Facebook   youtube  Twitter

  • image
A+ A A-

LESZEK MOZDZER - Melodia Na Dobranoc

Sabato, 08 Dicembre 2012 09:03

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l'amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l'amore non capisce,
perdono
ciò che l'amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un'eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi sui ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

"Non devo loro nulla" –
direbbe l'amore
sulla questione aperta.

 

Wislawa Szymborska

 

sel. E. Augusti

Pubblicato in Parole

QUINTETO PORTEÑO - Desiderata

Mercoledì, 29 Agosto 2012 15:32

[E. Augusti] Desiderata è un album che prende, intimo, ruspante, vivo, che accompagna e non stanca mai. Nicola Milan (accordeon), Simone D’Eusanio (violin), Daniele Labelli (piano), Roberto Colussi (guitar), Alessandro Turchet (double bass). In arte, il Quinteto Porteño.

Sonorità latine, sapientemente contaminate di melodismo italiano. Piacevole il risultato finale che gode della cura degli arrangiamenti, raffinati, e della scelta dei temi, orecchiabilissimi. Un album maturo che lascia cogliere la straordinaria intesa che c’è tra i musicisti, in un clima quasi familiare, estremamente empatico. Uscito per AlfaProjects (2010)Desiderata racconta. L’appassionato protagonismo dei fraseggi della fisarmonica di Milan in “Milonga Z”, brano d’apertura, lascia spazio alle spensierate atmosfere infantili di “Song for Matteo”, tra i brani più riusciti dell’album. Belli i crescendo, travolgenti; dolce il tema, da fischiettare, divertenti le code: è palpabile l’innocenza, l’ingenuità, la tenerezza del gesto imbarazzato di un bambino. Ci sarebbe tutto lo spazio di un racconto sussurrato, magari al femminile. “Desiderata”è di una bellezza rara. Un tema piacevolissimo che corteggia; poi, d’improvviso, punta il dito e lancia la sfida del desiderio che vuole, anche quando non potrebbe. Il gesto musicale si fa sensuale, segna il passo con passione, in un crescendo sempre emozionalmente vivido e ricco, latino. Intensi i dialoghi amorosi della fisarmonica col violino di D’Eusanio, carezzevole il contrabbasso di Turchet, quasi un violoncello colloquiante. Un intreccio perfetto di anime. Complessa, invece, quella di “Chick to chick”, vagamente orientaleggiante: belli i bassi, belle le progressioni della chitarra di Colussi che si lancia in un assolo cantabilissimo. Un po’ aspro il contrasto dei velluti della chitarra con le spigolosità del piano di Labelli che risente di un timbro spesso troppo metallico. Ordinante la fisarmonica di Milan, che descrive e distribuisce spazi piacevolmente avvolgenti. Ci stanno benissimo le incantevoli divagazioni jazz della chitarra e del piano.

Due parole su “Milonga Canzone”(testo: D’Eusanio) e “A te”(testo: Milan), i brani che introducono e sperimentano la proposta canzone nell’album. In “Milonga Canzone”D’Eusanio compare nelle doppie vesti di autore e voce: è un pezzo morbidamente ballad, affidato nell’introduzione al lirismo del piano soul di Labelli, quasi smentito poi dall’ingresso a schiaffo del baritono, eccessivamente drammatico, scuro, severo per l’intensità toccante del testo. Distrae l’impasto timbrico, il ritmo dell’ascolto ne soffre e il discorso musicale risulta appesantito. La partecipazione del soprano Lucia Vaccari non alleggerisce. Commoventi e ben articolati i testi, anche nelle sinuosità del dedicato “A te”,ma appare azzardata la scelta dell’accostamento lirico. L’album non avrebbe sofferto la mancanza. Personalmente preferisco D’Eusanio al violino. “Tango Quinto” è il brano di ritorno al latino, in perfetto stile. Strisciante, appassionato, intimo, riflessivo, struggente. “Windwill”sperimenta in modo diverso l’intreccio con la voce del soprano. La bellezza del tema proposto dal violino, come del timbro e della compostezza vocale della Vaccari, non ritrovano però nella scelta del racconto all’unisono un connubio vincente; non c’è intesa, anzi, imbarazza non poco il ritardo della voce. Peccato. Con “Waltz for Sopi” ritornano anche le atmosfere incantate e spensierate della track 2, corali e piacevolmente farcite. “Vento d’Autunno” chiude, caduco, fermo. Mistiche le atmosfere minimal. Forse il brano in cui si avverte maggiormente la mancanza dell’accompagnamento ritmico delle percussioni, a sostegno dei crescendo che pèrdono, per questo, in tensione emotiva. Brucia, ma non deflagra, e forse è una scelta: una conclusione che non impressiona, ma accompagna, dolce, al repeat. Non stanca mai.

Pubblicato in Album

[E. Augusti] Sfogliare il booklet di Confidentially e trovarci dentro una rosa. Sorprende e lusinga la presentazione di quest’ascolto, etichetta AlfaMusic (2010), dedicato, confidenzialmente. Cinquanta minuti di carezze e attenzioni. La voce di Joe De Vecchis racconta, schietta e discreta: dove c’è confidenza e intesa, d’altronde, non serve altro, nessun effetto speciale, nessun artificio. L’interscambio con l’Andrea Pagani Trio è naturale, immediato, composto, dosato con piacevole misura dalle scelte d’arrangiamento. Niente è eccessivo, stra-ordinario. Ed è nella sua ordinarietà che Confidentially diventa immediatamente familiare. Aiuta la scelta dei brani proposti, dalla riproposizione dei classici standard, agli inediti esclusivi a firma Pagani, R. Misiti e De Vecchis. Da “September Morn” che vola via leggero sulle spazzole di Romeo, a “Look For The Silver Living”, swing sciolto dove conquista la limpidezza del piano di Pagani. In “My Foolish Heart” la voce di De Vecchis si fa sussurrata: la leggerezza degli arrangiamenti ne impreziosisce la tessitura. Sempre morbidamente accomodante il contrabbasso di Moriconi. Un’atmosfera accogliente, un ambiente domestico e sofisticato allo stesso tempo che funziona sempre, anche per un ascolto distratto: la formula, e non sembrerà sminuire il lavoro, appare in tutto e per tutto quella di un pianobar di lusso. Scivola “Just The Way You Are”, seguita a ruota da “Let’s Get Lost”: tutto è controllato, equilibrato nel dialogo piano-contrabbasso. La voce di De Vecchis, intanto, fila via, spensieratamente. Dolce e intensa la ballad “Just One Lifetime”, dove gli intervalli ampi dei fraseggi creano degli apprezzabili gradini emozionali. Se il track to track muove piacevole senza scossoni dallo sforzo bop di “There Will Never Be” a quello misto latino di “Falling In Love With Love”, quasi pigramente si arriva al sentimentalismo soft degli inediti “The Ghost’s Waltz” e “House In Ostia Antica”, perfettamente in stile. Chiude l’album “You Go To My Head”, sempre in confidenza. Confidenzialmente.

Pubblicato in Album

C.O.D. TRIO - Odd Original songs

Venerdì, 20 Luglio 2012 16:03

 

[E. Augusti] «Call Of a Dove | Cream Of a Dream | Call Of the Doctor | Care Of the Devil». Citazione glam, dal For Those About to Rock (We Salute You), AC/DC (1981). Biagio Coppa (sax), Gabriele Orsi (guitar), Francesco Di Lenge (drums): trent’anni dopo, rilanciano. Nome in codice: C.O.D. trio. Coincidenze. Registrato a  New York esattamente un anno fa, Odd Original Songs (SILTA Records, 2011) è un lavoro d’impatto. L’ascoltatore è avvisato: «Music for the Braves, definitely not for fearful ones! Progetto di musiche originali dove le differenti esperienze ed approcci alla composizione vengono filtrati attraverso un’estetica timbrico-ritmica allo stesso tempo ancestrale e nuova, intrigante e discreta, neurotonica e soporifera…», recita il booklet. C’è davvero poco di soporifero nel lavoro del C.O.D. trio. Non ci sono sconti. Non c’è compromesso. Forte. Deciso. Vero, nessuna dichiarazione di genere, ma uno stile pieno, rocambolesco, raffinato e assolutamente originale. La formazione, insolita, aiuta: se la caratura timbrica dei suoi componenti impreziosisce, il polimorfismo delle linee ritmico-melodiche che riesce a tirar fuori incuriosisce e trascina. Si parte con “C.O.D.” (B. Coppa), brano che presenta l’intero cd: scanzonato, ironico, dinamico. Gli ampi salti dell’irriverente sax di Coppa, imbastiti perfettamente dall’anima rock della chitarra di Orsi, viaggiano, spinti dai drums di Di Lenge camaleontici, limpidi. Personale. La poliritmia di questo come di tutti gli altri brani rende l’intero lavoro fresco e nuovo ad ogni ascolto. Cangiante. Stimolante negli stop. E sorprende non poco la cantabilità del tema, nascosto tra le frange della ricchissima tessitura compositiva. “Browse All”, sempre a firma Coppa, introduce un’atmosfera diversa. Cambiano le forme. Il sax si fa avvolgente, soffice nelle linee. Belli gli effetti. L’incontro tra gli strumenti è vivo. Il dialogo fitto e straordinariamente realistico. Ogni personalità si sdoppia. Si moltiplica l’intensità di ogni singolo intervento. Il risultato finale è sorprendentemente piacevole. “Accoddo”(Di Lenge) viaggia a un’altra velocità. Tutto è previsto, nei minimi dettagli. Un meccanismo delicatissimo, di alta precisione. Notevole nella calibratura delle presenze, misurate, in perfetto equilibrio dinamico. Curatissima l’estetica timbrico-melodica, mai banale. Nulla è lasciato al caso. Prismatica la chitarra di Orsi, ancora di più in “Ottavo Piano” (Orsi), dove la fa da protagonista. Il brano è il più denso dell’album. Le linee sciolte di Orsi sono da vertigine: si assecondano naturalmente, accompagnano e divertono. Il sax partecipa alla narrazione, mai invadente. Gli spazi sono dettati democraticamente, segnati con carisma e condivisi con straordinaria complicità. Di Lenge ascolta e segue, cangiante, didascalico, generoso. Segue “Pollock”, ancora Orsi. I lunghi contrappunti sax-chitarra danno profondità ad uno spazio noir che richiama inevitabilmente (intenzionalmente?) gli intrecci sfilacciati, caotici e densi delle istantanee da action painting dell’artista statunitense Jackson Pollock. Nero e tinte forti, ovunque. Nebbia, intorno. Sospensione. Riemergono le forme. Riprende il tempo: “Other Stop” (Coppa) ristabilisce il contatto con l’anima C.O.D. Suona. “Limited Edition”, a sei mani, chiude il progetto. Ricchissimo. Il tema entra di netto. Immobilizza e raggela. Distensioni vagamente acid. Sfuma. Bellissima esperienza d’ascolto.

 

Pubblicato in Album

LE STUPIDE CREATURE - Musica da cameretta

Giovedì, 13 Settembre 2012 16:00

 

[E. Augusti] Loro sono dei fantasisti. Quattro ragazzi venuti giù da quel famoso ramo del lago di Como. Musica da cameretta è il loro secondo lavoro discografico. Geniale. Le Stupide Creature di stupido non hanno proprio nulla. È inutile che provino a raccontarla. Sono arguti, ironici, colorati e spassosissimi. E il loro strumentismo è impeccabile. Musica da cameretta è una dichiarazione di guerra alla noia e all’apatia, già dalle prime battute. «Donne, è arrivato l’ombrellaio!». Con l’humor irriverente di chi la sa lunga e l’euforica ingenuità di un bambino, Marco Bianchi, Mauro Grandi, Pier Panzeri e Simone Vailati, loro, i “birichini”, irrompono, disinvolti, per raccontare storie pazze d’una felicità contagiosa. La regia d’ogni brano è stilosa e originale. I dettagli curati con la mania di un perfezionista. Il risultato finale è una perla, lucido e naturale. Dove finisce la musica iniziano i deliri ironici dei testi. Dentro c’è tutto. Dai resoconti nostalgici anni ottanta, alla parodia dei cartoni animati, dalla storia della musica italiana al pop più blasonato. Un teatrino di classe che conquista e rimane in testa, scanzonatissimo. Prezioso tocco glamour la voce di Maddalena Balsamo. Il booklet a firma Anna Bianchi, poi, è una gioia per gli occhi. Mal d’inverno è ufficialmente la mia canzone dell’estate. Definitivo.

Pubblicato in Album

 

[E. Augusti] MACROmicroCosmi è il disco d'esordio di Piertomas Dell'Erba (sax) eSimone Porcelli (piano). Pensato e registrato a Roma, il lavoro si lascia ascoltare tutto d'un fiato. Sax e piano si sposano perfettamente con le contaminazioni elettroniche in unjazz versatile che prende e visita intimamente. Si trovano esplorazioni armoniche mai scontate ed effetti in prospettiva che lasciano assaporare il solismo dei due artisti ed emergerne, allo stesso tempo, le diverse, eppure ben amalgamate, personalità.

MACROmicroCosmi è un racconto che ha inizio con "L'ultimo principio", il brano d'apertura in solo piano, intensissimo, che incuriosisce subito e avvia morbidamente all'ascolto, rivelando subito l'anima dialettica dell'intero lavoro: contrazioni e distensioni in un sound nuovo e sperimentale che non stanca mai perché imprevedibile e raffinato. Il sax di Dell'Erba, sempre estremamente narrativo, rende al meglio la personalità poliedrica dell'artista romano, anche quando racconta in retropalco "L'origine dell'idea"di MACROmicroCosmi: grande spazio all'elettronica che crea il miglior background, senza però mai finire sullo sfondo. Il piano di Porcelli è lì, ordinante e piacevolmente melodico.

 

In "Doppia vista" le campionature ironizzano la dialettica piano-sax, con un effetto gradevolissimo. Con "Antitetiche percezioni" quella dialettica diventa contrasto: il pianismo intenso di Porcelli anticipa un po' l'intimismo di "With all my soul" in uno space jazz che non riempie spazi, ma li crea. Il sax di Dell'Erba si fa più rauco e vivo, quasi una dichiarazione d'identità. Intanto lo spettro dell'elettronica ne sfuma i contorni, in un piacevole mix che, esasperato, porta al grido di "Psicodramma": qui, velato dal protagonismo degli effetti, si fa strada un tormentato lirismo che si riscoprirà nella melanconica sensualità di "With all my soul". Speciale ed evocativo, il sax di Dell'Erba ritrova nella traccia più slow della raccolta, sonorità più calde, morbidamente distese sulle armonie di un piano mai banale, in un remembering prezioso e mai abusato che sfuma inaspettatamente in quello stesso spazio segreto dal quale proviene lasciando, nella sospensione dell'apparente incompiuto, la possibilità a chi ascolta di "finire" la narrazione partecipandola del proprio pensiero emotivo.



E dalle tensioni intimistiche di "With all my soul" che chiudono idealmente il Microcosmo di Dell'Erba, si muove verso il Macro con "Dissertazioni di un Cosmopolita", animato da geniali sperimentazioni tribal jazz. Centrali, ancora una volta, le percussioni che scandiscono il tempo narrativo, dettandone il ritmo emozionale. Alle contaminazioni afro si interfaccia un piano estremamente elegante: bellissimi i campionamenti che saporiscono di world music il sax del cosmopolita. Affascinanti le divagazioni animate in china e acquerello dell'artista visivo Andrea Costingo che accompagnano il video di presentazione, "Alimenta l'Arte". 

Tornando all'album, armonico è "Il futuro contemporaneo" dell'esperimento romano: la dialettica qui si fa costruttiva almeno quanto può esserlo tra personalità diverse che sanno ascoltarsi. Dell'Erba e Porcelli si raccontano, si confrontano, si incontrano in una terza dimensione meditativa che raccoglie le idee prima della chiusa di "Gratuite emozioni". Un ritorno al sound dell'origine dell'idea che sfuma preparando un nuovo, e mai ultimo, principio.

 

Pubblicato in Album

GIACOMO MONGELLI - Suite 24

Mercoledì, 06 Marzo 2013 15:56

 

[E. Augusti] Miles contava la tredicesima nota. Il silenzio. Suite 24 (Dodicilune, 2008) apre sospesa, in bilico su quella tredicesima nota, per fluire, suggestiva, nei pieni impressionistici di tutto un mondo di sonorità pulsanti a firma Giacomo Mongelli (drums, percussions), Gianni Lenoci (piano, flute, percussions), Giovanni Maier (bass) e Gaetano Partipilo (saxophones), senza reali cesure. Solo un antro di ristoro a metà percorso con Incontro, poi giù fino allo standard dedicato di The Wedding. La suite prende forma e rastrella colori. Distaccato, Meltin’Pot raccoglie tutto uno spazio emozionale, poligonalmente definito dalle linee spezzate del sax lunatico di Partipilo, ora netto nelle free-lines, ora di stilema caldo e accogliente nelle divagazioni educate. Estatico, è sempre lui, Partipilo, ad accogliere l’ingresso della sezione ritmica. Lenoci è ricco e brillante. Spalma, ampio, il bass di Maier, mentre Mongelli incornicia, morbido, ogni sezione. Ispido e allusivo Fotogrammi apre, reale, la suite. È un’attesa che si mastica sin dai primi spazi, nei tempi sospesi di Maier e corre, feroce, sulla schiena delle sue arcate acide. Lamenta, indagatrice, un’idea obliqua. In the Darkness le voci si intendono in un ambiente surreale, dove il tempo è distanza fisica e l’angoscia suona i vuoti. Bellissimi gli effetti in reverse di Lenoci. Quasi un cello Maier. Rallenta. Incontroè la stazione. Dopo Meltin’Pot è qui che la suite trova pace. Distende e dilata le sue intenzioni più intimistiche. Si riprende terreno con Frenesia. A rincorsa, libere e animate le discorsività sax-piano-bass si sfiorano appena, leggerissime, in un vortice caotico che divelte il pensiero. Suite 24 chiude. Lenoci è liquido, deborda e invade, appena contenuto da Partipilo. Maier direziona le spinte, sensibile, acuto, discreto. Inquiete le percussioni di Mongelli. La complessità di quello che è effettivamente il brano di chiusura della suite si manifesta nel timing. Largo, permette all’idea di svilupparsi in tutta la sua eccentricità, descrivendo istantanee e colorando i dialoghi più impervi e improbabili tra le voci. Un teatro dove l’improvvisazione è tanto audace quanto registicamente misurata, e funziona. La sperimentazione si fa elemento centrale della narrazione, collezionando un bestiario di gran classe. Raffinato. È un delirio estremamente lucido, che impressiona senza sconvolgere, e che anzi incuriosisce e accompagna, in un viaggio insolito dove l’irrazionale si tocca e si mescola al resto. Uno space jazz vivo che anima e si anima di mostri improvvisati, che terrorizzano per la loro insulsa e algida bellezza. Orienta il corale della coda, alleggerito dal registro alto. Disperde le tensioni della suite e regala un finale da favola, come The Wedding raccomanda. L’intesa con la suite africana di Abdullah Ibrahim è forte. Intenso.

Pubblicato in Album

MARCO BARDOSCIA - The dreamer

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 15:54

 

[E. Augusti] Un caos calmo. E Moretti permetterà la citazione. Un caos calmo, dove realtà e sogno si incontrano in un luogo non-luogo che ha tutti i suoni, i colori, gli odori dei bei sentimenti. The Dreamer (My Favorite Records, 2011) è un personale sincero e schietto che racconta, e non potrebbe farlo meglio, Marco Bardoscia. L’ironia, l’arguzia, la dolcezza, la spregiudicatezza, il radicato sentimentalismo e la limpidezza di un genio creativo che non conosce sofisticatezze e allusioni. Marco Bardoscia, il sognatore, The Dreamer, con il suo amore taumaturgico per la vita e il racconto commovente, profondo e avvolgente del suo contrabbasso. Accanto a Marco, Raffaele Casarano (sax), Giorgio Distante (tromba), Gianluca Ria (trombone), Alberto Parmegiani (chitarra), William Greco (pianoforte), Fabio Accardi (batteria), le voci di Carla Casarano e Fernando Bardoscia e la tromba di Luca Aquino.

Stella by starlightapre l’album, illudendo le aspettative da Real Book di un lavoro che, invece e per fortuna, si dichiara immediatamente e definitivamente dalla parte di Bardoscia e dei suoi. Lo spirito è chiaro, libero, forte, partecipato. Le voci di Casarano e Ria si compenetrano, accompagnate dal coro libero del fratello di Marco, Fernando, che porta il brano ad una dimensione di naturalezza e spontaneità viva, subito esaltata dall’intertempo in cui si fanno spazio le psichedelie hard dell’arco corrosivo di Bardoscia, quasi una chitarra, e le pulsioni rock dei drums di Accardi. Ninna Nanna per la piccola Sara regala, dolce, un abbraccio di velluto. L’anima lenta della chitarra di Parmegiani culla e adagia un tema semplice, impreziosito dai giochi di luce di Greco e dalle improvvisazioni di Bardoscia che spiega e racconta, intimo, di Sara e del suo piccolo mondo. E il sogno riprende fiato in Rêve au petit sablon. Un gioiello di  poesia dove il protagonismo di Greco dilata, profondo. Hallelujah per il mondo è una celebrazione delirante, una messa moderna, corale a tutti i costi, un’iterazione imprevista che inverte a schiaffo lo spazio calmo e disteso della presentazione. 31-12-2009 data il trio Bardoscia-Greco-Accardi. Lineare e disinvolto, con un drumming secco e funkeggiante che disperde l’alito di sogno e aggancia il reale. Stiloso e accattivante il groove di Bardoscia. Chica y nano riporta, nostalgico, alle tenerezze goffe dell’infanzia. Questa volta è Casarano a ripercorrere al sax soprano il pensiero di Bardoscia che resta, vigile, a guida e ne segue e sorveglia le divagazioni spinte, fino alla sfumatura della coda. E quella di Jet è quasi una ripresa, un risveglio. Esaltante. Bardoscia è il centro gravitazionale di un moto armonico che conosce tentativi di fuga e ritorni obbligati, alla ricerca continua del giusto mood. Dissonanze e lirismo, passaggi roventi e break improvvisi, cambi di tempo e tonalità danno i natali a un variegato entusiasta, logico e coerente che attrae, impressiona, accarezza e trascina. Preludio al sorgere del sole. La tromba di Distante rantola rifratta nello spazio diafano degli armonici e prepara lo spettacolo a levante. Un sole tiepido che sorge e carica. Ritornano le coralità dell’Hallelujah, nell’ostinato di un tema ficcante che arriva allo zenit di una performance febbricitante. Staglia la voce di Aquino e sfuma l’eleganza dinamica di Greco. Chiude Impro, e l’evanescenza metasensoriale dell’elettronica. Un’esperienza d’ascolto da vivere. Audace e irriverente il coloratissimo booklet a firma Luca Panaro. 

Pubblicato in Album

SIMONA BENCINI/LMG QUARTET - Spreading love

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 15:17

 

[E. Augusti] Spreading love è la title-track dell’ultimo lavoro di Simona Bencini (Groove Master Editions, Egea Records 2011). Estremo. Vivace. Coloratissimo. Con lei il LastMinuteGig Quartet: Mario Rosini (piano, vocals, choirs), Gaetano Partipilo (alto sax), Giuseppe Bassi (double bass) e Mimmo Campanale (drums, percussions). Voce performante, incisiva e carata dalla limpidezza di un dettato sempre scandito splendidamente, la Bencini abbaglia, vantando un timbro esplosivo, incontenibile. Superspinta e iperbolica nelle altezze e nei volumi, non dà tregua. La sua è una sensualità diretta, padroneggiata con disinvoltura, senza troppe allusioni. Pochi colori, anche quando il ritmo incalzante si presterebbe, cedendo al sentimentalismo languido di un tempo lento. L’album scorre tra gli inediti a firma Bencini-Rosini-Ferrante e le variazioni audaci di Gershwin ed Ellington, superriffate. Si gustano gli assoli di Bassi e Partipilo che soffrono non poco l’artificialità di un ambiente ingessato. Campanale cavalca sul beat, senza escursioni. E la sua è una stabilità che fa star bene la musica e aggancia il vamp di Bassi. Un groove facile, immediato, che poppetta e resta in testa. Rosini c’è, discreto e morbido, col suo piano di seconda linea; trattiene nei duo, ruvido, ma non rende il contrasto e tiene insipido lo scat. Solitude tenta lo swing che manca al resto. Una costruzione di testa, calibrata in uno spazio sintetico, controllata e sostanzialmente ferma nella narrazione. Poco jazz. Spreading love è un album d’intrattenimento di lusso, glamour, patinato, che non racconta molto di più di quel che dice, e forse per alcune orecchie può funzionare bene anche per questo. Accattivante l’artwork del booklet, a firma Pino Oliva.

 

Pubblicato in Album

STEFANO CLEMENTE - Desiderata

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 15:11

[E. Augusti] Desiderata, quando «sorge la pulsione dell’animo che porta al desiderio. Desiderio di voler mettere un punto fermo che non è un punto di arrivo bensì punto di partenza […] Desiderio profondo di un’Anima di voler comunicare con le altre Anime». È così che Stefano Clemente presenta il suo nuovo lavoro per la Dodicilune (2011). Desiderata nasce da un’esigenza d’amore. Un messaggio «puro e positivo» che vuole arrivare dritto al cuore di chi ascolta. E direi che Clemente c’è riuscito, e il messaggio è arrivato, forte e chiaro. La sua chitarra ha un timbro asciutto e pulito, come lo stile che descrive. Legati avvolgenti e un fraseggio a lenzuolo che copre leggero le spigolosità del contrabbasso di Dario Di Lecce. E il contrasto è lì, nella dialettica di impasti timbrici lontani per carattere e colore. Il missaggio privilegia le morbide sinuosità della chitarra, lasciando nell’ombra delle retrovie la sezione ritmica, che soffre non poco la distanza. La batteria di Fabio Delle Foglie carica vaporosa nei tempi medi senza mai tradire lo spirito dell’album. Tutto è pacato, ovattato, denso. Il protagonismo di Clemente tiene alta l’attenzione sulla narrazione: a volte imposta dai volumi, si interrompe solo nei giochi felici di call-and-response col sax di Renato D’Aiello. Tre i brani a firma Clemente. “Desiderata”, in particolare, è di una bellezza pervasiva (non a caso la title track dell’album - in ascolto). Un'intro tenerissima e un 4/4 che raccoglie, liscio, tutta la sensualità avvolgente del sax di D'Aiello. Un po’ meccanici i trade con Delle Foglie in “BBBlues”, quasi un esercizio compositivo. Elegante l’intensità di “Soul Eyes” (Mal Waldron). “Speak No Evil” (Wayne Shorter) è la rivincita di Di Lecce, timidamente progressive. Culla senza sorprese “My Romance” (Richard Rodgers), discorsivo, e si lascia cantare fino all’ultimo battito. Liquido.

 

Pubblicato in Album
Pagina 10 di 11

Elezioni Sonore

 

Invia il tuo cd

Newsletter

Ricezione
Privacy e Termini d'uso
  • Roma - Auditorium Parco della Musica
  • Torino Jazz Festival 2014
  • LIVEdiary

Eventi

<<  Giugno 2022  >>
 Lun  Mar  Mer  Gio  Ven  Sab  Dom 
    1  2  3  4  5
  6  7  8  9101112
13141516171819
20212223242526
27282930   

Copyright LaOrilla 2011. Tutti i diritti riservati.

Login

Registrati

Registrazione Utente
o Annulla