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TRIACE - Pinguli Pinguli

Domenica, 17 Marzo 2013 10:32

[E. Augusti] È da diversi anni ormai che la musica popolare salentina ha trovato un suo posto in quella “corrente principale”, “di tendenza”, che è il cosiddetto mainstream. Ripensata, adattata, declinata, contaminata, spesso costretta a diventare altro da sé, spinta più o meno condivisibilmente, tra sforzi e polemiche, comunque con passione e orgoglio, attraverso canali insoliti in circuiti altrettanto insoliti per un prodotto così legato alla tradizione e alla terra, essa è diventata in poco tempo patrimonio condiviso. Filastrocche, nenie, cantilene sono ormai nelle orecchie e negli occhi di molti. E la magia del Salento si rinnova. Tra Incanti e Tradimenti è un bel progetto, nuovo, fresco, originale, a firma Triace. Le voci di Emanuela Gabrieli, Alessia Tondo, Carla Petrachi, il pianoforte e l’elettronica di Marco Rollo e, qui, le percussioni di Alessandro Monteduro. Giochi di stile e attenzione al dettaglio. Cura degli arrangiamenti, recupero filologico, ma anche sperimentazione e urti che osano e spingono oltre. Le suggestioni della tradizione, il fascino delle storie in bianco e nero, le spigolosità del dialetto salentino ammorbidite dalla voce delle donne. Il ricamo fitto di canoni e contrappunti, i timbri caratterizzati del trio e quell'elettronica d’ispirazione che alleggerisce l'impasto, sempre scandito dalla pulsazione della pizzica.  Questo è “Pinguli Pinguli”, estratto dall’album Incanti e Tradimenti, «consapevoli, benevoli e produttivi “tradimenti” degli “incanti” della tradizione compiuti dai sui autori», una dichiarazione d'amore maturo (S’ard Music 2012).

 
 
Pinguli, pinguli, Giuvacchinu
sciamu ‘lla chiazza
ccattamu buttuni,
nc'ete na vecchia te tre culuri,
unu a me, unu a te,
l'addhru alla fija te lu Rre.
la fija te lu Rre pittule sta facia
ieu ne dissi dammene una
me rispuse pijane tre,
ieu calai e ne pijai quattru
quiddhra me tese nu bellu piattu:
e ne desi una allu cane
cu me sona le campane,
e ne desi una alla muscia
cu mme lliscia e cu mme lluscia
e ne desi una allu caddhru
cu me porta ncaddhru, ncaddhru
me purtau rretu lla porta
e nc'era na beddhra pecura morta
 
(Pingoli, pingoli, Gioacchino,
andiamo al mercato a comprare bottoni,
c'era una vecchia di tre colori,
uno a me, uno a te, l'altro alla figlia del Re.
La figlia del Re stava facendo le pittule
io le dissi dammene una, lei mi disse prendine tre,
con la mano ne presi quattro,
allora lei me ne diede un bel piatto:
e ne diedi una al cane per farmi suonare le campane,
e ne diedi una alla gatta per accarezzarmi,
e ne diedi una al gallo [o cavalloper portarmi piano piano [o in groppa]
mi portò dietro la porta
dove c'era una bella pecora morta)
 - trad. di P. De Nuzzo - 
 
Pubblicato in Elezioni Sonore

ANITA VITALE feat. SUDD MM - Baby Fly

Lunedì, 15 Aprile 2013 14:25

Voglio creare bravi cittadini.

Se un bambino ascolta buona musica dal giorno della sua nascita

ed impara a suonarla da solo,

allora svilupperà sensibilità, disciplina e pazienza

 

Shinichi Suzuki

 

[sel. E. Augusti]

 

 

 

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JUNKFOOD - Transience

Domenica, 30 Giugno 2013 17:55

[E. Augusti] Quel soffio plumbeo dell’avvio spinge tutto in avanti, un’atmosfera densa e sinistra. Crea vie di fuga e le moltiplica. A vincere il buio, si scorgono e si guadagnano solo infinite possibilità d’uscita. Surreale e carico di suggestioni Transience (Trovarobato Parade 2011) è il progetto firmato da Junkfood. Psichedelico e fortemente ispirato. Paolo Rainieri (trumpet, flugelhorn, fx), Michelangelo Vanni (electric guitar, fx), Simone Calderoni (electric bass, fx) e Simone Cavina (drums, fx). L’elettronica maschera i volti, confonde le voci, impressiona i vuoti, disturba i confini, anima gli spazi e s'impossessa dei corpi, a morsi. Macchie di colore graffiate e masticate dalla ruggine. Transience corrode, come suggerisce l’artwork di Elisa Caldana. Dieci tracce di una plasticità viva e ingorda di forme. Disgrega e ricompone, in una danza febbricitante che vaga tra deliri estatici e sbandamenti, fino a precipitare immobile. “Aging Hippie Liberal Douche” è l’estratto. 

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BRIGITTE BORDEAUX - Brigitte Bordeaux

Lunedì, 29 Settembre 2014 18:09

 

«Nel rumore dei moli e nel silenzio rotto dall'attesa di un treno che arriva si accampano le loro storie. Sono nati per caso, come quando piove e non si va al cinema. Pollici arsi dal sole, funambolici fannulloni, abbaiano solo quando la luna è piena» (B.B.)

[E. Augusti] Il progetto porta il loro nome, evocativo di curve belle e pericolose. Pierfrancesco Sampaolo (voce e chitarra) e Maurizio Volpetti (batteria) sono i Brigitte Bordeaux. L’album conta sei tracce che scivolano via troppo presto al grido di “folkbeat pour amour”. Un viaggio in libertà. Sei racconti di vita, onesti e genuini, sei finestre su un mondo in technicolor: una musica a quattro mani, due cuori e uno “spirito volante”. Brigitte Bordeauxè quasi un concept album che raccoglie gli appunti di un’intensa esperienza dal vivo, leggera e profonda, come si usa ai busker d’eccezione. Una chitarra, una batteria, e la voce di Sampaolo a firmare testi e musica. Ogni brano lascia intravedere la ricchezza di un’esecuzione live. Colori saturi e realistici, gustosamente «a togliere, con blues, folk, bluegrass, cantastorie e tutto quello che ce pare» (B.B.). Curati e intensi i testi, perfettamente allineati alla semplicità delle melodie e all’umore dell’intero lavoro: restano in testa al primo ascolto. Essenziali gli arrangiamenti, e una bella spontaneità che distrae dal resto. «…la strada porta il peso delle orme…il tempo qui batte ancora il suo tempo, ed è proprio lì che abbiamo cominciato a camminare». Traccia fantasma, e la voce di Valentina Spagnuolo racconta e prepara la scena. La setlist propone un movimento afoso, “10 e 25”, il piacevole dondolio di “Le onde del mare”, fresco ternario, quindi i racconti amorosi, le distanze consapevoli di “Viaggio nel Perù” e il romanticismo ruspante di “Rosalinda”, con una banda immaginata a spingerne il sentimento. Restano a chiusura due proposte in inglese, “Stand” e “Less”, accattivanti. La voce di Sampaolo fa il resto, scandita dal battito intransigente di Volpetti. Un’immediatezza di linguaggio che conquista e regala, schietto, un pieno coinvolgimento d’ascolto. Da non perdere dal vivo.

 

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Salice JazzWine Festival 2011

Lunedì, 12 Settembre 2011 07:11

 

 

[E. Augusti] Salice Salentino (Le). Si è chiusa ieri, 11 settembre 2011, la V edizione della tregiorni Salice JazzWine Festival, direzione artistica di Andrea Sabatino, conduzione impeccabile di Luisa Ruggio. Una «scommessa vincente», ha sottolineato Sabatino, dove a vincere è stato il «jazz, che è amore, passione, emozione». Nient’altro.

Ad aprire la serata, Mirko Signorile Trio, con Mirko Signorile (piano), Giorgio Vendola (contrabbasso) e Fabio Accardi (batteria). L’album, Clessidra (Emarcy Universal, 2009) è proposto in una selezione raffinatissima che empatizza con  le atmosfere rilassate di una fresca sera di fine estate. Il pianismo di Signorile è un moto d’onda, che raccoglie e trascina. È tutto un morbido fluire, canalizzato dalla voce avvolgente di Vendola, fino ai break poliritmici di Accardi. Esplosivi, macinano allusioni hard che si innestano inaspettate, rompono e dettano un groove cangiante che insaporisce. C’è tempo per un inedito del nuovo album, in uscita a novembre. Il melodismo è dichiarato. La linearità dei temi percorre senza scossoni, lasciando naturalmente spazio all’improvvisazione.

Il tempo di un cambio scena, e sul palco arriva Paolo Recchia e il suo Ari’s Desire (Via Veneto Jazz, 2011). Con Recchia al sax contralto, ci sono Nicola Angelucci (batteria), Nicola Muresu (contrabbasso) e il feat. di Alex Sipiagin (tromba e flicorno). Dalle rivisitazioni in stile di Sonny Rollins e Leslie Bricusse, ai personali, tutti a firma Paolo Recchia. Tenor Madness arriva dinamica, coi continui cambi di tempo. Tutto è spinto nel registro acuto, distratto da cromatismi e intervalli ampi di Recchia. Il suo sax, libero e spigoloso, schianta fragoroso con la tromba d’attesa di Sipiagin, calda e rarefatta, per poi invertirne la direzione e trovare nuova ispirazione in un dialogo scanzonato e divertente dal contrappunto vivace. Muresu imbastisce, discreto. Quando parte Boulevard Victor è Angelucci a farla da padrone. Ispirato e trascinante, polarizza e stacca tempi che sequenziano il racconto di Resta. Peace Hotel apre mistico e pacificante. Angelucci rulla il timpano. Quando attacca Sipiagin, lo spazio prende una nuova dimensione, generosa e ampia. Recchia la intercetta e si infila negli interstizi colmi dei suoi divertimenti. Un virtuosismo composto che non distrae dall’intenzione melodica e dall’estro compositivo. Il mosaico è perfetto. Ritorna la voce di Rollins con Pent-Up House. Goliardico nello spirito che anima gli scambi confidenziali sax-trumpet e piacevolissimo e magistralmente saporito dall’eclettismo di Angelucci. I suoi drums descrivono e, impeccabili, lanciano uno swing sconsideratamente personale che caratterizza con verve la sezione ritmica. Freme dalla seconda fila Muresu. Il tune si fa romantico e struggente con Who Can I Turn To. Sensuale il sax di Recchia, controllatissimo e vibrante nei pianissimo. Largo e ispido, Sipiagin contrasta con le sue esplorazioni al limite del registro acuto. Prende un groove che cresce, e cambia il piglio, lasciandosi anni luce alle spalle la morbidezza dell’attacco. Un romanticismo schizofrenico che conquista.

E l’appuntamento è rinnovato al prossimo anno. 

Pubblicato in Report

[E. Augusti] Quasi un anno fa usciva per la SILTA Records questo Bucket of Blood, titolo a tinte forti, fisico, per un album dai contenuti lucidamente molli, morbido e "misterioso". Gianni Lenoci (piano), Pasquale Gadaleta (double bass) e Giacomo Mongelli (drums) vestono i panni dell'Hocus Pocus Trio. Accanto, i sax di Steve Potts ne sigillano l'ispirazione. Un amalgama denso e omogeneo, che non distrae e, anzi, canalizza e smussa, nel suo incedere magmatico, gli angoli più aspri della sperimentazione. Efficace Mongelli. Garbatamente eccentrico, Potts lancia frammenti diasporici che si insinuano tra le corde, ora pizzicate, ora percosse, del piano di Lenoci. E' un labirinto cieco, di corse e stasi. Un inseguimento controllato dal motore immobile della sezione ritmica. E se "Waltz for Steve Potts" è la ballad dell'amicizia tra i due (Lenoci-Potts), impreziosita dall'assolo di Gadaleta, "Bone" è il brano che  ne rinsalda la comune formazione, quel "nostro denominatore comune più importante", dice Lenoci, che resta Steve Lacy. Da gustare. 

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PAOLO SORGE/EGQ - Tetraktys

Martedì, 28 Agosto 2012 17:42

[E. Augusti] Uno degli aggettivi ultimamente più in voga tra le pagine di musica (e forse anche uno dei più abusati) è "caleidoscopico". Caleidoscopico, come l'effetto dinamico della combinazione di colori in forme previste e imprevedibili. Tutto in un tubo, e attorno a un centro sorgente. Ecco. Tetraktys è caleidoscopico. Un quartetto allineato e prismatico, quello dell'Electric Guitar Quartet. Si gioca di incontri e scontri. Un teatro di punti, linee e forme composte e scomposte, comunque riconoscibili e ricomponibili con l'eleganza e il senso più naturale dell'equilibrio. Fughe, canoni, e un contrappunto imbevuto di irregolarità plastiche. Tetraktys è un luogo ideale di voci caratterizzate, in un dialogo a quattro fortemente suggestivo. Paolo Sorge, Giancarlo Mazzù, Fabrizio Licciardello e Enrico Cassia. Una rappresentazione geometrica, la loro, a densità variabile. Dilata e contrae, senza rinunciare al controllo di uno spazio definito, che è loro e che ti cattura, magnetico. Splendido il quartetto debussyano. Panoramica la cantabilità dei temi di "Day of Miracles". Affascinante. 

 

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LORENZO CAPELLO - Il partenzista

Mercoledì, 21 Novembre 2012 18:32

 

 

 

 

[E. Augusti] Partiamo dalla fine, che è l’inizio.

«il partenzista è il contrario dell’arrivista. l’arrivista ha come primo obiettivo l’arrivare, a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo, alla propria meta: la carriera? il successo? la prima pagina di novella 2000? (forse in questo caso si tratta de: la rivista). il partenzista no, il partenzista vorrebbe, per una volta, una sola volta anche, PARTIRE: cercare un lavoro, assemblare un auto modello in scatola in montaggio, preparare un risotto, fare un disco: tutto potrebbe essere una partenza, verso chissà dove e fin chissà quando…questo pezzo è dedicato ai partenzisti di ogni dove, di ogni quando, con sincero affetto» (Lorenzo Capello).

il partenzista è il notes-album firmato da Lorenzo Capello e da chi, con lui, pur vivendo (in) tempi e luoghi diversi, ha saputo raccontare empaticamente quella stessa esperienza di vita. Intimo, divertente, raffinato, arguto, genuino, autentico, efficace e poi così piacevolmente jazz. Una dichiarazione di stile, fatta di particolari originali, come la scelta, apparentemente di mero gusto grafico, di parlare per minuscole, con una sola eccezione, quasi urlata, in quel «PARTIRE». Gioca con le parole e le note, Capello. E i suoi compagni di viaggio lo assecondano, fino a farsi una voce sola. Un incastro logico, un esperimento ricco che controlla più livelli di un immaginario caleidoscopico che va per suoni, ritratti e parole. È lui, il partenzista, e le sue dieci tracce che visitano dieci episodi fantasticamente reali. Ironia, immaginazione e rigore sono i fili  di un lavoro compositivo audace e irriverente, originale e coinvolgente descritto dalle pagine di un booklet che resta in bianco e nero, perché i colori si possono solo ascoltare. Dalla freschezza giocosa de “il circo di fine anno” alle mielosità «senza appiccicare troppo le dita» de “lo zucchero filato”, fino ai deliri vigilati di “è arrivato il 26 del mese” e alle amare correzioni di “passato prossimo, futuro possibile”.  “il partenzista” chiude e apre, con quella innegabile «dolce frenesia di staticità acquisite per essere distrutte». Lorenzo Capello (batteria), Antonio Gallucci (sassofoni), Francesco Di Giulio (trombone), Lorenzo Paesani (pianoforte, fender rhodes), Dino Cerruti (contrabbasso, basso elettrico) e Massimiliano Caretta (voce recitante). Orange Home Records (2012).

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COPPA-ORSI-DI LENGE-PATITUCCI - Monk's Mind

Giovedì, 10 Maggio 2012 17:25

[E. Augusti] 1982-2012, e il trentesimo anniversario della scomparsa di uno dei giganti della storia del jazz, Thelonious Monk. Monk’s Mind è la celebrazione di un mito. Biagio Coppa (sassofono), Gabriele Orsi (chitarra), John Patitucci (contrabbasso) e Francesco Di Lenge (batteria) raccontano il loro Monk. Sei tracce ispirate all’enigma del suo pensiero compositivo. Dalle architetture stravaganti di “Brilliant Corners” al microcosmo di “Think of One”, fino alle distensioni di  “Ugly Beauty” impreziosite dall’elastica sinuosità del basso di Patitucci. Monk’s Mind è uno studio logico e raffinato che raccoglie tutta l’accuratezza compositiva del maestro, esaltandone la sua spiazzante genuinità. Alchimie al limite della politonalità e della poliritmia, aspre e itineranti, dall’andamento imprevedibile e magnetico. Temi sfacciati e ordinati che percorrono strutture semplici pur nella schizofrenica dinamicità delle loro traiettorie. “Ipotesi Monk” (Coppa), “Mon’key” (Di Lenge) e “Know” (Orsi) sono i brani dedicati che s’inseriscono, lucidamente ispirati, nella narrazione. Misurata. Secco il sax di Coppa, non c’è spazio per un virtuosismo fine a se stesso: trame sfilacciate, temi frammentati e sempre efficaci. Ed efficace e puntuale resta lo scambio con le distorsioni e le plasticità di Orsi e le godibili trasparenze percussive di Di Lenge. L’atto compositivo di Monk è trasfuso nell’approccio strumentale della formazione, sempre elegante e coerente. E anche il silenzio conquista il suo posto nell’esaltante irregolarità dell’esposizione. Registrato quasi un anno fa al Benny’s Wash n’ Dry Studio di Brooklyn (Music Center, 2011).

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AVISHAI COHEN TRIO - Remembering

Lunedì, 01 Ottobre 2012 09:19

[E. Augusti]

Come porto

Ho capito perché amo i porti. Un porto conosce la sazietà, la quiete, il ristoro dal moto della passione e dalle incertezze e paure della navigazione. Lancia una scotta, trova una bitta. Qualcuno raccoglie, qualcuno accoglie, dolce. Calma chi attracca, saluta chi salpa. Accende l'entusiasmo della partenza e materno ne scalda al petto la nostalgia. Il porto guarda, regola, accetta e, fermo e paziente, aspetta. A guadagnarsi un posto, si è salvi. E io mi rifugio.

 

Gallipoli, Il porto (2012)

 

 

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