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I Buh Bah a Novoli

Domenica, 26 Febbraio 2017 14:25

[Novoli] Stasera siamo stati al Teatro comunale di Novoli per ascoltare 'Buh Bah', il progetto a firma Carolina Bubbico e Marco Bardoscia. Ci è piaciuto moltissimo, e non solo per la selezione dei brani proposti e finemente riarrangiati, ma anche per la straordinaria capacità dei due di reinventare il significato di 'musica nuda'. Eleganza, stile, personalità, intesa, ma anche un tocco di ironia e voglia di stare e giocare insieme che non guasta mai. Bello vero [clicca qui per il livediary]

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[M. Capozzi] «Aderisco. Arrangiamenti coraggiosi».  Con queste tre parole una mail del Luglio 2012 sembrava quasi rispondere a una sfida e dava il la alla collaborazione di Eugenio Finardi con il quintetto jazz, tutto pugliese, del sassofonista Raffaele Casarano. Pochi mesi, e si è arrivati alla due giorni di sold out al Blue Note di Milano (12 e 13 ottobre 2012)
 
Blue Note, Milano, 13 Ottobre 2012, h. 21.30 inoltrate. Locale gremito, lume di candela in sala e luci soffuse sul palco, pubblico attento e disponibile a lasciarsi condurre dalla “Locomotive” della formazione di Finardi. 
«Non suonare il sax. Lascia che lui suoni te» (Charlie Parker). Fraseggi di sax e il cammino comincia. Questo il filo rosso, e il viaggio altrove dell’intero concerto: non solo “suonare”, ma “lasciarsi suonare”; non “trascinare”, ma “lasciarsi trascinare”; non, banalmente, “emozionare” ma “lasciarsi emozionare”.
In un crescendo di raffinate tessiture armoniche, si sciolgono lo swing deciso e di classe del pianoforte di Mirko Signorile, la sensibilità dirompente del contrabbasso di Marco Bardoscia, la precisione grintosa del drumming di Marcello Nisi, la possente eleganza delle percussioni di Alessandro Monteduro e l’indubbio talento musicale di Raffaele Casarano che si intrecciano perfettamente con la maturità artistica della ricerca cantautorale di Eugenio Finardi.
In scaletta, rilette in chiave jazz, alcune tra le più famose canzoni di Finardi che quest’anno compie i suoi primi 40 anni di carriera: tra tutte, l’intensa versione di “Le ragazze di Osaka”; il ritmo cubano di “Diesel”, che stravolge il brano inciso alle origini in versione “jazzata”; le sonorità in soffio e in loop - “canto delle sirene”- dell’intro di “Extraterrestre” che si dipanano, nel corso del brano, in tessiture classical jazz; ed ancora, la famosissima “Katia” e il «vestito intrigante» che i Locomotive sono riusciti a cucire addosso a “Laura degli specchi”. E, più di tutte le altre, forse per mio personale affetto nei confronti della Puglia, “Dolce Italia”, che Finardi ha voluto dedicare al Salento e a Sogliano Cavour, «riverbero di musica, tra gli olivi e la pietra antica». 
Accanto al repertorio più squisitamente “finardiano”, i Locomotive hanno accompagnato il cantautore in un percorso interessante tra gli standard jazz “Fever”, “Summertime”,”Speak Low” - omaggio alle più grandi voci del jazz femminile internazionale (tra tutte, Billie Holiday, Lena Horne e Peggy Lee) - che Finardi trasforma e riscalda di sfumature suadenti, come caldo e suadente è il colore profondo e scuro della sua voce blues.
 
Il connubio sul palco sembra dettato da sensazioni che rinascono in sospiri a ogni nota: chiudere gli occhi e lasciarsi “man-tenere”, scriverebbe Erri De Luca. Perché il Blue Note, con Finardi e il Locomotive Jazz Quintet, rinnova la magia: tiene per mano tutti i presenti, e li porta in giro per luoghi altri, a scoprire sonorità intime e personalissime, raccontate dai lunghissimi e interessanti assoli attraverso i quali il cantautore in primis sembra rigenerarsi. Così lo stesso Eugenio Finardi, che per ruolo artistico dovrebbe stare al di là della linea, si rende contemporaneamente protagonista e spettatore del suo concerto, scegliendo di restare indietro, e al centro del gruppo, spesso seduto “quasi ai piedi” del pianoforte «per godere di un’acustica splendida ed assaporare soluzioni musicali sempre diverse»: è significativo vederlo fisicamente ripiegarsi leggermente a sinistra, preso dall’energia della sezione ritmica, e poi d’un tratto abbandonarsi ad occhi chiusi e braccia aperte a destra, quasi in un abbraccio simbolico al pianoforte…E chissà dove sta viaggiando…
 
«Quello che fa il pianoforte nel mio orecchio destro e il contrabbasso nel mio orecchio sinistro, io lo sento proprio qui [e fa segno di prendersi con forza la pancia], nelle viscere e si propaga in tutto il corpo».
 
Sì, perché gli artisti del Blue Note sono splendidamente malati di musica. Hanno voglia di divertirsi, di condividere intimamente e, soprattutto, hanno voglia di contagiare gli spettatori in estasi, affinché il pubblico stesso ami la musica del loro stesso amore.
 
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MARCO BARDOSCIA - The dreamer

Mercoledì, 08 Febbraio 2012 15:54

 

[E. Augusti] Un caos calmo. E Moretti permetterà la citazione. Un caos calmo, dove realtà e sogno si incontrano in un luogo non-luogo che ha tutti i suoni, i colori, gli odori dei bei sentimenti. The Dreamer (My Favorite Records, 2011) è un personale sincero e schietto che racconta, e non potrebbe farlo meglio, Marco Bardoscia. L’ironia, l’arguzia, la dolcezza, la spregiudicatezza, il radicato sentimentalismo e la limpidezza di un genio creativo che non conosce sofisticatezze e allusioni. Marco Bardoscia, il sognatore, The Dreamer, con il suo amore taumaturgico per la vita e il racconto commovente, profondo e avvolgente del suo contrabbasso. Accanto a Marco, Raffaele Casarano (sax), Giorgio Distante (tromba), Gianluca Ria (trombone), Alberto Parmegiani (chitarra), William Greco (pianoforte), Fabio Accardi (batteria), le voci di Carla Casarano e Fernando Bardoscia e la tromba di Luca Aquino.

Stella by starlightapre l’album, illudendo le aspettative da Real Book di un lavoro che, invece e per fortuna, si dichiara immediatamente e definitivamente dalla parte di Bardoscia e dei suoi. Lo spirito è chiaro, libero, forte, partecipato. Le voci di Casarano e Ria si compenetrano, accompagnate dal coro libero del fratello di Marco, Fernando, che porta il brano ad una dimensione di naturalezza e spontaneità viva, subito esaltata dall’intertempo in cui si fanno spazio le psichedelie hard dell’arco corrosivo di Bardoscia, quasi una chitarra, e le pulsioni rock dei drums di Accardi. Ninna Nanna per la piccola Sara regala, dolce, un abbraccio di velluto. L’anima lenta della chitarra di Parmegiani culla e adagia un tema semplice, impreziosito dai giochi di luce di Greco e dalle improvvisazioni di Bardoscia che spiega e racconta, intimo, di Sara e del suo piccolo mondo. E il sogno riprende fiato in Rêve au petit sablon. Un gioiello di  poesia dove il protagonismo di Greco dilata, profondo. Hallelujah per il mondo è una celebrazione delirante, una messa moderna, corale a tutti i costi, un’iterazione imprevista che inverte a schiaffo lo spazio calmo e disteso della presentazione. 31-12-2009 data il trio Bardoscia-Greco-Accardi. Lineare e disinvolto, con un drumming secco e funkeggiante che disperde l’alito di sogno e aggancia il reale. Stiloso e accattivante il groove di Bardoscia. Chica y nano riporta, nostalgico, alle tenerezze goffe dell’infanzia. Questa volta è Casarano a ripercorrere al sax soprano il pensiero di Bardoscia che resta, vigile, a guida e ne segue e sorveglia le divagazioni spinte, fino alla sfumatura della coda. E quella di Jet è quasi una ripresa, un risveglio. Esaltante. Bardoscia è il centro gravitazionale di un moto armonico che conosce tentativi di fuga e ritorni obbligati, alla ricerca continua del giusto mood. Dissonanze e lirismo, passaggi roventi e break improvvisi, cambi di tempo e tonalità danno i natali a un variegato entusiasta, logico e coerente che attrae, impressiona, accarezza e trascina. Preludio al sorgere del sole. La tromba di Distante rantola rifratta nello spazio diafano degli armonici e prepara lo spettacolo a levante. Un sole tiepido che sorge e carica. Ritornano le coralità dell’Hallelujah, nell’ostinato di un tema ficcante che arriva allo zenit di una performance febbricitante. Staglia la voce di Aquino e sfuma l’eleganza dinamica di Greco. Chiude Impro, e l’evanescenza metasensoriale dell’elettronica. Un’esperienza d’ascolto da vivere. Audace e irriverente il coloratissimo booklet a firma Luca Panaro. 

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