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PAOLO BENVEGNÙ - Che cosa sono le nuvole?

Domenica, 23 Giugno 2013 13:59
Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l'erba, la gioventù. L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.
Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.
 
L. De Giusti (a cura di), Pier Paolo Pasolini. Il cinema in forma di poesia (1979)
 
 
 
 
[sel. M. Capozzi]
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ZERO 7 - Distractions

Giovedì, 23 Maggio 2013 08:35

 

Ogni vera gioia ha una paura dentro
 
 
M. Mazzantini, Il Mare al Mattino (2011)
 
 
[sel. M. Capozzi]
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P. McCARTNEY & WINGS - Live And Let Die

Mercoledì, 15 Maggio 2013 08:27

 

Tutte le persone che non sono belle, o che sono brutte, e poi quando le conosci diventano più belle, sempre.
Quando la donna con cui dormo ha capito che ognuno deve dormire dal suo lato. Che ci si può abbracciare prima, o quando ci svegliamo la mattina, ma quando si dorme bisogna stare ognuno per i fatti suoi. Dividendo il letto con la stessa meticolosità con cui si tracciava la linea di divisione del banco con il compagno, a scuola.
Il momento in cui è passato abbastanza tempo (…) Però questo momento non lo capisci sempre quando è arrivato. (…) E tutte le volte in cui posso legittimamente dire "Te l'avevo detto" (…)
Quando mi rendo conto che fra due persone c'è un amore segreto. Me ne accorgo quasi sempre, da un gesto o uno sguardo. E mi piace, mi fa sentire complice. Ma mi è piaciuto un po' meno quando l'ho capito di mia moglie, una sera che voleva spostare i posti a tavola in modo da sedersi vicino a uno. 
E poi mi piace tantissimo fare dei ragionamenti e delle discussioni inutili, con chiunque.
Posso stare ore a capire se una giacca è blu notte o nera.
O provare a capire come fanno le varie strisce del dentifricio Aquafresh a restare indipendenti una dalle altre, dentro e fuori il tubetto. 
O perché non fanno cancelli abbastanza grandi per far passare gli ombrelli aperti quando piove.
O, ancora, perché il benzinaio ti dice sempre "un po' più avanti, per favore"? E perché te lo dice sempre quando hai appena spento il motore?
Quando nei bagni pubblici c'è scritto uomini e donne, e non ci sono delle figure o dei disegni stilizzati sui quali devi stare a pensare un po' per capire qual è il bagno delle donne e quale quello degli uomini. Addirittura in un locale, una volta, c'era da una parte la fotografia di Stan Laurel (Stanlio) e dall'altra quella di Oliver Hady (Ollio). Dopo un po' di esitazione, aprii deciso la porta di Ollio. E dentro c'erano i maschi. Non so perché.
L'acqua quando hai sete, il letto quando hai sonno.
Qualsiasi film con Marly Streep.
Incontrare dopo tanto tempo una persona con cui hai litigato. E ricordare soltanto che ci hai litigato senza ricordare il perché.
Tutti gli avvenimenti che non dipendono da me.
La certezza che non avrò più sedici anni.
Il momento esatto in cui la notte i semafori cominciano a lampeggiare.
Tutte le nonne che portano al parco i nipoti e i loro sorrisi apprensivi quando li guardano correre.
Le persone che devono cominciare a parlare per dire una cosa importante.
L'odore di pane di primo mattino, e le macchinette del caffè quando vengono spente.
Il primo scontrino battuto in un negozio, ma anche la prima volta che una ragazza fa tardi la sera.
Il bis atteso di un concerto.
E quelli che aspettano e guardano l'orologio, e quando poi finalmente in fondo alla strada scorgono chi stavano aspettando.
Quelli che smettono di fumare, e quelli che escono da un portone coprendosi gli occhi dalla luce.
Le lacrime che scendono sui visi degli spettatori al cinema, e le risate di una sera a cena.
Un litigio furioso per una questione di principio.
Uno che corre per arrivare prima che scada il tempo per qualsiasi cosa.
Le borse della spesa da svuotare e i bambini, quando chiudono il quaderno perché hanno finito i compiti.
I balconi con i panni stesi.
Tutti i sogni di una notte, e tutte le feste a sorpresa. (…)
Gli amori che cominciano, che è molto prima di quando cominciano.
E poi certi pomeriggi di pioggia.
Gli amici che si incontrano al caffè per raccontarsi i segreti.
E la notte di Capodanno.
L'elenco di tutte le case che si abitano nella vita, e il numero esatto di baci che si stanno dando in questo momento.
Mi piacerebbe che nessuna porta stesse sbattendo e che nemmeno un cittadino non si sentisse un cittadino; e, sempre in questo momento, che qualcuno stesse dicendo "ah come è bello vivere ". Anche solo tra sé e sé.
 
F. Piccolo, Momenti di trascurabile felicità (2010)
 
 
[sel. M. Capozzi]
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TJF 2013 Live Diary - Back

Venerdì, 03 Maggio 2013 09:16

 

Ecco come ti racconto il Torino Jazz Festival. Back.

 

 

 

 

 

 

 

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TJF 2013 Live Diary - 30 aprile

Martedì, 30 Aprile 2013 15:59

30 aprile 2013, h. 14.00 - [E. Augusti] Oggi si festeggia la giornata internazionale del Jazz. Decidiamo di prendercela comoda, e di raggiungere gli amici del Cafè des Arts per il concerto del duo Kamod Raj Palampuri & Nabil Hamai. Couscous per accompagnare piacevolissime sonorità world. I ritmi intonati delle tabla incontrano le curve stridenti del violino. Palampuri picchetta di sinistra e spalma di destra le sue tabla, mentre Hamai stende ampi fraseggi interrotti a tratti da circoli di ostinati. Aperture lunghe e intime si canalizzano all'improvviso in loop testardi in 7/4. Crescono finchè possono, per poi disperdersi in suggestivi pianissimo. Il violino acciacca e langue nelle arcate distese. Introduce un tema legato, che puntella in coda. Si va per imitazioni. Ma il concerto diventa presto un'occasione didattica. Palampuri racconta il suo strumento come un incontro di figure, maschile e femminile. Gioca, e ci mette tutta una storia a giustificare con arguzia, ironia e tanta fantasia le diversità timbriche delle tabla. Geniale e divertente. Il pubblico partecipa, e anche noi. 

 

 

30 aprile, h. 16.40 - Dopo un lungo, lunghissimo giro per le vie della città, raggiungiamo il Museo Regionale di Scienze Naturali. Ad attenderci, i 3quietmenRamon Moro (tromba/flicorno/fx), Federico Marchesano (basso elettrico/fx) e Dario Bruna (batteria). Stefano Battaglia al pianoforte accoglie, in un solo intimo e partecipato, il racconto de Le città insivisibili, a cura del CLG Ensemble (Salvatore Milazzo - batteria/oggetti/percussioni, Nicola Basso - batteria, Claudio Mazzitelli - grancassa, Gigi Gobbato - tromba, Giacomo Coste - percussioni, Dario Bruna - marimba) e delle sue voci narranti (Roberto Olivero - monologhi e letture, Fabio Oldano e Francesca Bardino - budda e gli esploratori, Maurizio Franciosi - statua). Il racconto delle città invisibili diventa la storia di un invisibile. Roberto racconta la follia, e lo fa con gli occhi di chi ha subito e di chi conosce la presunzione di quanti hanno creduto di poterla disciplinare, la follia. Battaglia carica. E' una massa d'acqua che schiaccia e sostiene. Da quelle atmosfere surreali, dove la confusione è fisica quanto la testa che la contiene, riaffiora lento il gemito della tromba effettata di Moro.  Quel corpo sonoro, così compatto, rotola e scava tra i pensieri. «La città era calma, ma nella notte tutto appariva dentro al buio». Persiste la marimba a martello. Effetti sinfonici e una profonda ricerca dell'incontro nella poliritmia. Intenso e suggestivo. Barcolla. Le sonorità si percepiscono disturbate. Tornano poi spesse, dense, e riempiono. Va tutto via. Ciò che resta è il tempo, sordo, che continua a scorrere scandito da una grancassa. 

Poco più in là è lo stesso Museo a ospitare la fotografica Jazz de J à ZZ di Guy Le Querrec, per la prima volta in Italia. Interessanti e suggestive le installazioni. Curiosiamo ancora un po'.

 

 

30 aprile, h. 18.20 - E se poi all'improvviso ti venisse voglia di mettere da parte quei pensieri, distrarti, e perché no, ballare? In piazzale Valdo Fusi troveresti Dorado Schmitt e il suo sestetto di famiglia a rallegrarti l'anima. In realtà Dorado si fa attendere, ma chi lo aspetta sa come colmare quell'attesa. Si celebra la tradizione manouche, con rivisitazioni che vanno a comporre un medley squinternato, divertente, di grande effetto. Ci trovi dentro suggestioni balcaniche, morsi di sirtaki e csárda, e un ritmo saltellato che ti scuote. Dorado alla fine arriva, e quella del Torino Jazz Festival è la sua esclusiva italiana. Esplode lo swing più coinvolgente. Grande virtuosismo e la piazza è in festa. Arriva il bis con "Bossa Dorado". 

 

 

30 aprile, h. 21.05 - Dopo una sosta al vecchio bar di Piazza Vittorio Veneto, raggiungiamo il main stage di piazza Castello. Ingresso in solitaria per l'imponente McCoy Tyner. Passo incerto, e un cappello che gli scende severo sulla fronte. Non esita, e appena sulla tastiera, le sue mani nervose e ossute afferrano. Il suo è un linguaggio misurato, elegante, che emoziona per quello che ha detto, e per quello che ha da dire. E' l'autorevolezza di chi c'era, coi grandi della storia del jazz. Così anche per i suoi compagni di viaggio, da Gary Bartz (sax) a Bryan Lynch (tromba), e poi Conrad Herwig (trombone), Gerald Cannon (contrabbasso), Francisco Mela (batteria) e Giovanni Hidalgo (percussioni). E' un jazz gentile, quello di stasera, che ci porta dritte al cuore della notte.

 

 

1 maggio, h. 01.15 - Abbiamo fatto 30? Facciamo il 1^! Grande festa del jazz...stiamo arrivando!!! 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

...sfoglia il Live Diary Back!

 

 

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TJF 2013 Live Diary - 29 aprile

Lunedì, 29 Aprile 2013 18:09

29 aprile, h. 14.30 - [E. Augusti] La fame comincia a farsi sentire. Risveglio comodo, questa mattina. Ci sta, dopo le danze etiopi di ieri sera in piazza Castello col grande Mulatu Astatke. Pensiamo bene di raggiungere il Cafè Des Arts, dove ci attendono gli Improbabel. Duo personalissimo, Erika Sollo (voce) e Michele Anelli (contrabbasso). Un esperimento di musica nuda intenso, intimo. Si gioca coi suoni secchi e non intonati del contrabbasso, mentre la voce s'insinua, morbida. Effetti ed echi di profondità. Elettronica e noise, dalle atmosfere sinistre di Komeda ai respiri di Wheeler. Escursioni spazio-temporali che arrivano fino al folk giapponese, con una preziosa interpretazione di "Sakura". 

 

 

29 aprile, h. 16.15 - Dal Cafè Des Arts al Circolo dei Lettori. Musica e parole si incontrano in un esperimento di blues in italiano. Prova a raccontarsi Francesco Forni, alla chitarra. Ci dice dell'album con Ilaria Graziano, e del suo approccio creativo. Scambio di impressioni e curiosità col Direttore Zenni e inforca la sua vecchia Höfner. Omaggio a Django Reinhardt, "Minor Swing", e inizia il suo personale, «entrare può voler dire non uscirne più». «Ci siamo rivisti senza incontrarci...in un giorno qualunque...sarò io ad incontrarti...perché fai parte dei miei vizi». Blues. 

 

 

29 aprile, h. 17.12 - Ci trasferiamo un isolato più avanti. In Piazzale Valdo Fusi si celebra la collaborazione del Torino Jazz Festival con il Festival Rendez-vous de l'Erdre di Nantes. Sul palco, i Sidony BoxElie Dalibert (sax), Manuel Adnot (chitarra) e Arthur Narcy (batteria). Scariche di adrenalina pura. Ne sa qualcosa Narcy. Fisico e brutale, taglia in due l'aria con la precisione di un chirurgo e aggancia fermo le spirali in loop della chitarra noise di Adnot. Dalibert resta strutturato, ma strilla un motivo ancora fortemente evocativo. C'è una cura maniacale per il dettaglio, e nell'improvvisazione niente è lasciato al caso. Le linee melodiche respirano, sospese. Magnetici.

 

 

29 aprile, h. 18.10 - Restiamo qui. Cambio palco, ed è il suono degli ottoni a precedere l'arrivo della Gianluca Petrella Cosmic Band. Il Piazzale si trasforma. Petrella è lì ad animare, ordinare, caricare un groove radioattivo. Potente e solida nei suoi labirinti onirici, la Cosmic Band sa dove cedere alle istigazioni del suo leader. Percorre il palco, a passo deciso, e il trombone ne mima il movimento. La prima linea è compatta, come una trincea, impenetrabile. Grande spazio ai synth di Alfonso Santimone, che raccolgono le suggestioni electro di un jazz esplorativo e audace. Il coinvolgimento è totale.

 

 

 

29 aprile, h. 20.50 - Il cioccolato non basta. Via Po di gran passo, e sosta obbligata per un kebab al volo. Tra pochi minuti per la sezione "Main" il palco di Piazza Castello ospiterà Miles Smiles, il progetto a firma Wallace Roney (tromba), Rick Margitza (sax), Joey DeFrancesco (organo), Larry Coryell (chitarra), Ralphe Armstrong (basso elettrico) e Alphonse Mouzon (batteria). Loro sono cinque giganti, perfettamente a proprio agio sul main stage del TJF. Ascoltandoli, e guardandoli, ti viene in mente una di quelle scene tipicamente maschili, di uomini sprofondati in divani di vecchia fabbrica a guardare l'ennesima partita di football, sorseggiando una birra ghiacciata e commentando a voce alta ogni azione. Di quegli uomini che urlano "Fallo!" e lo scambio potrebbe continuare per delle ore, per dei giorni, a discutere del se ci sia stato o meno. Ecco cos'è l'interplay tra Roney e i suoi, un rimpallo naturale di obiezioni precise e cariche di passione. C'è vigore, energia, intimità, familiarità, e un pensiero forte al Miles degli anni Settanta. Mouzon macina chilometri, marcando ogni passo sullo splash. Jones carbura, e traccia solchi profondissimi. Conversa, DeFrancesco, e lo fa con la sufficienza di chi sa già come va a finire. Braccio sinistro sciolto, appeso sul fianco, mentre la sua mano destra agguanta gli argomenti più insoliti ed efficaci, in un funk esplosivo che non teme confronti. C'è tanta ironia, e un genio poderoso e dirompente. Regalano una ballad da bis, a sorpresa, sul tema di "Time after Time". Splendidi. 

 

 

 

 

29 aprile, h. 23.00 - E la buonanotte del Fringe sul lungofiume. Boltro

30 aprile, h. 02.41 - E se andassimo a dormire? Buon International Jazz Day a tutti! 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

...continua a leggere il Live Diary...30 aprile!

 

 

 

 

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TJF 2013 Live Diary - 28 aprile

Domenica, 28 Aprile 2013 11:23

28 aprile, h. 10.50 - [E. Augusti] TJF al terzo giorno. Siamo al Circolo dei Lettori. Tra pochi minuti Francesco Martinelli presenterà Django. Vita e musica di una leggenda zingara, il lavoro di Michael Dregni (2004) tradotto e curato dallo stesso Martinelli e riedito ora, in collaborazione con la Fondazione Siena Jazz, per la EDT. Il profilo di Django Reinhardt, uomo e musicista, è tracciato in tutta la sua eccezionale complessità, e trova al Torino Jazz Festival uno spazio d'approfondimento, scientifico, a portata di tutti. Martinelli ne ripercorre la storia, dalle origini della sua gente, all'infanzia del carrozzone, al dramma che ne sconvolse la vita e lo portò a diventare quello che oggi rappresenta per la storia del jazz, un'icona cioè della sua anima più "gipsy". Martinelli snocciola aneddoti e curiosità, a farcire le pagine più intense di una storia del jazz sconosciuta ai più. Poco più in là, la mostra multimediale Django Reinhards Swing de Paris, fortemente voluta da Stefano Zenni, in collaborazione con la Cité de la Musique di Parigi. 

 

 

28 aprile, h. 14.00 - La domenica effervescente del Torino Jazz Festival continua sul palco Fringe col Tineke Postma 4tetFabio Giachino al pianoforte, Davide Liberti al contrabbasso e Ruben Bellavia alla batteria accompagnano il sax di una Tineke Postma in splendida forma. La sua voce soffiata spinge fino al limite, per ritornare morbida ai volumi che le sono più congeniali, sulle tracce di Bill Evans. Approfittiamo del brunch creolo New Orleans, allestito sul lungofiume dei Murazzi e via verso il Circolo dei Lettori.

 

 

28 aprile, h. 15.58 - Al Circolo dei Lettori si continua con la rassegna BookMarcello Piras propone un titolo provocatorio per una conferenza che vuole mettere in discussione l'assunto sulle origini, americane, del jazz. Da dove gli USA hanno ricevuto il jazz? lascia già intravedere la risposta al quesito. L'allusione è dichiarata al fenomeno delle migrazioni e delle recezioni di qualcosa che se non è jazz ci somiglia, e viene da lontano. Nessuna origine dal basso, dunque, nessun campo di cotone. Se l'autorappresentazione di un jazz tutto americano trova nelle finzioni anagrafiche dei suoi protagonisti ottocenteschi il sospetto, e nell' "insularity" degli USA la sua spiegazione psicologica, la satira di fine secolo ne svela l'errore. Si pensi alla copertina del The Mascot del 1890. Proiezione. Quello che si ascoltava a New Orleans in quegli anni aveva il gusto delle "balene arabe" e "delle scimmie ripiene", attraeva e respingeva allo stesso tempo. L'esotico comunque arrivava, e non viaggiava sui fiocchi bianchi trasportati dal vento, ma sui legni battenti bandiera francese. Tanti gli spunti e i materiali per riflettere. L'occasione è preziosa per lasciarsi incuriosire. Addetti e non addetti ai lavori.

 

 
28 aprile, h. 17.12 - La pioggia non accenna a fermarsi. Andiamo verso il Teatro Regio. Il maltempo ha dovuto fare i conti con la straordinaria organizzazione del TJF. Il concerto tanto atteso del grande Abdullah Ibrahim si farà comunque, e in teatro. E forse è un bene, visto che Ibrahim dedicherà al suo pubblico un concerto in solo. Quale location migliore per un incontro così intimo? C'è fermento e grande attesa. E lui arriva a passo svelto, guarda il fondo nero, si siede al pianoforte, ed è già dentro la musica. Sulle note di The Wedding, confessa l'anima di questo incontro. La sua mano sinistra è ferma, nel metro severo di un legatissimo su cui sfilano, leggeri, i ricami della destra. E' un corale bachiano, e ogni tentativo di rompere quell'intimità con stop, doppie terze, ostinati e ribattuti, resta ammansito dalla severità rassicurante dell'accompagnamento. Ogni insistenza si spegne nella sua voce, così mesta e nostalgica. Un basso sincopato tenta un nuovo modo, innesti afro ne cambiano il carattere, si restringono gli spazi per poi allargarsi in un racconto essenziale, minimo dove si immagina lo spazio di un interplay. Le dinamiche riportano a uno spiritual, mentre il basso invoca un blues. Swinga un po', ma cede dopo poco. Un grande arabesque porta lontano. Generoso, Ibrahim, regala un'intensità che resta. 
 
 
28 aprile, h. 21.05 - Pioggia battente. Andiamo verso Piazza Castello. Ultimi controlli d'agibilità e, al via in sicurezza, la piazza si accende sotto un cielo di ombrelli colorati. Mulatu Astatke Steps Ahead, in esclusiva italiana. Accanto al campione del jazz etiope un ensemble multietnico, che carica e scalda a tinte forti una piazza intera (e i suoi portici). Afro, funk, venature latin. Una fisicità magnetica che conquista nelle sue imprevedibili distorsioni. Lunghi, lunghissimi pedali, ostinati che staccano e portano secchi al movimento. E le suggestioni del violoncello di Danny Keane, per nulla corrotte dal virtuosismo furioso delle tastiere di Alex Hawkins. Il resto lo fanno le percussioni di Richard Olatunde Baker, Davide De Rose e dello stesso Astatke, che macinano e vaporizzano un groove da tempesta nel deserto. Ficcanti tromba e sassofoni (Byron Wallen e James Arben). Sostiene poderoso Matt Ridley al basso. C'è da ballare! 
 
29 aprile, h. 03.02 - E voi? Che ci fate ancora in piedi? Domani abbiamo un'altra pagina da scrivere insieme! Good night in jazz! 
 
[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

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TJF 2013 Live Diary - 27 aprile

Sabato, 27 Aprile 2013 12:34

27 aprile, h. 11.34 - [E. Augusti] Il giorno dopo. Torino si sveglia con un timido sole. L'appuntamento è al Circolo dei lettori con la prosa spontanea di un accattivante e intenso Mexico City Blues. I testi del padre del movimento beat incontrano la musica in un pas à deux sofisticato, per voce recitante/canto e pianoforte. Giuppy Paone e Umberto Petrin raccontano un altro Kerouac, fortemente ispirato e letto in chiave jazz. Improvvisazione e composizione trovano il giusto equilibrio, in un remembering che ripercorre giochi d'infanzia con parole d'adulto, che poi, anche se non sono quelle giuste cosa importa. Un reading che coinvolge e tiene il pubblico dentro la narrazione. E in quel cinema della nostalgia s'intravedono anche Parker e Young, e una poesia senza tempo. «Romance never came back | Crashing interruptions | So I'm with you | happy once again and singing all my blues | in tue with you | with you». 

 

 

27 aprile, h. 12.40 - Arriva l'appetito. Quale occasione migliore per gustare un jazz brunch? Il TJF ha pensato anche a questo. Sa bene come coccolare i suoi. Pochi minuti e siamo in Piazzale Valdo Fusi, Jazz Club Torino. L'atmosfera è quella giusta. Armstrong ed Ellington prestano il loro nome a due menu, mentre i ragazzi della masterclass della Juilliard School of Music raccontano il loro jazz sotto lo sguardo imperturbabile di un gigante Monk. 

 

 

27 aprile, h. 16.00 - La pioggia battente (che distrugge gli ombrelli!) non ci ferma. Ritorniamo al Circolo dei Lettori. Diego Borotti dedica un tempo del jazz ai bimbi. Spazio ai bambini è il laboratorio che il TJF ha realizzato per i bimbi dai cinque agli undici anni. Sax, pianoforte e una loop machine per avvicinare i piccoli al jazz mood. Tum Cià Tum Cià. Si va di piedi e mani, e il jazz diventa un gioco per tutti (anche per mamme e papà!). Pochi metri più in là, Stefano Zenni presenta per la sezione Book Geoff Dyer e Luca Ragagnin, conversazione su Natura morta con custodia di sax. Era il 1993 quando proprio da Torino, partiva il successo mondiale di uno dei lavori di letteratura jazz tra i più apprezzati e riconosciuti. Oggi, a vent'anni di distanza, è ancora una volta Torino a raccogliere e accogliere – grazie a Einaudi  la sfida di una ristampa, impreziosita da un irrinunciabile aggiornamento biblio-discografico. Il racconto di un jazz diverso, dove intimità e celebrità, mito e quotidianità si fondono in un tempo-non tempo, che è «tradizione del futuro» (Ragagnin). 

 

 

27 aprile, h. 20.10 - Cambiamo location. Café Des Arts, Via Principe Amedeo. L'ambiente è angusto, ma familiare. Si sta vicini, e la musica arriva a breve raggio, e se ne sente il calore. Sul palchetto, Diego Borotti (sax tenore), Alberto Marsico (organo) e Gio Rossi (batteria). Rossi gira a turbina, mentre l'hammond di Marsico lacera e strappa. Si cambia registro quando si fa strada Monica Fabbrini. L'impasto timbrico della sua voce, magmatico e sensuale, si lascia plasmare dall'Aqua Sapiens di Borotti. Ci spostiamo di un isolato, e siamo al Blah Blah di via Po. Giovanna Gardelli, in arte Marianne Mirage, e il suo cappello nero ci accolgono. Morbida e sinuosa, la sua voce scivola tra i bassi di Niccolò Bonavita, mentre Stefano Pennini al piano e Matteo Frigerio alla batteria ne accolgono le forme. L'aria è leggera. Non piove più. Ne approfittiamo per una passeggiata fino a Piazza Castello, aspettando la "vocal night" tutta al femminile. 

 

 

27 aprile, h. 21.05 - Arrivano prima i musicisti della Radar Band. Cristiano Arcelli (sax alto), Fulvio Sigurtà (tromba), Massimo Morganti (trombone), Michele Francesconi (pianoforte), Giacomo Riggi (vibrafono), Daniele Mencarelli (basso elettrico), Alessandro Paternesi (batteria) e Enrico Pulcinelli (percussioni). Il tempo di raccogliere il mood latino e Cristina Zavalloni entra in scena. Escursioni isteriche di una fluidità magnetica. Spirali, labirinti vocali a perdifiato. Architetture sofisticate che attingono dal classico, con grande naturalezza. Un virtuosismo frammentato il suo, che si ricompone in lunghi e densissimi fraseggi. Una tecnica stupefacente, cervellotica, dove le articolazioni per gradini dinamici costruiscono altezze da capogiro. Forte, fortissima la coerenza timbrica delle voci della Radar Band, in un rincorrersi d'innesti perfetti. Cambio palco, ed è ancora il sud del mondo a farla da padrone. Esplode la festa quando arriva il Tania Maria Quartet. Accanto a Tania Maria, Marc Bertaux al basso, Edmundo Carneiro alle percussioni e Hubert Colau alla batteria. Si va di bossa, samba e il jazz non ci pensa un attimo a entrare nel vivo del gioco. Energica ed elegante, affascina e coinvolge. Impossibile restare fermi! Si baila! 

 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

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TJF 2013 Live Diary - 26 aprile

Venerdì, 26 Aprile 2013 16:32

 

26 aprile, h. 18.20 - [E. Augusti] Calvino diceva che la fantasia è un posto dove ci piove dentro. Qui a Torino la fantasia sembra essere ovunque e la pioggia, per fortuna, non vuole farle compagnia. Pronti per l'edizione 2013 del Torino Jazz Festival firmato Stefano Zenni. Nonostante il cielo grigio, l'aria è mite, e la Mole svetta. Se «la musica è l'inizio di qualcosa», quello che sta per cominciare qui è una festa. Te lo suggeriscono i temi jazz che ti piombano in testa mentre passeggi sotto i portici di Via Garibaldi. Te lo raccontano le atmosfere blue di una tromba che al tramonto scivola lenta tra i passanti e ti guida verso il posto giusto. Te lo urlano i passi cadenzati di una marching band che prova in un angolo di Piazza Vittorio e che ti viene a trovare mentre guardi, sorpreso da un insolito contrabbasso, le vetrine di una pasticceria. Sono da poco passate le 18.00, e mentre l'Urban Center di via Milano si popola di figure più o meno sconosciute di chi il jazz prova a raccontarlo, da piazzale Valdo Fusi arriva il jazz che si fa, ricordando Gillespie e Mingus. Let's go!

 

 

26 aprile, h. 20.21 - Ci spostiamo al Blah Blah di via Po. «Ora hai capito da dove viene il suono?», chiede lui spavaldo alla ragazza che le sta a fianco. Lo spazio ibrido è un'esplosione di gente. Il buio sfuma i profili, e le voci di Boltro, Di Castri e Roche ti arrivano dritte in faccia dalle proiezioni che si stagliano sul fondo del locale. Zero contatto visivo (che peccato!) La robustezza percussiva di Roche sostiene con vigore l'interplay, per poi sfilacciarlo sul ride. Di Castri lo segue ragionando di armonici, e porta Boltro a distendere. Il contrabbasso si fa elettrico, pedalizzando nuove linee di una sinuosità plastica. L'interplay monta, fittissimo. Roche e Di Castri si marcano a uomo, mentre Boltro si svincola in un virtuosismo leggero, che trova quiete in innocue cadenze tonali. Ritorna il delirio percussivo. Un punto d'appoggio è irresistibile ma improbabile da trovare. Roche ha una voglia brutale di raccontare. Si rintana nell'onomatopea, e da lì suggerisce giochi che sanno divertire. E' una macchina da scrivere. Straordinaria l'intesa con De Castri. Boltro fa da diaframma, ed è un'enciclopedia di stile. Uno spettacolo unico per una semplice «rimpatriata» tra amici: «saliamo sul palco e suoniamo», come non accadeva da più di vent'anni.  

 

 

26 aprile, h. 21.05 - Di corsa verso Piazza Castello. Enrico Rava Quintet & Orchestra del Teatro Regio di Torino. Accanto a Rava, Roberto Cecchetto (chitarra), Giovanni Guidi (pianoforte), Stefano Senni (contrabbasso) e Zeno De Rossi (batteria). A dirigere il Rava On The Road c'è Paolo Silvestri. Ecco come la musica classica incontra il jazz. Il compromesso non costa neanche poi tanto. Si disciplina il jazz? Si corrompe la forma? Al di là della solita retorica, dei misticismi e delle note a margine, il Rava On The Road funziona, e funziona da sé. Perché Rava, perché le musiche di Rava, perché gli arrangiamenti di Silvestri, perché il profilo del Quintetto, perché l'Orchestra del Regio. E potrebbe bastare così. E' un mélange d'eleganza ordinante e spinta improvvisativa che si lascia cogliere già dal Preludio. I violini imbastiscono degli ostinati irregolari che ossessionano e caricano nel moto ondoso degli accenti, portandosi dietro gli ottoni, le percussioni, fino alla chitarra "classicamente acida" di Cecchetto. E' l'acme, prima delle linee sensuali e morbide del tempo secondo. E' una combinazione di universi espressivi che convince. Anche la pioggia. 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

Continua a leggere il Live Diary...27 aprile!

 

 

 
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IVANO FOSSATI - Cantare a memoria

Martedì, 04 Marzo 2014 07:47

 

Ah. Tutto è simbolo e analogia!
Il vento che passa, la notte che rinfresca
Sono tutt’altro che la notte e il vento:
ombre di vita e di pensiero
 
Tutto ciò che vediamo è qualcos’altro
L’ampia marea, la marea ansiosa,
è l’eco di un’altra marea che sta
laddove è reale il mondo che esiste.
 
Tutto ciò che abbiamo è dimenticanza.
La notte fredda, il passare del vento
Sono ombre di mani i cui gesti sono
L’illusione madre di questa illusione.
 
F. Pessoa, Faust (Einaudi, 1991)
 
[sel. M. Capozzi]
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