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[M. Capozzi] «Aderisco. Arrangiamenti coraggiosi».  Con queste tre parole una mail del Luglio 2012 sembrava quasi rispondere a una sfida e dava il la alla collaborazione di Eugenio Finardi con il quintetto jazz, tutto pugliese, del sassofonista Raffaele Casarano. Pochi mesi, e si è arrivati alla due giorni di sold out al Blue Note di Milano (12 e 13 ottobre 2012)
 
Blue Note, Milano, 13 Ottobre 2012, h. 21.30 inoltrate. Locale gremito, lume di candela in sala e luci soffuse sul palco, pubblico attento e disponibile a lasciarsi condurre dalla “Locomotive” della formazione di Finardi. 
«Non suonare il sax. Lascia che lui suoni te» (Charlie Parker). Fraseggi di sax e il cammino comincia. Questo il filo rosso, e il viaggio altrove dell’intero concerto: non solo “suonare”, ma “lasciarsi suonare”; non “trascinare”, ma “lasciarsi trascinare”; non, banalmente, “emozionare” ma “lasciarsi emozionare”.
In un crescendo di raffinate tessiture armoniche, si sciolgono lo swing deciso e di classe del pianoforte di Mirko Signorile, la sensibilità dirompente del contrabbasso di Marco Bardoscia, la precisione grintosa del drumming di Marcello Nisi, la possente eleganza delle percussioni di Alessandro Monteduro e l’indubbio talento musicale di Raffaele Casarano che si intrecciano perfettamente con la maturità artistica della ricerca cantautorale di Eugenio Finardi.
In scaletta, rilette in chiave jazz, alcune tra le più famose canzoni di Finardi che quest’anno compie i suoi primi 40 anni di carriera: tra tutte, l’intensa versione di “Le ragazze di Osaka”; il ritmo cubano di “Diesel”, che stravolge il brano inciso alle origini in versione “jazzata”; le sonorità in soffio e in loop - “canto delle sirene”- dell’intro di “Extraterrestre” che si dipanano, nel corso del brano, in tessiture classical jazz; ed ancora, la famosissima “Katia” e il «vestito intrigante» che i Locomotive sono riusciti a cucire addosso a “Laura degli specchi”. E, più di tutte le altre, forse per mio personale affetto nei confronti della Puglia, “Dolce Italia”, che Finardi ha voluto dedicare al Salento e a Sogliano Cavour, «riverbero di musica, tra gli olivi e la pietra antica». 
Accanto al repertorio più squisitamente “finardiano”, i Locomotive hanno accompagnato il cantautore in un percorso interessante tra gli standard jazz “Fever”, “Summertime”,”Speak Low” - omaggio alle più grandi voci del jazz femminile internazionale (tra tutte, Billie Holiday, Lena Horne e Peggy Lee) - che Finardi trasforma e riscalda di sfumature suadenti, come caldo e suadente è il colore profondo e scuro della sua voce blues.
 
Il connubio sul palco sembra dettato da sensazioni che rinascono in sospiri a ogni nota: chiudere gli occhi e lasciarsi “man-tenere”, scriverebbe Erri De Luca. Perché il Blue Note, con Finardi e il Locomotive Jazz Quintet, rinnova la magia: tiene per mano tutti i presenti, e li porta in giro per luoghi altri, a scoprire sonorità intime e personalissime, raccontate dai lunghissimi e interessanti assoli attraverso i quali il cantautore in primis sembra rigenerarsi. Così lo stesso Eugenio Finardi, che per ruolo artistico dovrebbe stare al di là della linea, si rende contemporaneamente protagonista e spettatore del suo concerto, scegliendo di restare indietro, e al centro del gruppo, spesso seduto “quasi ai piedi” del pianoforte «per godere di un’acustica splendida ed assaporare soluzioni musicali sempre diverse»: è significativo vederlo fisicamente ripiegarsi leggermente a sinistra, preso dall’energia della sezione ritmica, e poi d’un tratto abbandonarsi ad occhi chiusi e braccia aperte a destra, quasi in un abbraccio simbolico al pianoforte…E chissà dove sta viaggiando…
 
«Quello che fa il pianoforte nel mio orecchio destro e il contrabbasso nel mio orecchio sinistro, io lo sento proprio qui [e fa segno di prendersi con forza la pancia], nelle viscere e si propaga in tutto il corpo».
 
Sì, perché gli artisti del Blue Note sono splendidamente malati di musica. Hanno voglia di divertirsi, di condividere intimamente e, soprattutto, hanno voglia di contagiare gli spettatori in estasi, affinché il pubblico stesso ami la musica del loro stesso amore.
 
Pubblicato in Report

Salice JazzWine Festival 2011

Lunedì, 12 Settembre 2011 07:11

 

 

[E. Augusti] Salice Salentino (Le). Si è chiusa ieri, 11 settembre 2011, la V edizione della tregiorni Salice JazzWine Festival, direzione artistica di Andrea Sabatino, conduzione impeccabile di Luisa Ruggio. Una «scommessa vincente», ha sottolineato Sabatino, dove a vincere è stato il «jazz, che è amore, passione, emozione». Nient’altro.

Ad aprire la serata, Mirko Signorile Trio, con Mirko Signorile (piano), Giorgio Vendola (contrabbasso) e Fabio Accardi (batteria). L’album, Clessidra (Emarcy Universal, 2009) è proposto in una selezione raffinatissima che empatizza con  le atmosfere rilassate di una fresca sera di fine estate. Il pianismo di Signorile è un moto d’onda, che raccoglie e trascina. È tutto un morbido fluire, canalizzato dalla voce avvolgente di Vendola, fino ai break poliritmici di Accardi. Esplosivi, macinano allusioni hard che si innestano inaspettate, rompono e dettano un groove cangiante che insaporisce. C’è tempo per un inedito del nuovo album, in uscita a novembre. Il melodismo è dichiarato. La linearità dei temi percorre senza scossoni, lasciando naturalmente spazio all’improvvisazione.

Il tempo di un cambio scena, e sul palco arriva Paolo Recchia e il suo Ari’s Desire (Via Veneto Jazz, 2011). Con Recchia al sax contralto, ci sono Nicola Angelucci (batteria), Nicola Muresu (contrabbasso) e il feat. di Alex Sipiagin (tromba e flicorno). Dalle rivisitazioni in stile di Sonny Rollins e Leslie Bricusse, ai personali, tutti a firma Paolo Recchia. Tenor Madness arriva dinamica, coi continui cambi di tempo. Tutto è spinto nel registro acuto, distratto da cromatismi e intervalli ampi di Recchia. Il suo sax, libero e spigoloso, schianta fragoroso con la tromba d’attesa di Sipiagin, calda e rarefatta, per poi invertirne la direzione e trovare nuova ispirazione in un dialogo scanzonato e divertente dal contrappunto vivace. Muresu imbastisce, discreto. Quando parte Boulevard Victor è Angelucci a farla da padrone. Ispirato e trascinante, polarizza e stacca tempi che sequenziano il racconto di Resta. Peace Hotel apre mistico e pacificante. Angelucci rulla il timpano. Quando attacca Sipiagin, lo spazio prende una nuova dimensione, generosa e ampia. Recchia la intercetta e si infila negli interstizi colmi dei suoi divertimenti. Un virtuosismo composto che non distrae dall’intenzione melodica e dall’estro compositivo. Il mosaico è perfetto. Ritorna la voce di Rollins con Pent-Up House. Goliardico nello spirito che anima gli scambi confidenziali sax-trumpet e piacevolissimo e magistralmente saporito dall’eclettismo di Angelucci. I suoi drums descrivono e, impeccabili, lanciano uno swing sconsideratamente personale che caratterizza con verve la sezione ritmica. Freme dalla seconda fila Muresu. Il tune si fa romantico e struggente con Who Can I Turn To. Sensuale il sax di Recchia, controllatissimo e vibrante nei pianissimo. Largo e ispido, Sipiagin contrasta con le sue esplorazioni al limite del registro acuto. Prende un groove che cresce, e cambia il piglio, lasciandosi anni luce alle spalle la morbidezza dell’attacco. Un romanticismo schizofrenico che conquista.

E l’appuntamento è rinnovato al prossimo anno. 

Pubblicato in Report

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