono a novembre, l'uva a settembre. E i miei sogni? Non lo so... Forse ho seminato male, forse non c'è stato abbastanza sole, però è tanto che aspetto e non cresce niente. 
L'albero dei Sogni non vuole dare frutti...
 
(Giulia Carcasi, Ma le stelle quante sono, 2005)
 
 
 
sel. E. Augusti
 
 
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Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d'officina
che alimenti chierico rosso, o nero.
Solo quest'iride posso
lasciarti a testimonianza
d'una fede che fu combattuta,
d'una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero 
scenderà su una prora
del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
scuotendo l'ali di bitume semi-mozze 
dalla fatica, a dirti: è l'ora.
Non è un'eredità, un portafortuna 
che può reggere all'urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l'estinzione.
Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: 
l'orgoglio non era fuga, l'umiltà non era vile, 
il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.
 
 
Eugenio Montale, Piccolo testamento (1953)
 
 
 
sel. E. Augusti
 
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B. CASINI/P. WOODS/S. BOLLANI - Photograph

Domenica, 06 Settembre 2015 20:29

You and I we two alone

In this terrace by the sea
The sun is going down
And in your eyes
I see the changing colors of the sea
It's time for you to go
The day is done
And shaddows stretch their arms to bring the night
The sun falls in the sea
And down below a window light we see
Just you and me
You and I we two alone
Here in this bar with dimming lights
A full and rising moon comes from the sea
And soon the bar will close for you and me
But there will always be a song
To tell a story you and I cannot dismiss
The same old simple story of desire
And suddesnly that kiss, that kiss
That kiss, that kiss
That kiss
 
Tom Jobim
 
 
[sel. E. Augusti]
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A Lanciano, "in Sintonie"

Martedì, 16 Ottobre 2012 20:38

 

[E. Augusti] 13-14 ottobre 2012. Sono trascorsi quindici anni e cinque chilometri da quando Sintonie ha lasciato Castel Frentano per stabilirsi a Lanciano. Siamo nella provincia di Chieti e la Rassegna internazionale Sintonie anche per quest’anno ha fatto una scelta di “Alta Fedeltà”. Marco Angelucci, padrone di casa, ci accoglie al Villa Medici. L’aria è effervescente, continuo il flusso di pubblico: addetti ai lavori, appassionati e neofiti arrivano a Lanciano da ogni parte d’Italia per sperimentare e confrontare in oltre 20 camere d’ascolto le marche più prestigiose della riproduzione sonora digitale, analogica e in formato liquido ad alta definizione. E sono camere in senso autentico: dietro ogni numero una porta, e dietro ogni porta un’esperienza d’ascolto diversa. Ecco come Sintonie ti prende possesso di un albergo intero.

E ancora espositori ed etichette, e tra queste la Red Records di Sergio Veschi, col quale scambiamo quattro chiacchiere e qualche indiscrezione discografica. Sono da poco passate le 19.00 e da una direzione all’altra, quella artistica di Remo Vinciguerra ci introduce al concerto di Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi. Sala bianca, strumenti in posa. Testa s’infila e la musica arriva così, di soppiatto, con le note di “Nuovo”. Ed è subito contatto. “3/4” e la città si allunga, persa sotto la nebbia: l’ingresso inaspettato di Mirabassi e del suo clarinetto schiarisce l’orizzonte e fa rivivere i profili delle cose. «C’è carinho» nell’aria. Mirabassi veste ogni arpeggio di Testa. Il racconto parte dal nuovo per tornare, nostalgico, agli anni Novanta e a una scrittura già densa. Sono gli anni di “Extra muros” e delle sue sonorità plastiche. Quartieri emozionali dove il clarinetto strilla mentre la voce di Testa bisbiglia, onesta. Si mette in moto “L’automobile”: swinga fino all’urto e spinge ogni stop della chitarra. Bossano i fiori d’inverno, e si fa strada “Manacore”. Il vento soffia nel clarinetto di Mirabassi che ammalia e svela trame dinamiche di una bellezza rara. «Senti che vento, tormenta le vele». E ogni eco di quel vento sa di mare e di cielo. Un delirio di colori e l’urlo di Mirabassi quasi soffoca nella dolcezza di una carezza. È polvere di gesso. La poesia si fa cronaca e denuncia nell’allegoria di “20mila Leghe (in fondo al mare)”, dove le Leghe, sottolinea Testa, non sono un’unità di misura marina, ma «un’unità di dismisura terrestre». Mirabassi suona l’acqua e quello schiocco di gocce ne anima il racconto. «Avrei voluto baciarti con la forza del vento» recita a chitarra muta Testa, e l’assolo di Mirabassi è una dichiarazione d'amore. Non si disperde quella tensione mistica. “‘Na stella” e la ninna nanna di congedo, perché «soltanto i sogni non dormono mai». È l’affetto, il «carinho», dice Mirabassi, che non manca e rende unica questa collaborazione nella suggestione di ogni suo frammento.

Un attimo ed è già domenica. Il risveglio è stato dolce. Il sole scalda limpido il cielo della Maiella. La musica di Sintonie non si arresta. Prove in trio a casa Vinciguerra, ed è un piacere per noi essere per un giorno due di famiglia. Grazie Marilù. La dimensione artigianale del laboratorio della musica non finisce di sorprendere ed emozionare. Alberto Biondi, batteria e percussioni, Alfredo de Innocentiis, basso elettrico, Remo Vinciguerra al pianoforte e Gabriele Mirabassi, special guest, al clarinetto. Si imbastisce, con la cura che è solita ai lavori di Vinciguerra, la trama di Binario 21, lavoro del trio di prossima uscita. L'attenzione alla melodia, ai fraseggi ispirati; le suggestioni intuite e rimaneggiate da un camaleontico Mirabassi e l'intesa che nasce e trova presto conferme. «Io metto in moto la macchina, e tu fammi l’America», fa Vinciguerra a Mirabassi. È così che si anima il viaggio. E noi ci lasciamo guidare. 

 

ph. F. Bortone

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Chieti in Jazz 2012

Lunedì, 01 Ottobre 2012 22:11

[E. Augusti] Non basta molto per rendersi conto che il posto è quello giusto. Ultimo fine settimana di settembre. Sul Corso Marrucino si anima la Fiera d’Autunno e Chieti lascia alla sua visitatrice più clandestina (io) un cielo caldo e lunatico. Ti guardi intorno e capisci subito che anche la gente è quella giusta, pure quella che sfiori distrattamente schivando i banchi dei formaggi. Gran caffè al Gran Caffè Vittoria, fresco di portici, pochi passi e ti si apre davanti Palazzo De’ Mayo: messo a nuovo, lì nell'angolo, dà il meglio di sé. Dentro, intorno a un tavolo, ci trovi dei ragazzi, geniali e simpatici: compongono partiture che suoneranno jazz. Poco più in là altri ragazzi, geniali e un po’ meno simpatici (la critica imbrutisce?): ascoltano, raccontano e scrivono storie, pure queste jazz. L'aria del Chieti in Jazz la riconosci subito. Ti entra nei polmoni, ti ossigena il cervello e ti rinfresca la memoria. Un anno fa eravamo tutti lì, ed è bello ritrovare vecchi e nuovi amici del circolo del jazz. Ma quest'anno l'aria è di festa: la crew della SIdMA dedica l’edizione 2012 del Chieti in Jazz, l’ottava, all’entusiasmo composto, alla perizia garbata e all’elegante estro compositivo del maestro Bruno Tommaso. È lui il “mite guerriero del jazz” di cui si celebrano i fasti. L'omaggio è dichiarato e lui, schivo e sorridente, lo accoglie con la professionalità e la gratitudine di un uomo d'altri tempi, dai modi belli almeno quanto rari. Ed ecco che è lui a farlo a te, l'omaggio.

29 settembre, sabato sera, Auditorium Cianfarani, Chieti. «Si suona per verificare ciò che si scrive, nella migliore tradizione del jazz» (Zenni). E quella che suona è la scrittura di Tommaso, la sua scrittura attenta di arrangiatore e compositore. Apre la voce diafana della chitarra di Roberto Spadoni e si preparano le atmosfere ora dense ora rarefatte dei fiati. Il cordone degli ottoni, Gianni Ferreri (tromba), Francesco Di Giulio (trombone), Mattia Feliciani (sax soprano e tenore), fa da cuscino al clarinetto di Bepi D’Amato. Un intimismo d’apertura che degenera in un groove esplosivo, spinto a miccia dalle percussioni di Luca Di Battista e Fabio Flacco. S'innesta e macina il sax baritono di Italo D'Amato. Monta la prima suite a firma Bruno Tommaso, G. e il Questore: prima pure di pubblico per la storiella d’amore a insperato lieto fine tradotta scaltramente nelle tre danze “Ragione e Sentimento”, “In Giacca e Cravatta” e “Vada Via, trombettiere!”. Tommaso parte dalla narrazione e traduce le aspettative umorali dei titoli in rappresentazioni autentiche e architetture complesse e coerenti dove scrittura e improvvisazione si incontrano e compenetrano, fino a quadrare perfettamente. Tommaso dal pianoforte tiene le fila e guida. Disciplina e rigore sfioriscono nei ritmi calypso della terza danza. Gli assoli dinamizzano un’esecuzione già di per sé vivida e cangiante, piena di colori e suggestioni quasi bandistiche.

Risuona Gillespie e chiude inatteso e sornione un “Reflection” di Monk. È dunque la volta di una seconda prima, quella de The Warrior From Capestrano, composto e diretto sempre da Tommaso. Gioca col suo pubblico, il maestro, e racconta i tre episodi della suite: “Adriatic Dawn” (nel senso di alba), “Visitors” (evidentemente non graditi) e lui, il guerriero, “The Warrior” (e gli epici duelli tra musici). L’alba si leva coi miagolii gelidi della chitarra di Spadoni. Giochi di emersioni e immersioni e dall’acqua tira il trombone di Di Giulio per sprofondare nelle densità tonde, preziose e garbatamente sfumate del contrabbasso di Massimo Di Moia. Si riprende quota per atterrare con violenza nello scontro del gran finale. Ma Tommaso tira fuori un congedo a sorpresa, un congedo che ha le tinte ingenue e fresche degli anni giovanili e le maliziose leccornie degli anni della maturità. Una “danza reale”, labirintiche metamorfosi medievali, alleggerite da un jazz raffinato ed elegante, che si scompone solo quando i trucchetti di Tommaso scatenano l’elettrizzante secondo giro di bis. E il guerriero si licenzia, da conquistatore.

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ANDREA BENEVENTANO TRIO The Driver

Giovedì, 20 Settembre 2012 12:36

[E. Augusti] Dagli accenni stride al bebop più coinvolgente e raffinato, dagli inaspettati percorsi nostalgicamente blues all’intimismo di un tema spiritual. Un cofanetto di stile, realizzato dall’Andrea Beneventano Trio. Andrea Beneventano al pianoforte, Francesco Puglisi al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria. Uscito nel 2010 per Alfa Music, l’album ha indosso tutta la leggerezza e la ricercatezza del jazz d’autore firmato Beneventano. Limpidezza di fraseggio, profondo e ampio, feeling debordante e un conciliante interplay. La registrazione è gradevolissima, un equilibrio dinamico quasi perfetto. The Driver. Il conducente, o il conduttore. Condurre, verso o lasciarsi condurre, attraverso. Un’emozione che si raccoglie, a meta, o che passa attraverso. E scorre, pacificante, dalle sofisticate e soffuse atmosfere night di "Cool River", dov’è Puglisi a presentare le preziosità del tema, alle istantanee in block chords di "Midget Steps", dove emerge tutto il protagonismo pianistico di Beneventano. "The Driver" viaggia ad un’altra velocità: è divertente e spensierato, irriverente nei fraseggi e dialetticamente curato negli splendidi giochi di mano di Beneventano. Da gustare l’assolo di Angelucci. È poi la volta dello standard, dalle sensuali rilassatezze di "When Sunny Gets Blue" al pigro sentimentalismo di "If I Should Lose You", passando per i singhiozzi ritmici di "Passing Season", e forse non è un caso. "I got your rhythm" e "Donna Quee" spezzano il filo, ritardando la conclusione che arriva con "My Gospel", e il suo intimismo con gli occhi rivolti al cielo.

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MAX IONATA QUARTETTO Dieci

Lunedì, 24 Settembre 2012 12:26

 

[E. Augusti] Matteo Pagano e Via Veneto Jazz (2011) presentano Max Ionata Quartetto. Max Ionata (sax tenore), Luca Mannutza (piano), Nicola Muresu (contrabbasso) e Nicola Angelucci (batteria) per questa produzione di rara bellezza, un “complealbum” per e da festeggiare. Dieci è stroardinariamente jazz. Un jazz autentico che riconosce e si riconosce. Sin da "Astobard" (Muresu). L’ingresso è trionfale e rivela subito il featuring. La tromba di Fabrizio Bosso svetta. Il dialogo col sax di Ionata si fa d’intesa. Ionata e Bosso direzionano, puntano e conquistano. Angelucci macina uno swing spassoso che viaggia come un treno. Il pianismo di Mannutza è discreto, morbido, un velluto. Gioca di stop. E ogni fermata riparte con uno slancio che appassiona. Ionata, funambolico e disinvolto, crea edifici melodico-armonici di un fascino raro. Entrano subito in testa. L’attenzione per la linea e la discorsività dei fraseggi spingono l’interplay in uno spazio empatico totale e totalizzante, dove tutto è univocamente percepibile. Perfetto il timing. Un dialogo a tre, fatto di entusiasmati personali e ben sostenute confidenze sax-tromba. La traccia 2 è un omaggio a due grandi del jazz. "Coltrane meets Evans" (Mannutza) è un incontro per incontrare. Scorre, vivo. Bosso lancia note a cascata. Mannutza incasella, parsimonioso. È un singhiozzo che arresta e spinge. "La talpa" (Ionata) inverte la marcia. È un cambio di rotta. Scanzonato e disinvolto. Mannutza conquista un assolo ricco ed estremamente vario, sostenuto da un walking bass sempre presente, discreto, stabile. Pochi secondi e si riconquista il tempo. Ionata detta il riff. Mannutza segue, a mani slegate. Il basso provoca. Il fraseggio della destra è fitto e ricco, un ricamo. "Turn around" (Mannutza) sollecita un’atmosfera da promenade. Gira intorno. Uno standard dedicato, "Who can I turn to" (Bricusse-Newley), ripensato in tempo medio, raccoglie e a metà strada prepara il giro di boa. Finalmente emerge, timido, Muresu. Lode 4 Joe (Ionata) è la ballata che resta, di un lirismo che consola. Carezzevole e intimo. Con "Altalena" (Mannutza) ritornano i giochi a due. Il contrappunto è intrigante e sintonico. La voce di Ionata incontra quella di Bosso, in uno scambio amabile d’eleganza e raffinatezze. È un fluire di suggestioni. Chiude l’album "Attila" (Lease) (Muresu), dai contenuti che non t’aspetti, a confidare nel titolo, ma che comprendi con l’ascolto. Un abbraccio da congedo, che lascia nelle orecchie, mistico e dolce, il desiderio del re-start. Evapora, fino a scomparire in uno spazio immobile, quello, stanco, che ha visto il passaggio e ha vissuto le turbolenze di un’emozione che non torna. Ionata distende il pensiero, mentre Mannutza, sullo sfondo, ne conserva, vivo e in moto perpetuo, il ricordo. Tace.
 
Max Ionata – sax tenore
Luca Mannutza – piano
Nicola Muresu – contrabbasso
Nicola Angelucci – batteria
Special guest Fabrizio Bosso – tromba e flicorno
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PETER GABRIEL - The Book Of Love

Mercoledì, 13 Febbraio 2013 22:33

 

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E' bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.
 
Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
 
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
 
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
 
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.
 
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell'infanzia?
 
Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
 
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
 
Wislawa Szymborska
 
[sel. E. Augusti]
 
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Elezioni Sonore

 

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