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GIACOMO MONGELLI - Suite 24

Mercoledì, 06 Marzo 2013 15:56

 

[E. Augusti] Miles contava la tredicesima nota. Il silenzio. Suite 24 (Dodicilune, 2008) apre sospesa, in bilico su quella tredicesima nota, per fluire, suggestiva, nei pieni impressionistici di tutto un mondo di sonorità pulsanti a firma Giacomo Mongelli (drums, percussions), Gianni Lenoci (piano, flute, percussions), Giovanni Maier (bass) e Gaetano Partipilo (saxophones), senza reali cesure. Solo un antro di ristoro a metà percorso con Incontro, poi giù fino allo standard dedicato di The Wedding. La suite prende forma e rastrella colori. Distaccato, Meltin’Pot raccoglie tutto uno spazio emozionale, poligonalmente definito dalle linee spezzate del sax lunatico di Partipilo, ora netto nelle free-lines, ora di stilema caldo e accogliente nelle divagazioni educate. Estatico, è sempre lui, Partipilo, ad accogliere l’ingresso della sezione ritmica. Lenoci è ricco e brillante. Spalma, ampio, il bass di Maier, mentre Mongelli incornicia, morbido, ogni sezione. Ispido e allusivo Fotogrammi apre, reale, la suite. È un’attesa che si mastica sin dai primi spazi, nei tempi sospesi di Maier e corre, feroce, sulla schiena delle sue arcate acide. Lamenta, indagatrice, un’idea obliqua. In the Darkness le voci si intendono in un ambiente surreale, dove il tempo è distanza fisica e l’angoscia suona i vuoti. Bellissimi gli effetti in reverse di Lenoci. Quasi un cello Maier. Rallenta. Incontroè la stazione. Dopo Meltin’Pot è qui che la suite trova pace. Distende e dilata le sue intenzioni più intimistiche. Si riprende terreno con Frenesia. A rincorsa, libere e animate le discorsività sax-piano-bass si sfiorano appena, leggerissime, in un vortice caotico che divelte il pensiero. Suite 24 chiude. Lenoci è liquido, deborda e invade, appena contenuto da Partipilo. Maier direziona le spinte, sensibile, acuto, discreto. Inquiete le percussioni di Mongelli. La complessità di quello che è effettivamente il brano di chiusura della suite si manifesta nel timing. Largo, permette all’idea di svilupparsi in tutta la sua eccentricità, descrivendo istantanee e colorando i dialoghi più impervi e improbabili tra le voci. Un teatro dove l’improvvisazione è tanto audace quanto registicamente misurata, e funziona. La sperimentazione si fa elemento centrale della narrazione, collezionando un bestiario di gran classe. Raffinato. È un delirio estremamente lucido, che impressiona senza sconvolgere, e che anzi incuriosisce e accompagna, in un viaggio insolito dove l’irrazionale si tocca e si mescola al resto. Uno space jazz vivo che anima e si anima di mostri improvvisati, che terrorizzano per la loro insulsa e algida bellezza. Orienta il corale della coda, alleggerito dal registro alto. Disperde le tensioni della suite e regala un finale da favola, come The Wedding raccomanda. L’intesa con la suite africana di Abdullah Ibrahim è forte. Intenso.

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SIMONA BENCINI/LMG QUARTET - Spreading love

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 15:17

 

[E. Augusti] Spreading love è la title-track dell’ultimo lavoro di Simona Bencini (Groove Master Editions, Egea Records 2011). Estremo. Vivace. Coloratissimo. Con lei il LastMinuteGig Quartet: Mario Rosini (piano, vocals, choirs), Gaetano Partipilo (alto sax), Giuseppe Bassi (double bass) e Mimmo Campanale (drums, percussions). Voce performante, incisiva e carata dalla limpidezza di un dettato sempre scandito splendidamente, la Bencini abbaglia, vantando un timbro esplosivo, incontenibile. Superspinta e iperbolica nelle altezze e nei volumi, non dà tregua. La sua è una sensualità diretta, padroneggiata con disinvoltura, senza troppe allusioni. Pochi colori, anche quando il ritmo incalzante si presterebbe, cedendo al sentimentalismo languido di un tempo lento. L’album scorre tra gli inediti a firma Bencini-Rosini-Ferrante e le variazioni audaci di Gershwin ed Ellington, superriffate. Si gustano gli assoli di Bassi e Partipilo che soffrono non poco l’artificialità di un ambiente ingessato. Campanale cavalca sul beat, senza escursioni. E la sua è una stabilità che fa star bene la musica e aggancia il vamp di Bassi. Un groove facile, immediato, che poppetta e resta in testa. Rosini c’è, discreto e morbido, col suo piano di seconda linea; trattiene nei duo, ruvido, ma non rende il contrasto e tiene insipido lo scat. Solitude tenta lo swing che manca al resto. Una costruzione di testa, calibrata in uno spazio sintetico, controllata e sostanzialmente ferma nella narrazione. Poco jazz. Spreading love è un album d’intrattenimento di lusso, glamour, patinato, che non racconta molto di più di quel che dice, e forse per alcune orecchie può funzionare bene anche per questo. Accattivante l’artwork del booklet, a firma Pino Oliva.

 

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