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Torino Jazz Festival 2014 - LIVEdiary 2

Domenica, 27 Aprile 2014 10:51

26 aprile, h. 11.00 – Una giornata splendida. Il secondo giorno del TJF è baciato dal sole. Le strade esplodono, ed è una città intera a partecipare della festa del jazz. Ci spostiamo al Teatro Carignano. Ad aspettarci c'è un duo d'eccezione: Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia accolgono l'invito del direttore Zenni per raccontarsi e raccontare, in musica e parole, la storia di due uomini, di un incontro tra formazioni ed esperienze di vita diverse, di un'amicizia, di un'intesa. Si gioca, ed il piglio è quello giusto. Coinvolgente. Il pubblico partecipa, è dentro la scena. Non c'è distanza. Quello di Trovesi e Coscia è un jazz "di cortile", un jazz che raccoglie tutti i colori e i sapori di un tempo perso e ritrovato. C'è tutto un Mediterraneo, nella loro musica, c'è la danza, la condivisione del borgo, le note della banda del giorno di festa. "C'è una strega, c'è una fata". C'è, non c'era. C'è la magia di un unico tempo, quello di un duo complice, dove si procede allo stesso passo, nella stessa direzione, con lo stesso respiro, come nella più bella delle storie d'amore. L'eleganza dei temi, classici e originali, delle riproposizioni "migliorate", della tensione ad un modello di perfezione, che è raffinatezza di gusto. Armonicamente disarmonica negli urti, quella di Trovesi e Coscia è, sopratutto, una storia senza filtri. “Non ho voluto registri - dice Coscia - mi piace il passaggio diretto, senza filtri, dal mantice al suono”. E' vero, si sente, e piace anche a noi. 

 

 

            

 

h. 16.00 – Il tempo di fare due chiacchiere al sole e si riparte, alla volta del Circolo dei Lettori. Luca Bragalini presenta Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e il jazz (EDT, 2013). Un microfono, uno schermo e un pianoforte per svelare, riscoprire e raccontare, con la cura ricostruttiva dello storico, l'analisi attenta del musicologo e la capacità comunicativa del grande divulgatore, profili e segreti di un mondo in bianco e nero, “over the rainbow”. Da Harold Arlen ad Art Pepper, per poi esplorare il contemporaneo con un sorprendente Israel Kamakawiwo’ole. Premiata sezione book del TJF, con pioggia d’applausi e tanto di coda per l’autografo. Ringraziamo Luca e corriamo verso l’Auditorium Rai. Qualche minuto di pausa. È tutto pronto per il main: Uri Caine e Dave Douglas. 

 

 

h. 18.00 – Un Auditorium intero in fermento. Primi istanti d’apprensione per un vero e proprio assalto al miglior scatto. Dave Douglas e Uri Cane sfilano sul palco, in perfetto stile newyorkese. Ingresso divaricato, contrasti aspri e intervalli ubriachi. Si sigla il compromesso, e in un clima più disteso e accogliente si sperimenta. Proposte originali e alcune interessanti rielaborazioni di temi della tradizione “degli States prima degli States”. Si torna indietro di quasi tre secoli. Linee aperte, fraseggi morbidi e armonie composte. Stacca il piano di Caine e distende, elegante, la tromba di Douglas. Due anime profondamente diverse: gli occhi aperti di Caine vigilano sulle inquietudini ad occhi chiusi di Douglas, in uno scambio sincero e misurato che restituisce il senso più autentico del duo. Ogni divagazione della tromba è ripresa dall'ostinato intransigente del piano. Si frantuma poi all'improvviso, per affondare in una coltre di suono, filtrata appena dal sibilo raggelante del soffio della tromba. Caine predilige il registro medio, svuota i bassi e resiste in un accompagnamento impertinente che sostiene Douglas e accompagna la chiusura. Esplode l'applauso e si chiama il bis. 

 

 

h. 20.00 - E' ora di cena, ci coccoliamo un po' all'Esperia. E se ci fosse un trio d'eccezione come quello newyorkese di Emanuele Cisi, Joseph Lepore e Luca Santaniello a farci compagnia? Non potremmo chiedere di meglio. E infatti, quando il sax di Cisi rompe il silenzio e intona l'"Aknowledgment" della suite di Coltrane abbiamo la conferma che la serata non potrebbe essere più piacevole di così. Ci abbandoniamo a quella fortissima ispirazione, mentre a poco più di un chilometro da noi una straordinaria Diane Schuur incanta Piazza Castello. 

 

 

h. 23.00 - Inizia la notte del Fringe. Piove e l'aria si fa pungente. L'attesa monta. Di qua e di là dal fiume si staglia il popolo del Music on the River, l'appuntamento del "solo" dedicato. Una zattera sull'acqua appena increspata, appesa nel buio, un occhio di bue a ferirla nel centro, una canoa a motore per raggiungerla. A bordo, all'ombra di un ombrello chiaro, c'è Javier Girotto. La voce del suo sax fende il silenzio, rimbalza da una riva all'altra del Po, e regala a tutti la più dolce e magica delle buone notti. A domani. 

 

 

[E. Augusti]

 

 

 

 

 

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TJF 2013...about

Domenica, 05 Maggio 2013 19:50

 

[E. Augusti] 2.5 maggio 2013 - Di ritorno, verso casa. Del TJF si è scritto tanto in questi ultimi giorni. Difficile fermarne un’istantanea, ora. Eppure, a ottomila piedi d’altezza si pensa meglio. E queste righe di Barenboim aiutano la riflessione. Fermo un pensiero, per riprenderlo tra qualche giorno, alla giusta distanza, di nuovo. 
 
La musica è un tutto (2012), scrive il maestro Barenboim. E aggiunge, «l’irripetibilità è una delle caratteristiche più forti e significative della musica». Se questo è vero per la musica classica, alla quale Barenboim si riferisce, lo è ancor di più per il jazz, dove a farla da padrone è l’improvvisazione, irripetibile per definizione. Oltre la «mitologia dell’improvvisazione», però, come direbbe il nostro direttore Stefano Zenni, il jazz è anche composizione, tanto nel senso nobile di scrittura (pensiamo al “monolitico” Monk), quanto in quello, non meno nobile, di mosaico. Una mappa coloratissima di transizioni, traduzioni, migrazioni, permanenze, persistenze, contaminazioni. Osservato da una prospettiva globale, il Torino Jazz Festival è una composizione, un mosaico che si lascia percorrere dalle stesse geografie di una storia del Jazz: e perché non proprio quella di Zenni? L’imprinting del direttore c’è, ed è riconoscibilissimo: il Torino Jazz Festival ne è stata una traduzione per certi aspetti necessaria. A Torino il jazz ha incontrato il mondo, e il mondo ha incontrato il jazz. Basti ripercorrerne il cartellone, densissimo. Basti scorrerne le statistiche, a migliaia. Ma nomi e numeri li lasciamo a chi di dovere. Noi possiamo dire dei volti, tanti, tantissimi, che abbiamo incrociato e incontrato in questa swingante sei giorni da paura. Se negli anni Venti del Novecento la «sincera aspirazione» di un uomo come Paul Whiteman era stata quella di "elevare" il jazz al livello della musica classica, di farlo uscire cioè dalle sale da ballo o dai teatri per portarlo nelle sale da concerto, oggi è la sfida di un festival a "elevare" il jazz a musica per tutti: fuori dai club e dai circuiti di nicchia si impone alla piazza. A Torino, però, lo fa con gratuità, con la gratuità di un dono. Ecco. L’irripetibilità e la gratuità. Sono questi i due pensieri che fermerei sul Torino Jazz Festival edizione 2013. Due pensieri o, meglio, due spunti. Dell’irripetibilità, in qualche modo, ho detto. Della gratuità direi che la scelta di un festival così liberamente fruibile è stata, su tutte, quella che lo ha reso davvero bello. Ci si sorprende della bellezza. Ci si sorprende dei numeri. Ma perché? Un primo maggio tutto in jazz può funzionare? Via gli scettici, certo che funziona. Funziona perché è bello, e perché in piazza Castello ci arrivano tutti: quelli che il jazz lo amano e lo scelgono; quelli che il jazz lo sentono, per caso; quelli che il jazz non lo conoscono; perfino quelli che il jazz “non lo capiscono”. Fermarsi non costa nulla, e se mi piace, resto pure a godermi la festa. Irripetibilità, gratuità, e poi? E poi una lista, una di quelle che mi piacciono di più. L’euforia, la concitazione, il fermento, la pioggia, gli ombrelli colorati, gli abbracci, i sorrisi, gli stop, i no, i pass, i fai presto, le strade, la gente, i volti, i pensieri, quelli sciolti e quelli accompagnati, gli amici, i vecchi e i nuovi, i click, i flash, i per favore, i post, i tag, i link, sbadiglio. I corri, la mappa, i luoghi, la piazza, il locale, il drink, il long drink, le tabla, il couscous, l’aperitivo, il libro, la proiezione, il flash mob, l’arco, l’archetto, gli strumenti, il delirio, la festa, la gioia, ancora la danza, l’attesa, la sorpresa, la notte, sbadiglio. La stanchezza, che non è stanchezza, ma sazietà. Cibàti di musica. Per una sei giorni irripetibile, che non passerà. Grazie a tutti, e buon jazz, sempre!  
 
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TJF 2013 Live Diary - 29 aprile

Lunedì, 29 Aprile 2013 18:09

29 aprile, h. 14.30 - [E. Augusti] La fame comincia a farsi sentire. Risveglio comodo, questa mattina. Ci sta, dopo le danze etiopi di ieri sera in piazza Castello col grande Mulatu Astatke. Pensiamo bene di raggiungere il Cafè Des Arts, dove ci attendono gli Improbabel. Duo personalissimo, Erika Sollo (voce) e Michele Anelli (contrabbasso). Un esperimento di musica nuda intenso, intimo. Si gioca coi suoni secchi e non intonati del contrabbasso, mentre la voce s'insinua, morbida. Effetti ed echi di profondità. Elettronica e noise, dalle atmosfere sinistre di Komeda ai respiri di Wheeler. Escursioni spazio-temporali che arrivano fino al folk giapponese, con una preziosa interpretazione di "Sakura". 

 

 

29 aprile, h. 16.15 - Dal Cafè Des Arts al Circolo dei Lettori. Musica e parole si incontrano in un esperimento di blues in italiano. Prova a raccontarsi Francesco Forni, alla chitarra. Ci dice dell'album con Ilaria Graziano, e del suo approccio creativo. Scambio di impressioni e curiosità col Direttore Zenni e inforca la sua vecchia Höfner. Omaggio a Django Reinhardt, "Minor Swing", e inizia il suo personale, «entrare può voler dire non uscirne più». «Ci siamo rivisti senza incontrarci...in un giorno qualunque...sarò io ad incontrarti...perché fai parte dei miei vizi». Blues. 

 

 

29 aprile, h. 17.12 - Ci trasferiamo un isolato più avanti. In Piazzale Valdo Fusi si celebra la collaborazione del Torino Jazz Festival con il Festival Rendez-vous de l'Erdre di Nantes. Sul palco, i Sidony BoxElie Dalibert (sax), Manuel Adnot (chitarra) e Arthur Narcy (batteria). Scariche di adrenalina pura. Ne sa qualcosa Narcy. Fisico e brutale, taglia in due l'aria con la precisione di un chirurgo e aggancia fermo le spirali in loop della chitarra noise di Adnot. Dalibert resta strutturato, ma strilla un motivo ancora fortemente evocativo. C'è una cura maniacale per il dettaglio, e nell'improvvisazione niente è lasciato al caso. Le linee melodiche respirano, sospese. Magnetici.

 

 

29 aprile, h. 18.10 - Restiamo qui. Cambio palco, ed è il suono degli ottoni a precedere l'arrivo della Gianluca Petrella Cosmic Band. Il Piazzale si trasforma. Petrella è lì ad animare, ordinare, caricare un groove radioattivo. Potente e solida nei suoi labirinti onirici, la Cosmic Band sa dove cedere alle istigazioni del suo leader. Percorre il palco, a passo deciso, e il trombone ne mima il movimento. La prima linea è compatta, come una trincea, impenetrabile. Grande spazio ai synth di Alfonso Santimone, che raccolgono le suggestioni electro di un jazz esplorativo e audace. Il coinvolgimento è totale.

 

 

 

29 aprile, h. 20.50 - Il cioccolato non basta. Via Po di gran passo, e sosta obbligata per un kebab al volo. Tra pochi minuti per la sezione "Main" il palco di Piazza Castello ospiterà Miles Smiles, il progetto a firma Wallace Roney (tromba), Rick Margitza (sax), Joey DeFrancesco (organo), Larry Coryell (chitarra), Ralphe Armstrong (basso elettrico) e Alphonse Mouzon (batteria). Loro sono cinque giganti, perfettamente a proprio agio sul main stage del TJF. Ascoltandoli, e guardandoli, ti viene in mente una di quelle scene tipicamente maschili, di uomini sprofondati in divani di vecchia fabbrica a guardare l'ennesima partita di football, sorseggiando una birra ghiacciata e commentando a voce alta ogni azione. Di quegli uomini che urlano "Fallo!" e lo scambio potrebbe continuare per delle ore, per dei giorni, a discutere del se ci sia stato o meno. Ecco cos'è l'interplay tra Roney e i suoi, un rimpallo naturale di obiezioni precise e cariche di passione. C'è vigore, energia, intimità, familiarità, e un pensiero forte al Miles degli anni Settanta. Mouzon macina chilometri, marcando ogni passo sullo splash. Jones carbura, e traccia solchi profondissimi. Conversa, DeFrancesco, e lo fa con la sufficienza di chi sa già come va a finire. Braccio sinistro sciolto, appeso sul fianco, mentre la sua mano destra agguanta gli argomenti più insoliti ed efficaci, in un funk esplosivo che non teme confronti. C'è tanta ironia, e un genio poderoso e dirompente. Regalano una ballad da bis, a sorpresa, sul tema di "Time after Time". Splendidi. 

 

 

 

 

29 aprile, h. 23.00 - E la buonanotte del Fringe sul lungofiume. Boltro

30 aprile, h. 02.41 - E se andassimo a dormire? Buon International Jazz Day a tutti! 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

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TJF 2013 Live Diary - 28 aprile

Domenica, 28 Aprile 2013 11:23

28 aprile, h. 10.50 - [E. Augusti] TJF al terzo giorno. Siamo al Circolo dei Lettori. Tra pochi minuti Francesco Martinelli presenterà Django. Vita e musica di una leggenda zingara, il lavoro di Michael Dregni (2004) tradotto e curato dallo stesso Martinelli e riedito ora, in collaborazione con la Fondazione Siena Jazz, per la EDT. Il profilo di Django Reinhardt, uomo e musicista, è tracciato in tutta la sua eccezionale complessità, e trova al Torino Jazz Festival uno spazio d'approfondimento, scientifico, a portata di tutti. Martinelli ne ripercorre la storia, dalle origini della sua gente, all'infanzia del carrozzone, al dramma che ne sconvolse la vita e lo portò a diventare quello che oggi rappresenta per la storia del jazz, un'icona cioè della sua anima più "gipsy". Martinelli snocciola aneddoti e curiosità, a farcire le pagine più intense di una storia del jazz sconosciuta ai più. Poco più in là, la mostra multimediale Django Reinhards Swing de Paris, fortemente voluta da Stefano Zenni, in collaborazione con la Cité de la Musique di Parigi. 

 

 

28 aprile, h. 14.00 - La domenica effervescente del Torino Jazz Festival continua sul palco Fringe col Tineke Postma 4tetFabio Giachino al pianoforte, Davide Liberti al contrabbasso e Ruben Bellavia alla batteria accompagnano il sax di una Tineke Postma in splendida forma. La sua voce soffiata spinge fino al limite, per ritornare morbida ai volumi che le sono più congeniali, sulle tracce di Bill Evans. Approfittiamo del brunch creolo New Orleans, allestito sul lungofiume dei Murazzi e via verso il Circolo dei Lettori.

 

 

28 aprile, h. 15.58 - Al Circolo dei Lettori si continua con la rassegna BookMarcello Piras propone un titolo provocatorio per una conferenza che vuole mettere in discussione l'assunto sulle origini, americane, del jazz. Da dove gli USA hanno ricevuto il jazz? lascia già intravedere la risposta al quesito. L'allusione è dichiarata al fenomeno delle migrazioni e delle recezioni di qualcosa che se non è jazz ci somiglia, e viene da lontano. Nessuna origine dal basso, dunque, nessun campo di cotone. Se l'autorappresentazione di un jazz tutto americano trova nelle finzioni anagrafiche dei suoi protagonisti ottocenteschi il sospetto, e nell' "insularity" degli USA la sua spiegazione psicologica, la satira di fine secolo ne svela l'errore. Si pensi alla copertina del The Mascot del 1890. Proiezione. Quello che si ascoltava a New Orleans in quegli anni aveva il gusto delle "balene arabe" e "delle scimmie ripiene", attraeva e respingeva allo stesso tempo. L'esotico comunque arrivava, e non viaggiava sui fiocchi bianchi trasportati dal vento, ma sui legni battenti bandiera francese. Tanti gli spunti e i materiali per riflettere. L'occasione è preziosa per lasciarsi incuriosire. Addetti e non addetti ai lavori.

 

 
28 aprile, h. 17.12 - La pioggia non accenna a fermarsi. Andiamo verso il Teatro Regio. Il maltempo ha dovuto fare i conti con la straordinaria organizzazione del TJF. Il concerto tanto atteso del grande Abdullah Ibrahim si farà comunque, e in teatro. E forse è un bene, visto che Ibrahim dedicherà al suo pubblico un concerto in solo. Quale location migliore per un incontro così intimo? C'è fermento e grande attesa. E lui arriva a passo svelto, guarda il fondo nero, si siede al pianoforte, ed è già dentro la musica. Sulle note di The Wedding, confessa l'anima di questo incontro. La sua mano sinistra è ferma, nel metro severo di un legatissimo su cui sfilano, leggeri, i ricami della destra. E' un corale bachiano, e ogni tentativo di rompere quell'intimità con stop, doppie terze, ostinati e ribattuti, resta ammansito dalla severità rassicurante dell'accompagnamento. Ogni insistenza si spegne nella sua voce, così mesta e nostalgica. Un basso sincopato tenta un nuovo modo, innesti afro ne cambiano il carattere, si restringono gli spazi per poi allargarsi in un racconto essenziale, minimo dove si immagina lo spazio di un interplay. Le dinamiche riportano a uno spiritual, mentre il basso invoca un blues. Swinga un po', ma cede dopo poco. Un grande arabesque porta lontano. Generoso, Ibrahim, regala un'intensità che resta. 
 
 
28 aprile, h. 21.05 - Pioggia battente. Andiamo verso Piazza Castello. Ultimi controlli d'agibilità e, al via in sicurezza, la piazza si accende sotto un cielo di ombrelli colorati. Mulatu Astatke Steps Ahead, in esclusiva italiana. Accanto al campione del jazz etiope un ensemble multietnico, che carica e scalda a tinte forti una piazza intera (e i suoi portici). Afro, funk, venature latin. Una fisicità magnetica che conquista nelle sue imprevedibili distorsioni. Lunghi, lunghissimi pedali, ostinati che staccano e portano secchi al movimento. E le suggestioni del violoncello di Danny Keane, per nulla corrotte dal virtuosismo furioso delle tastiere di Alex Hawkins. Il resto lo fanno le percussioni di Richard Olatunde Baker, Davide De Rose e dello stesso Astatke, che macinano e vaporizzano un groove da tempesta nel deserto. Ficcanti tromba e sassofoni (Byron Wallen e James Arben). Sostiene poderoso Matt Ridley al basso. C'è da ballare! 
 
29 aprile, h. 03.02 - E voi? Che ci fate ancora in piedi? Domani abbiamo un'altra pagina da scrivere insieme! Good night in jazz! 
 
[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

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TJF 2013 Live Diary - 27 aprile

Sabato, 27 Aprile 2013 12:34

27 aprile, h. 11.34 - [E. Augusti] Il giorno dopo. Torino si sveglia con un timido sole. L'appuntamento è al Circolo dei lettori con la prosa spontanea di un accattivante e intenso Mexico City Blues. I testi del padre del movimento beat incontrano la musica in un pas à deux sofisticato, per voce recitante/canto e pianoforte. Giuppy Paone e Umberto Petrin raccontano un altro Kerouac, fortemente ispirato e letto in chiave jazz. Improvvisazione e composizione trovano il giusto equilibrio, in un remembering che ripercorre giochi d'infanzia con parole d'adulto, che poi, anche se non sono quelle giuste cosa importa. Un reading che coinvolge e tiene il pubblico dentro la narrazione. E in quel cinema della nostalgia s'intravedono anche Parker e Young, e una poesia senza tempo. «Romance never came back | Crashing interruptions | So I'm with you | happy once again and singing all my blues | in tue with you | with you». 

 

 

27 aprile, h. 12.40 - Arriva l'appetito. Quale occasione migliore per gustare un jazz brunch? Il TJF ha pensato anche a questo. Sa bene come coccolare i suoi. Pochi minuti e siamo in Piazzale Valdo Fusi, Jazz Club Torino. L'atmosfera è quella giusta. Armstrong ed Ellington prestano il loro nome a due menu, mentre i ragazzi della masterclass della Juilliard School of Music raccontano il loro jazz sotto lo sguardo imperturbabile di un gigante Monk. 

 

 

27 aprile, h. 16.00 - La pioggia battente (che distrugge gli ombrelli!) non ci ferma. Ritorniamo al Circolo dei Lettori. Diego Borotti dedica un tempo del jazz ai bimbi. Spazio ai bambini è il laboratorio che il TJF ha realizzato per i bimbi dai cinque agli undici anni. Sax, pianoforte e una loop machine per avvicinare i piccoli al jazz mood. Tum Cià Tum Cià. Si va di piedi e mani, e il jazz diventa un gioco per tutti (anche per mamme e papà!). Pochi metri più in là, Stefano Zenni presenta per la sezione Book Geoff Dyer e Luca Ragagnin, conversazione su Natura morta con custodia di sax. Era il 1993 quando proprio da Torino, partiva il successo mondiale di uno dei lavori di letteratura jazz tra i più apprezzati e riconosciuti. Oggi, a vent'anni di distanza, è ancora una volta Torino a raccogliere e accogliere – grazie a Einaudi  la sfida di una ristampa, impreziosita da un irrinunciabile aggiornamento biblio-discografico. Il racconto di un jazz diverso, dove intimità e celebrità, mito e quotidianità si fondono in un tempo-non tempo, che è «tradizione del futuro» (Ragagnin). 

 

 

27 aprile, h. 20.10 - Cambiamo location. Café Des Arts, Via Principe Amedeo. L'ambiente è angusto, ma familiare. Si sta vicini, e la musica arriva a breve raggio, e se ne sente il calore. Sul palchetto, Diego Borotti (sax tenore), Alberto Marsico (organo) e Gio Rossi (batteria). Rossi gira a turbina, mentre l'hammond di Marsico lacera e strappa. Si cambia registro quando si fa strada Monica Fabbrini. L'impasto timbrico della sua voce, magmatico e sensuale, si lascia plasmare dall'Aqua Sapiens di Borotti. Ci spostiamo di un isolato, e siamo al Blah Blah di via Po. Giovanna Gardelli, in arte Marianne Mirage, e il suo cappello nero ci accolgono. Morbida e sinuosa, la sua voce scivola tra i bassi di Niccolò Bonavita, mentre Stefano Pennini al piano e Matteo Frigerio alla batteria ne accolgono le forme. L'aria è leggera. Non piove più. Ne approfittiamo per una passeggiata fino a Piazza Castello, aspettando la "vocal night" tutta al femminile. 

 

 

27 aprile, h. 21.05 - Arrivano prima i musicisti della Radar Band. Cristiano Arcelli (sax alto), Fulvio Sigurtà (tromba), Massimo Morganti (trombone), Michele Francesconi (pianoforte), Giacomo Riggi (vibrafono), Daniele Mencarelli (basso elettrico), Alessandro Paternesi (batteria) e Enrico Pulcinelli (percussioni). Il tempo di raccogliere il mood latino e Cristina Zavalloni entra in scena. Escursioni isteriche di una fluidità magnetica. Spirali, labirinti vocali a perdifiato. Architetture sofisticate che attingono dal classico, con grande naturalezza. Un virtuosismo frammentato il suo, che si ricompone in lunghi e densissimi fraseggi. Una tecnica stupefacente, cervellotica, dove le articolazioni per gradini dinamici costruiscono altezze da capogiro. Forte, fortissima la coerenza timbrica delle voci della Radar Band, in un rincorrersi d'innesti perfetti. Cambio palco, ed è ancora il sud del mondo a farla da padrone. Esplode la festa quando arriva il Tania Maria Quartet. Accanto a Tania Maria, Marc Bertaux al basso, Edmundo Carneiro alle percussioni e Hubert Colau alla batteria. Si va di bossa, samba e il jazz non ci pensa un attimo a entrare nel vivo del gioco. Energica ed elegante, affascina e coinvolge. Impossibile restare fermi! Si baila! 

 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

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TJF 2013 Live Diary - 26 aprile

Venerdì, 26 Aprile 2013 16:32

 

26 aprile, h. 18.20 - [E. Augusti] Calvino diceva che la fantasia è un posto dove ci piove dentro. Qui a Torino la fantasia sembra essere ovunque e la pioggia, per fortuna, non vuole farle compagnia. Pronti per l'edizione 2013 del Torino Jazz Festival firmato Stefano Zenni. Nonostante il cielo grigio, l'aria è mite, e la Mole svetta. Se «la musica è l'inizio di qualcosa», quello che sta per cominciare qui è una festa. Te lo suggeriscono i temi jazz che ti piombano in testa mentre passeggi sotto i portici di Via Garibaldi. Te lo raccontano le atmosfere blue di una tromba che al tramonto scivola lenta tra i passanti e ti guida verso il posto giusto. Te lo urlano i passi cadenzati di una marching band che prova in un angolo di Piazza Vittorio e che ti viene a trovare mentre guardi, sorpreso da un insolito contrabbasso, le vetrine di una pasticceria. Sono da poco passate le 18.00, e mentre l'Urban Center di via Milano si popola di figure più o meno sconosciute di chi il jazz prova a raccontarlo, da piazzale Valdo Fusi arriva il jazz che si fa, ricordando Gillespie e Mingus. Let's go!

 

 

26 aprile, h. 20.21 - Ci spostiamo al Blah Blah di via Po. «Ora hai capito da dove viene il suono?», chiede lui spavaldo alla ragazza che le sta a fianco. Lo spazio ibrido è un'esplosione di gente. Il buio sfuma i profili, e le voci di Boltro, Di Castri e Roche ti arrivano dritte in faccia dalle proiezioni che si stagliano sul fondo del locale. Zero contatto visivo (che peccato!) La robustezza percussiva di Roche sostiene con vigore l'interplay, per poi sfilacciarlo sul ride. Di Castri lo segue ragionando di armonici, e porta Boltro a distendere. Il contrabbasso si fa elettrico, pedalizzando nuove linee di una sinuosità plastica. L'interplay monta, fittissimo. Roche e Di Castri si marcano a uomo, mentre Boltro si svincola in un virtuosismo leggero, che trova quiete in innocue cadenze tonali. Ritorna il delirio percussivo. Un punto d'appoggio è irresistibile ma improbabile da trovare. Roche ha una voglia brutale di raccontare. Si rintana nell'onomatopea, e da lì suggerisce giochi che sanno divertire. E' una macchina da scrivere. Straordinaria l'intesa con De Castri. Boltro fa da diaframma, ed è un'enciclopedia di stile. Uno spettacolo unico per una semplice «rimpatriata» tra amici: «saliamo sul palco e suoniamo», come non accadeva da più di vent'anni.  

 

 

26 aprile, h. 21.05 - Di corsa verso Piazza Castello. Enrico Rava Quintet & Orchestra del Teatro Regio di Torino. Accanto a Rava, Roberto Cecchetto (chitarra), Giovanni Guidi (pianoforte), Stefano Senni (contrabbasso) e Zeno De Rossi (batteria). A dirigere il Rava On The Road c'è Paolo Silvestri. Ecco come la musica classica incontra il jazz. Il compromesso non costa neanche poi tanto. Si disciplina il jazz? Si corrompe la forma? Al di là della solita retorica, dei misticismi e delle note a margine, il Rava On The Road funziona, e funziona da sé. Perché Rava, perché le musiche di Rava, perché gli arrangiamenti di Silvestri, perché il profilo del Quintetto, perché l'Orchestra del Regio. E potrebbe bastare così. E' un mélange d'eleganza ordinante e spinta improvvisativa che si lascia cogliere già dal Preludio. I violini imbastiscono degli ostinati irregolari che ossessionano e caricano nel moto ondoso degli accenti, portandosi dietro gli ottoni, le percussioni, fino alla chitarra "classicamente acida" di Cecchetto. E' l'acme, prima delle linee sensuali e morbide del tempo secondo. E' una combinazione di universi espressivi che convince. Anche la pioggia. 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

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Chieti in Jazz 2012

Lunedì, 01 Ottobre 2012 22:11

[E. Augusti] Non basta molto per rendersi conto che il posto è quello giusto. Ultimo fine settimana di settembre. Sul Corso Marrucino si anima la Fiera d’Autunno e Chieti lascia alla sua visitatrice più clandestina (io) un cielo caldo e lunatico. Ti guardi intorno e capisci subito che anche la gente è quella giusta, pure quella che sfiori distrattamente schivando i banchi dei formaggi. Gran caffè al Gran Caffè Vittoria, fresco di portici, pochi passi e ti si apre davanti Palazzo De’ Mayo: messo a nuovo, lì nell'angolo, dà il meglio di sé. Dentro, intorno a un tavolo, ci trovi dei ragazzi, geniali e simpatici: compongono partiture che suoneranno jazz. Poco più in là altri ragazzi, geniali e un po’ meno simpatici (la critica imbrutisce?): ascoltano, raccontano e scrivono storie, pure queste jazz. L'aria del Chieti in Jazz la riconosci subito. Ti entra nei polmoni, ti ossigena il cervello e ti rinfresca la memoria. Un anno fa eravamo tutti lì, ed è bello ritrovare vecchi e nuovi amici del circolo del jazz. Ma quest'anno l'aria è di festa: la crew della SIdMA dedica l’edizione 2012 del Chieti in Jazz, l’ottava, all’entusiasmo composto, alla perizia garbata e all’elegante estro compositivo del maestro Bruno Tommaso. È lui il “mite guerriero del jazz” di cui si celebrano i fasti. L'omaggio è dichiarato e lui, schivo e sorridente, lo accoglie con la professionalità e la gratitudine di un uomo d'altri tempi, dai modi belli almeno quanto rari. Ed ecco che è lui a farlo a te, l'omaggio.

29 settembre, sabato sera, Auditorium Cianfarani, Chieti. «Si suona per verificare ciò che si scrive, nella migliore tradizione del jazz» (Zenni). E quella che suona è la scrittura di Tommaso, la sua scrittura attenta di arrangiatore e compositore. Apre la voce diafana della chitarra di Roberto Spadoni e si preparano le atmosfere ora dense ora rarefatte dei fiati. Il cordone degli ottoni, Gianni Ferreri (tromba), Francesco Di Giulio (trombone), Mattia Feliciani (sax soprano e tenore), fa da cuscino al clarinetto di Bepi D’Amato. Un intimismo d’apertura che degenera in un groove esplosivo, spinto a miccia dalle percussioni di Luca Di Battista e Fabio Flacco. S'innesta e macina il sax baritono di Italo D'Amato. Monta la prima suite a firma Bruno Tommaso, G. e il Questore: prima pure di pubblico per la storiella d’amore a insperato lieto fine tradotta scaltramente nelle tre danze “Ragione e Sentimento”, “In Giacca e Cravatta” e “Vada Via, trombettiere!”. Tommaso parte dalla narrazione e traduce le aspettative umorali dei titoli in rappresentazioni autentiche e architetture complesse e coerenti dove scrittura e improvvisazione si incontrano e compenetrano, fino a quadrare perfettamente. Tommaso dal pianoforte tiene le fila e guida. Disciplina e rigore sfioriscono nei ritmi calypso della terza danza. Gli assoli dinamizzano un’esecuzione già di per sé vivida e cangiante, piena di colori e suggestioni quasi bandistiche.

Risuona Gillespie e chiude inatteso e sornione un “Reflection” di Monk. È dunque la volta di una seconda prima, quella de The Warrior From Capestrano, composto e diretto sempre da Tommaso. Gioca col suo pubblico, il maestro, e racconta i tre episodi della suite: “Adriatic Dawn” (nel senso di alba), “Visitors” (evidentemente non graditi) e lui, il guerriero, “The Warrior” (e gli epici duelli tra musici). L’alba si leva coi miagolii gelidi della chitarra di Spadoni. Giochi di emersioni e immersioni e dall’acqua tira il trombone di Di Giulio per sprofondare nelle densità tonde, preziose e garbatamente sfumate del contrabbasso di Massimo Di Moia. Si riprende quota per atterrare con violenza nello scontro del gran finale. Ma Tommaso tira fuori un congedo a sorpresa, un congedo che ha le tinte ingenue e fresche degli anni giovanili e le maliziose leccornie degli anni della maturità. Una “danza reale”, labirintiche metamorfosi medievali, alleggerite da un jazz raffinato ed elegante, che si scompone solo quando i trucchetti di Tommaso scatenano l’elettrizzante secondo giro di bis. E il guerriero si licenzia, da conquistatore.

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Il 20 aprile 2012, h. 20.00, presso la libreria FELTRINELLI POINT di Lecce, Stefano Zenni ha presentato la sua Storia del Jazz. Una prospettiva globale, (Stampa Alternativa - Nuovi Equilibri, 2012), «la più ricca e completa storia del jazz mai pubblicata in italiano». Un’indagine globale e profonda, che raccoglie in una prospettiva originale le complesse relazioni culturali e artistiche dell’espansione musicale afroamericana tra XVI e XXI secolo, e inaugura un nuovo paradigma narrativo, usando innovativamente rimandi ad ascolti, diagrammi, illustrazioni e mappe che esaltano il taglio geografico del racconto. Un’indispensabile integrazione al precedente e pluripremiato volume dello stesso autore, I segreti del jazz (2007), tra i più apprezzati successi editoriali del settore. Accanto all'autore, Eliana Augusti (Università del Salento), Gianpaolo Chiriacò (Università del Salento), Luigi Bubbico (Conservatorio "T. Schipa" di Lecce) e, in collegamento telefonico da Roma, Gianfranco Salvatore (Università del Salento).  

Stefano Zenni (Chieti, 1962), tra i maggiori musicologi di jazz in Europa, è presidente della SidMA (Società Italiana di Musicologia Afroamericana), vicedirettore del Center for Black Music Research/Europe, direttore della rivista di studi Ring Shout ed editor della sezione Jazz del Giornale della Musica. Insegna Storia del Jazz e delle Musiche Afroamericane presso i conservatori di Bologna, Pescara, Pesaro, e Analisi delle Forme presso Siena Jazz. Oltre a dirigere i seminari di Chieti in Jazz, è dal 1998 direttore artistico della rassegna Metastasio Jazz a Prato. Candidato ai Grammy Awards per le migliori note di copertina, collabora con Rai Radio 3. Ha scritto e curato libri su Miles Davis, Louis Armstrong, Herbie Hancock, Charles Mingus (gli ultimi tre pubblicati nella collana “Jazz People” di Stampa Alternativa).

 

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Chieti in Jazz 2011: noi c'eravamo

Domenica, 09 Ottobre 2011 00:00

 

[E. Augusti] Una otto giorni a doppio appuntamento quella del Chieti in Jazz 2011, giunto alla sua settima edizione. Promosso e organizzato dalla SIdMA, Società Italiana di Musicologia Afroamericana, il CIJ ha proposto anche per quest’anno un percorso di formazione e aggiornamento esclusivo, per addetti ai lavori. Densa la programmazione: laboratori, seminari e masterclass in due panel, Musicologia e Giornalismo Jazz e Arrangiamento e Composizione per Combo e Big Band. Di là dalla cattedra Stefano Zenni, Luca Bragalini, Bruno Tommaso, Roberto Spadoni e un ospite d’eccezione, Javier Girotto. Suo il concerto di chiusura all’Auditorium delle Crocelle a Chieti, l’8 ottobre. Un «concerto in solitudine» (Zenni) dove l’elettronica fa da filtro a un racconto artificiale a più voci, quella estemporanea del maestro argentino e l’imponente edificio sonoro delle sue divagazioni ai sax e al clarinetto basso, rigorosamente in loop. Intervalli ampi, gradini dinamici da vertigine, temi semplici e ficcanti. A quinte aperte, Girotto crea. L’urlo raschiato in gola del sax e le voci della rivoluzione argentina viaggiano attraverso il tempo e si innestano, prepotenti, in quel presente sonoro così evocativo e sofferto. Il fraseggio è violento, dinamicamente spinto. Girotto esplora tutti i registri dei suoi sax, in un delirio che non si scompone. È un climax. Un corno, una voce recitante e il contralto riporta, malinconico e struggente, al passato. Canoni, imitazioni, un contrappunto fittissimo che circola nei loop e si libera nell’improvvisazione. Un oratorio, un cammino mistico, una conversione. Il tema è dolcissimo, e le interruzioni acide. Il dialogo col passato si fa nevrotico e passionale. Quasi lacrima il clarinetto basso. Arrivano i versi di Borges e la coralità intimista a ricordo diAlfonsina Storni e del suo tragico destino. Alfonsina y el mar. Il pubblico è dentro, calato nel dramma da protagonista. Il sax del maestro ne guida il bordone che tiene e sostiene l’intensità della narrazione. Suggestivo.

E dalle Crocelle al Teatro Marrucino. 9 ottobre. SIdMA Jazz Combo e SIdMA Jazz Orchestra in concerto. Roberto Spadoni è il «maestro di cerimonia, ineccepibile e brillante» (Zenni). Il combo, piccolo gruppo di due fiati, chitarra, contrabbasso, pianoforte e batteria, esegue i lavori originali di Riccardo Di Fiandra, Antonio Arcieri, Gabriele Carbone e Maria Cristina Cameli. Arrangiamenti dalle linee snelle e swinganti su standard da There is not a great love a My Romance, passando per Charlie Parker e Joe Henderson. Quando esce di scena il combo, si affacciano sul palco i maestri della SIdMA Jazz Orchestra. Arrangiamenti diClaudio Bonetti, Costanza Alegiani, Marco Fior, Andrea Montanaro, Gloria Trapani eMarco Vismara. Una sezione di fiati incontenibile, tra le riletture ammiccanti di I Mean You e le sinuosità di una ballad come September Song. C’è spazio per la contaminazione partenopea, accennata in Tototò a firma Fior, e per quella febbricitante della latina (chissà poi perché Balkanic) Meditation di Montanaro. L’orchestra perde trombe e tromboni e guadagna una vocal section tutta al femminile: Costanza Alegiani, Maria Cristina Cameli e Gloria Trapani. Tre timbri diversi in una trama sofisticata, dove composizione e improvvisazione non sempre trovano il giusto feeling, ma non tradiscono comunque il risultato finale che resta gradevole.

Borse di studio a Maria Cristina Cameli, Gabriele Carbone e Costanza Alegiani. Chiude il gran finale di Ritorno al futuro, nella rielaborazione pirotecnica di Marco Vismara. Una festa con finale esplosivo. E la gioia è contagiosa.

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