Facebook   youtube  Twitter

  • image
A+ A A-

Torino Jazz Festival 2014 - LIVEdiary 2

Domenica, 27 Aprile 2014 10:51

26 aprile, h. 11.00 – Una giornata splendida. Il secondo giorno del TJF è baciato dal sole. Le strade esplodono, ed è una città intera a partecipare della festa del jazz. Ci spostiamo al Teatro Carignano. Ad aspettarci c'è un duo d'eccezione: Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia accolgono l'invito del direttore Zenni per raccontarsi e raccontare, in musica e parole, la storia di due uomini, di un incontro tra formazioni ed esperienze di vita diverse, di un'amicizia, di un'intesa. Si gioca, ed il piglio è quello giusto. Coinvolgente. Il pubblico partecipa, è dentro la scena. Non c'è distanza. Quello di Trovesi e Coscia è un jazz "di cortile", un jazz che raccoglie tutti i colori e i sapori di un tempo perso e ritrovato. C'è tutto un Mediterraneo, nella loro musica, c'è la danza, la condivisione del borgo, le note della banda del giorno di festa. "C'è una strega, c'è una fata". C'è, non c'era. C'è la magia di un unico tempo, quello di un duo complice, dove si procede allo stesso passo, nella stessa direzione, con lo stesso respiro, come nella più bella delle storie d'amore. L'eleganza dei temi, classici e originali, delle riproposizioni "migliorate", della tensione ad un modello di perfezione, che è raffinatezza di gusto. Armonicamente disarmonica negli urti, quella di Trovesi e Coscia è, sopratutto, una storia senza filtri. “Non ho voluto registri - dice Coscia - mi piace il passaggio diretto, senza filtri, dal mantice al suono”. E' vero, si sente, e piace anche a noi. 

 

 

            

 

h. 16.00 – Il tempo di fare due chiacchiere al sole e si riparte, alla volta del Circolo dei Lettori. Luca Bragalini presenta Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e il jazz (EDT, 2013). Un microfono, uno schermo e un pianoforte per svelare, riscoprire e raccontare, con la cura ricostruttiva dello storico, l'analisi attenta del musicologo e la capacità comunicativa del grande divulgatore, profili e segreti di un mondo in bianco e nero, “over the rainbow”. Da Harold Arlen ad Art Pepper, per poi esplorare il contemporaneo con un sorprendente Israel Kamakawiwo’ole. Premiata sezione book del TJF, con pioggia d’applausi e tanto di coda per l’autografo. Ringraziamo Luca e corriamo verso l’Auditorium Rai. Qualche minuto di pausa. È tutto pronto per il main: Uri Caine e Dave Douglas. 

 

 

h. 18.00 – Un Auditorium intero in fermento. Primi istanti d’apprensione per un vero e proprio assalto al miglior scatto. Dave Douglas e Uri Cane sfilano sul palco, in perfetto stile newyorkese. Ingresso divaricato, contrasti aspri e intervalli ubriachi. Si sigla il compromesso, e in un clima più disteso e accogliente si sperimenta. Proposte originali e alcune interessanti rielaborazioni di temi della tradizione “degli States prima degli States”. Si torna indietro di quasi tre secoli. Linee aperte, fraseggi morbidi e armonie composte. Stacca il piano di Caine e distende, elegante, la tromba di Douglas. Due anime profondamente diverse: gli occhi aperti di Caine vigilano sulle inquietudini ad occhi chiusi di Douglas, in uno scambio sincero e misurato che restituisce il senso più autentico del duo. Ogni divagazione della tromba è ripresa dall'ostinato intransigente del piano. Si frantuma poi all'improvviso, per affondare in una coltre di suono, filtrata appena dal sibilo raggelante del soffio della tromba. Caine predilige il registro medio, svuota i bassi e resiste in un accompagnamento impertinente che sostiene Douglas e accompagna la chiusura. Esplode l'applauso e si chiama il bis. 

 

 

h. 20.00 - E' ora di cena, ci coccoliamo un po' all'Esperia. E se ci fosse un trio d'eccezione come quello newyorkese di Emanuele Cisi, Joseph Lepore e Luca Santaniello a farci compagnia? Non potremmo chiedere di meglio. E infatti, quando il sax di Cisi rompe il silenzio e intona l'"Aknowledgment" della suite di Coltrane abbiamo la conferma che la serata non potrebbe essere più piacevole di così. Ci abbandoniamo a quella fortissima ispirazione, mentre a poco più di un chilometro da noi una straordinaria Diane Schuur incanta Piazza Castello. 

 

 

h. 23.00 - Inizia la notte del Fringe. Piove e l'aria si fa pungente. L'attesa monta. Di qua e di là dal fiume si staglia il popolo del Music on the River, l'appuntamento del "solo" dedicato. Una zattera sull'acqua appena increspata, appesa nel buio, un occhio di bue a ferirla nel centro, una canoa a motore per raggiungerla. A bordo, all'ombra di un ombrello chiaro, c'è Javier Girotto. La voce del suo sax fende il silenzio, rimbalza da una riva all'altra del Po, e regala a tutti la più dolce e magica delle buone notti. A domani. 

 

 

[E. Augusti]

 

 

 

 

 

Pubblicato in Report

Torino Jazz Festival 2014 - LIVEdiary 1

Venerdì, 25 Aprile 2014 16:01

[E. Augusti] Torino, 25 aprile, h. 15.30 – Primo pomeriggio di un giorno di festa. È il 25 aprile, ed è festa nazionale. Si celebra la liberazione, e il Torino Jazz Festival edizione 2014 non può che partire da qui, dal porticato del Museo Diffuso della Resistenza, per raccontare, a tempo di swing, la storia di una rinascita, di un riscatto, di una “rivoluzione culturale” (G. Agosti). Suona la Big Band Theory diretta da Luca Begonia, solista Claudio Capurro, per ripercorrere sulle note di Glenn Miller gli anni della “riconciliazione musicale” con l’America, anni in cui nomi come quello di Luigi Braccioforte (Louis Armstrong) e Beniamino Buonomo (Benny Goodman), testimonianza dell'obbedienza coatta alle circolari del Partito Nazionale Fascista di quasi un quindicennio prima, restituivano ora i profili e abilitavano all’ascolto di una tradizione autentica che veniva da lontano, tutta da scoprire. 

 

 

h. 18.00 – Ci spostiamo in Piazza Castello per un’altra celebrazione, quella del settantesimo compleanno di Gianluigi Trovesi. Con lui, sul main stage del TJF, ci sono la Filarmonica Mousiké diretta da Savino Acquaviva, il percussionista Stefano Bertoli e Marco Remondini al violoncello. Le quadrature dei primi tempi lasciano presagire qualcosa che con quelli swinganti che ci siamo appena lasciati alle spalle hanno poco o nulla a che fare. E invece la sorpresa arriva, nel dialogo imprevedibile tra generi, stili e colpi di scena sui finali, quasi tutti sospesi. L’estro del violoncello distorto di Remondini rompe gli schemi, anestetizza le forme regolari delle citazioni della grande tradizione operistica italiana e ricompone l’irriverenza dei giocattoli sonori di Bertoli in un gioco semiserio delle parti dove tutto torna. Divertente e travolgente, la formula restituisce alla piazza di una capitale l’orgoglio bandistico di una valle. Non poteva starci meglio.

 

 

 

h. 20.00 – ...e se andassimo a mangiare qualcosa? 

 

 

h. 21.00 - Cambio d’abito per Piazza Castello. Il viaggio ci riporta a Sud. Sul palco Daniele Sepe, con Floriana Cangiano (voce), Franco Giacoia (chitarra), Tommy De Paola (tastiere), Davide Costagliola (basso) e Paolo Fortini (batteria). Esplode l’arena. C’è spazio per tutto, dal rock al cantautorato italiano, dai canti della tradizione popolare al reggae, fino alla classica, alla fusion, al jazz. Si rinnova l’omaggio a Zappa, Mingus, Jara e s’accenna una “Freedom Jazz Dance”. Sepe raccoglie la protesta, spunta qualche striscione “no tav” e si fissa un pensiero, coerente con la giornata, attento al sociale. È tutto spinto, c’è aria di festa. Faremo tardi, stasera. 

 

...continua a leggere il LIVEdiary qui

...qui il video del LIVEdiary!

 

 

 

 

Pubblicato in Report

TJF 2013 Live Diary - 26 aprile

Venerdì, 26 Aprile 2013 16:32

 

26 aprile, h. 18.20 - [E. Augusti] Calvino diceva che la fantasia è un posto dove ci piove dentro. Qui a Torino la fantasia sembra essere ovunque e la pioggia, per fortuna, non vuole farle compagnia. Pronti per l'edizione 2013 del Torino Jazz Festival firmato Stefano Zenni. Nonostante il cielo grigio, l'aria è mite, e la Mole svetta. Se «la musica è l'inizio di qualcosa», quello che sta per cominciare qui è una festa. Te lo suggeriscono i temi jazz che ti piombano in testa mentre passeggi sotto i portici di Via Garibaldi. Te lo raccontano le atmosfere blue di una tromba che al tramonto scivola lenta tra i passanti e ti guida verso il posto giusto. Te lo urlano i passi cadenzati di una marching band che prova in un angolo di Piazza Vittorio e che ti viene a trovare mentre guardi, sorpreso da un insolito contrabbasso, le vetrine di una pasticceria. Sono da poco passate le 18.00, e mentre l'Urban Center di via Milano si popola di figure più o meno sconosciute di chi il jazz prova a raccontarlo, da piazzale Valdo Fusi arriva il jazz che si fa, ricordando Gillespie e Mingus. Let's go!

 

 

26 aprile, h. 20.21 - Ci spostiamo al Blah Blah di via Po. «Ora hai capito da dove viene il suono?», chiede lui spavaldo alla ragazza che le sta a fianco. Lo spazio ibrido è un'esplosione di gente. Il buio sfuma i profili, e le voci di Boltro, Di Castri e Roche ti arrivano dritte in faccia dalle proiezioni che si stagliano sul fondo del locale. Zero contatto visivo (che peccato!) La robustezza percussiva di Roche sostiene con vigore l'interplay, per poi sfilacciarlo sul ride. Di Castri lo segue ragionando di armonici, e porta Boltro a distendere. Il contrabbasso si fa elettrico, pedalizzando nuove linee di una sinuosità plastica. L'interplay monta, fittissimo. Roche e Di Castri si marcano a uomo, mentre Boltro si svincola in un virtuosismo leggero, che trova quiete in innocue cadenze tonali. Ritorna il delirio percussivo. Un punto d'appoggio è irresistibile ma improbabile da trovare. Roche ha una voglia brutale di raccontare. Si rintana nell'onomatopea, e da lì suggerisce giochi che sanno divertire. E' una macchina da scrivere. Straordinaria l'intesa con De Castri. Boltro fa da diaframma, ed è un'enciclopedia di stile. Uno spettacolo unico per una semplice «rimpatriata» tra amici: «saliamo sul palco e suoniamo», come non accadeva da più di vent'anni.  

 

 

26 aprile, h. 21.05 - Di corsa verso Piazza Castello. Enrico Rava Quintet & Orchestra del Teatro Regio di Torino. Accanto a Rava, Roberto Cecchetto (chitarra), Giovanni Guidi (pianoforte), Stefano Senni (contrabbasso) e Zeno De Rossi (batteria). A dirigere il Rava On The Road c'è Paolo Silvestri. Ecco come la musica classica incontra il jazz. Il compromesso non costa neanche poi tanto. Si disciplina il jazz? Si corrompe la forma? Al di là della solita retorica, dei misticismi e delle note a margine, il Rava On The Road funziona, e funziona da sé. Perché Rava, perché le musiche di Rava, perché gli arrangiamenti di Silvestri, perché il profilo del Quintetto, perché l'Orchestra del Regio. E potrebbe bastare così. E' un mélange d'eleganza ordinante e spinta improvvisativa che si lascia cogliere già dal Preludio. I violini imbastiscono degli ostinati irregolari che ossessionano e caricano nel moto ondoso degli accenti, portandosi dietro gli ottoni, le percussioni, fino alla chitarra "classicamente acida" di Cecchetto. E' l'acme, prima delle linee sensuali e morbide del tempo secondo. E' una combinazione di universi espressivi che convince. Anche la pioggia. 

 

[ph. E. Augusti/M. Capozzi]

 

Continua a leggere il Live Diary...27 aprile!

 

 

 
Pubblicato in Report

Elezioni Sonore

 

Invia il tuo cd

Newsletter

Ricezione
Privacy e Termini d'uso
  • Roma - Auditorium Parco della Musica
  • Torino Jazz Festival 2014
  • LIVEdiary

Eventi

<<  Giugno 2022  >>
 Lun  Mar  Mer  Gio  Ven  Sab  Dom 
    1  2  3  4  5
  6  7  8  9101112
13141516171819
20212223242526
27282930   

Copyright LaOrilla 2011. Tutti i diritti riservati.

Login

Registrati

Registrazione Utente
o Annulla