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P. DANIELE - E. AVITABILE - È ancora tiempo

Lunedì, 20 Gennaio 2014 10:47

E un astronomo disse: Maestro Parlaci del Tempo.

 

E lui rispose:
Vorreste misurare il tempo, l'incommensurabile e l'immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni. 
Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e 
vederlo fluire.
 
Ma l'eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l'oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.
E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio.
Chi di voi non sente che la sua forza d'amore è sconfinata? 
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere, e non passa da pensiero d'amore a pensiero d'amore, né da atto d'amore ad atto d'amore?
E non è forse il tempo, così come l'amore, indiviso e immoto?
 
Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre,
E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l'attesa.
 
Kahlil Gibran, Il profeta, 1923
 
 
 
[sel. M. Capozzi]
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FABRIZIO DE ANDRÉ - S'ì fosse foco

Venerdì, 05 Aprile 2013 08:28

 

S'i' fosse foco, ardere' il mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo;
 
s'i' fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
 
S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi' madre,
 
S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui
 
Cecco Angiolieri, S'i fosse fuoco, da Sonetti
 
 
[sel. M. Capozzi]
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JANIS JOPLIN - Maybe

Lunedì, 08 Aprile 2013 19:05

Era una ragazza semplice, di quelle che sognano dietro ai libri e alle poesie, e se la vita è carogna non importa, una ragione buona per sorridere la trovi comunque. Era un tipo così. Ed era carina, questo bisogna dirlo. Non del genere vistoso, quelle che ti giri a guardarle. Più semplice. Ma aveva qualcosa che ti accalappiava, niente da dire, ce l’aveva. Come una specie di limpidezza, di trasparenza. Era quel tipo di donna che quando ce l’hai tra le braccia, sai che lei è lì, proprio tra le tue braccia e da nessuna altra parte. Non so se avete presente. Ma è una cosa rara. E bellissima, nel suo genere.

 

Alessandro Baricco, Barnum 2, 1998

 

 

[sel. M. Capozzi]

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SHIRLEY TEMPLE - When I Grow Up

Giovedì, 11 Aprile 2013 12:56

 

Periodo non semplice per la politica italiana. La Orilla risponde con un pensiero, "leggero", con la riflessione che il Presidente Roosvelt lasciò agli americani negli anni della Grande Depressione: 
 
As long as our country has Shirley Temple, we will be all right. Is a splendid thing that for just fifteen cents, an American can go to a movie, look at the smiling face of a baby and forget his troubles” -  F.D.Rooselvelt, 
 
[Finché il nostro Paese avrà Shirley Temple, noi staremo bene. E' meraviglioso che per pochi centesimi ogni americano possa entrare in un cinema e vedere il sorriso di una bimba che gli ridarà la forza di andare avanti]
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[M. Capozzi] Era il 1992 quando un quasi sconosciuto Alessandro Baricco scriveva di critica musicale. L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin raccoglie quattro saggi d’argomento musicale (per l’appunto) che polemizzano in diverso modo la tendenza piuttosto diffusa, e comunque spesso vittima di inutili pregiudizi, a classificare la musica in generi di serie A e B. Un lavoro suggestivo, ma di non facile lettura. Siamo evidentemente lontani dal Baricco maturo che conosciamo e apprezziamo per la sua immediatezza e limpidezza di scrittura. Se il suo intento, senza dubbio lodevole, era di stimolare il lettore alla riflessione sui misteri della musica considerata 'colta', l’obiettivo resta raggiunto solo in parte. Colpa del linguaggio, difficile, farinoso, forse troppo ricco di riferimenti teorici e, di conseguenza, non per tutti. È una densità di scrittura che limita la comprensione di chi la musica l’ascolta, emotivamente, e senza supporti tecnico-teorici.
 
Quando è nata la musica cosiddetta colta? Davvero si rivolge a un pubblico di nicchia? Perché risulta legata (a nodo strettissimo) ai rigidi cliché della classificazione di genere?
 
Partendo dalla contrapposizione tra l’assunto hegeliano per cui missione santificatrice della musica è elevare l’anima al di sopra di se stessa, e uno studio dell’Università del Wisconsin che dimostra come la produzione del latte aumenti del 7,5% se le mucche ascoltano musica sinfonica, Baricco costruisce le sue argomentazioni passando dalla complessa spiritualità innovativa e anticommerciale di Beethoven, alla spettacolarità del cromatismo teatrale melodrammatico di Puccini, fino alle sinfonie di Mahler, caratterizzate da un linguaggio musicale che anticipa certi carismi dell’inquadratura cinematografica fissa e muta. Al centro Baricco ci lascia la trascendenza interpretativa di Mozart e la ricerca continua e serrata della diversificazione dal resto, rappresentata dalla musica atonale di Schönberg. La musica colta «deve tornare ad essere idea che diventa e non parola d’ordine che si svuota nel tempo» e, per questo motivo, ha il dovere di essere ben radicata nel tempo in cui sorge e si evolve.
 
L’opera d’arte non si fa, non si costruisce, né si concepisce, ma succede insieme agli accadimenti della storia e delle storie. Per questo, non può e non deve esistere una differenza netta tra colto e commerciale, tra sacro e profano: divisioni, queste, che irrigidiscono e, di conseguenza, contraddicono il significante della cultura, tout court. L’arte, per sua stessa natura, non si chiude, ma accoglie e raccoglie spunti. Continuamente. E continuamente si evolve, attraverso la gente. E, all’anima della gente, l’arte va restituita. Qui ed Ora.
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MARK KNOPFLER - Romeo And Juliet

Martedì, 05 Febbraio 2013 20:41

 

[M. Capozzi] Il sole gelido delle giornate limpide di gennaio rende splendida Milano. Una giornata così bella è la più indicata per rivivere in tutta la sua intensità il mito di Amore e Psiche, a Palazzo Marino (1 Dicembre 2012 – 13 Gennaio 2013).
 
Il lay-out della mostra è  un giardino d’inverno, con geometrie sistemate in penombra, ideato affinché i visitatori possano lasciare fuori dalle porte di Palazzo Marino, per mezz’ora, tutto ciò chè “è adesso” e assaporare l’ eterno, sospeso non-tempo del mito di Amore e Psiche.
 
Accostati un dipinto e una scultura: da un lato il simbolo dell’Amore Divino, l’Amore Platonico, che non condivide, non conosce, non guarda (Psyché et L’Amour – 1798, Francois Gerard); dall’altro l’Anima (Psiche) che trasforma il sogno, il desiderio, l’illusione e la speranza in Amore che conosce dolore, pazienza e coraggio. In “Amore e Psiche Stanti” (1797) di Antonio Canova , gli sguardi del dio e della donna si fondono in un abbraccio divino e umano, diventando l’unicum: corpo e anima insieme.
 
Nelle opere di Amore e Psiche (prestate dal Louvre a Milano) è insito un messaggio fondamentale e quanto mai attuale: l’armonia dell’anima  è capace di creare bellezza. “Tutt’intorno è resto”, sostiene la scrittrice Giulia Carcasi che, nel video ideato e diretto dal regista Paolo Virzì, posto a conclusione del percorso artistico,  sottolinea quanto la favola di Amore e Psiche incarni LA metamorfosi del mito in realtà. Una trasformazione necessaria per ristabilire il valore di certe oscurità.
 
Che Amore sia un mistero, è tutto ciò che, su Amore, siamo in grado di asserire con certezza.
 
 
 
Io lo so che una favola come si deve comincia con “C’era una volta”. E anche questa favola rispetterà la formula. Ma mentre dico “C’era una volta”, fate orecchio al pensiero che ce ne sarà un’altra e infinite altre volte, perché quello che c’era, ovunque sia ora, non scompare. Le cose vere hanno un modo loro di andare e venire: le cerchi dappertutto, gridi al ladro, e quando sei convinto di averle perse, te le ritrovi in tasca, e quando sei certo di tenerle in pugno apri la mano vuota. Ma da qualche parte, compiendo un percorso incomprensibile, le cose vere restano: nessuno le può distruggere, perché nessuno le può inventare. “C’era una volta, e quindi ci sarà”. […]
 
“Dov’è Amore?” Insisteva Psiche “Fammelo ritrovare”. Credendo che la ragazza si sarebbe presto arresa, Venere le commissionò tre prove. Per cominciare, ordinò alle ancelle Angoscia e Tristezza di rovesciare sul pavimento il contenuto di un gigantesco sacco. Mise Psiche davanti a infiniti minuscoli chicchi di orzo, grano, caffè, farro, tutti mischiati in un unico cumulo. “Per Amore devi separare un seme dall’altro”. E’ difficile distinguere la qualità dei semi, di ciò che ancora non è pianta, come distinguere sentimenti non ancora espressi. Psiche non era capace di separare […] Mentre piangeva, un gruppo di formiche si coordinò per aiutarla e iniziò a separare in piccoli mucchi le varie qualità di chicchi. Psiche era ancora intenta a piangere e non si accorgeva che intanto la prova era stata risolta. .
 
“Non può essere!” gridò Venere, e ancora più incattivita le assegnò la seconda prova. La portò davanti a una recinzione dove pascolava una mandria di arieti e le disse: “Per Amore devi raccogliere quella lana d’oro”. Psiche, che non conosceva pazienza, con slancio si avvicinò e gli arieti erano pronti a scalciare. “Aspetta!” le suggerì una canna “i raggi del sole li inferociscono”. Mentre il tempo passava, Psiche si accorgeva che la lana d’oro non era altro che lana comune sotto il riflesso del sole. Bisognava saper aspettare, vedere le cose illuminate unicamente della loro propria luce. Al tramonto Psiche tosò in un attimo i placidi arieti.
 
“Non può essere!” gridò Venere, e ancora più incattivita le assegnò la terza prova. La portò ai piedi di una montagna dalle pareti così ripide che non si teneva in equilibrio neppure l’erba. Sulla cima di quel monte stava la sorgente di un fiume. “Per Amore portamene un bicchiere”. Psiche, che non conosceva resa, cominciò ad arrampicarsi. “Ferma!” la bloccò un’aquila. “Neanche gli dèi arrivano là sopra!”. Con il becco afferrò il bicchiere e facendo acrobazie in cielo, lo riempì dell’acqua della sorgente e lo riportò a Psiche. Bisognava soltanto saper star fermi e sperare davanti all’impossibile.
 
Psiche ringraziò le formiche, la canna e l’aquila.[…] In tutto ciò che le veniva inaspettatamente in aiuto c’era ancora Amore, o così le piaceva pensare. […] Spesso, le cose fanno più paura che male.
 
G. Carcasi, Da Dentro -  La Storia di Amore e Psiche raccontata e illustrata come una fiaba (2012).
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GEORGES DELERUE - Catherine et Jim

Venerdì, 22 Marzo 2013 09:36

 

[M. Capozzi] Catherine (meravigliosa Jeanne Moreau), su Jules:
 
La generosità, l'innocenza, la debolezza mi hanno colpito e affascinata…è così diverso dagli altri uomini…! Pensavo di guarirlo con la gioia dalle crisi in cui cadeva…ma ho capito che quelle crisi erano parte di lui. Privo di autorità istintiva. La felicità, perchè siamo stati felici, non è penetrata in noi, e ci siamo ritrovati come esseri di due specie, estranei…!
 
(da "Jules et Jim", François Truffaut, 1962)
 
Colonna sonora di Georges Delerue dalla forte intensità, surreale come l'essai francese, e senza la quale tutta la tessitura filmica perderebbe sapore. Sensazioni sospese in bianco e nero. Note che schiaffeggiano l'anima, o la accarezzano. A chi le ascolta è lasciato il giudizio. Il film intanto resta un cult da sviscerare, scena dopo scena, battuta dopo battuta, per riflettere sulla concretezza disa(r)mante delle illusioni tessute attorno alle relazioni. Fondamentale lezione di cinema. E di vita. Di Trauffaut.
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DAVID BOWIE - Nature Boy

Lunedì, 10 Giugno 2013 09:57

Perché vivere di sogno in sogno, temendo il giorno in cui i sogni finiranno?

 

dal film Moulin Rouge  (2001)

 

[sel. M. Capozzi]

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PAOLO CONTE - Clown

Venerdì, 11 Aprile 2014 19:53

 

Un clown, il cui effetto principale consiste nell’immobilità della maschera, deve mantenere il viso perfettamente mobile. Un tempo, prima di cominciare a fare i miei esercizi, usavo tirar fuori la lingua per sentirmi realmente vivo e presente prima di staccarmi di nuovo da me stesso. Più tardi abbandonai questo esercizio e presi a guardarmi attentamente in viso, senza far uso di nessun trucco e movimento, ogni giorno per almeno mezz’ora, finché alla fine non esistevo più: dal momento che non soffro di narcisismo, spesso mi sentivo prossimo alla pazzia. Dimenticavo semplicemente che ero io quella faccia che vedevo nello specchio, voltavo lo specchio e quando avevo finito gli esercizi, o quando più tardi, nel corso della giornata mi vedevo per caso nello specchio passando, mi spaventavo: c’era un estraneo nella mia stanza da bagno, al gabinetto; un tipo che non sapevo se fosse serio o buffo, un fantasma pallido con il naso lungo; e allora correvo il più in fretta possibile da Maria, per vedermi nel suo viso. Da quando lei non c’è più non riesco più a fare i miei esercizi: ho paura di diventare pazzo. Quando c’era Maria era tutto diverso, ti specchiavi nei suoi occhi e non avevi più paura, ti sentivi al sicuro, ti sentivi a casa. 
 
Henrich Boll, Opinioni di un Clown, 1963
 
 
[sel. M. Capozzi]
 
 
 
 
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AIR - Ce Matin La

Lunedì, 28 Gennaio 2013 09:50

 

- È interessante suonare il violino nero?
Gli domandò Johannes il terzo giorno. Erasmus sollevò lo sguardo, e un leggero pallore gli velò il viso.
- Quel violino? Vi consiglio di non sfiorarne nemmeno una corda.
- Perchè? È così scadente da non meritare di essere suonato?
- Al contrario! È lo strumento più straordinario che io conosca. Un sempice alito basta a farlo vibrare. Ma la musica che ne scatursice è talmente strana da poter cambiare la vita di chi la suoni. È come la felicità. Una volta che la provi, ne resti marchiato a vita. Suonare il violino nero è la stessa identica cosa.
- Voi l'avete mai suonato?
- Solo una volta. Tanto tempo fa. Da allora non l'ho più toccato. È come l'amore. Quando hai amato una volta - e mi riferisco all'amore vero, al grande amore - fai di tutto per dimenticartene. Non c'è niente di peggio che esser stati felici una volta nella vita. Da quel momento in poi tutto il resto ti rende infelice, anche le cose più insignificanti.
 
 
Maxence Fermine, Il Violino Nero (2001)
 
 
[sel. M. Capozzi]
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