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Nella mia stanza #11

Lunedì, 20 Aprile 2020 08:39
Cammino ogni giorno, due volte al giorno, per le strade deserte. Porto a spasso "la cane", in un silenzio al quale mi sono per buona parte abituata. 
Di tanto in tanto, quando svolto per percorrere il viale grande alle spalle di casa mia, vario il percorso e decido di camminare nel centro strada, proprio nel punto in cui le due corsie si uniscono. Che soddisfazione quel poter camminare libera nel centro-strada. Un appagamento assoluto. Deve essere una di quelle cose che si possono elencare quando ti suggeriscono di pensare ai “piccoli-grandi piaceri della vita”, se non fosse che questo piacere nasce da un guaio planetario.
Mentre procedo sento anche gli uccelli che cantano. Sono tanti proprio, e cinguettano forte. Decido di serbare in me il ricordo di questi attimi di estatica fusione tra me e ciò che mi circonda, per potermene ricordare quando riprenderò a portar giù Sina nel caos cittadino che forse, probabilmente, ritornerà. Intanto, per adesso, vago moderatamente spensierata, sperando che quella passeggiata possa durare abbastanza, mentre canzoni e poesie riecheggiano nella mia testa. I versi si affastellano come se la mia coscienza stesse ricercando il bandolo di una matassa. Riaffiorano come se mi aspettassi che tanta altrui saggezza, intuizione, creatività possa offrirmi una chiave di lettura del contesto surreale nel quale, con precisione svizzera, mi immergo due volte al giorno.
Noi umani siamo così, d’altronde: cerchiamo quasi sempre un senso “altro” alle cose. È, probabilmente, un nostro difetto di fabbrica.  
"Com'è bella la città, com'è grande la città...e tante macchine sempre di più...", "le strade vuote, deserte intorno a me...", "io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando...", “bisogna essere molto forti per amare la solitudine…”, "siamo isole nell'oceano della solitudine...", "ognuno sta solo sul cuor della terra...".
E poi, zac, ecco che mentre cammino riappare in me un ricordo inedito. Quando ero piccola, 11/12 anni, un'amica di famiglia mi regalò una pila di fumetti che voleva gettar via, che ancora conservo. Erano fumetti da "persone grandi", per come li recepii al tempo: Linus, L'Eternauta, Intrepido, Mad... Fumetti ben diversi dal Corriere Dei Piccoli o da Topolino, che ancora compravo. In uno di questi ricordo nitidamente la storia di un personaggio che camminava in una strada deserta di una città spettrale, rimasta vuota forse dopo un cataclisma (invasione aliena? Esplosione nucleare? Mah…). Ricordo che quel fumetto mi inquietò parecchio. Lessi tutti quei giornalini da cima a fondo, in alcuni c’erano persino scene osé che tuttavia non mi turbarono punto. Ma quella storia no, quella mi scombuiò. 
Andai a letto, quella sera, ed il ricordo di quella vicenda narrata, anzi più precisamente delle immagini disegnate, ritardarono l’arrivo del sonno. Ciò che mi aveva scossa non era la storia, bensì l’atmosfera. Avevo sentito, empaticamente, l’angoscia del protagonista che, mentre camminava nelle strade vuote, si chiedeva dove fossero andati a finire tutti. Allora pensai a quanto potesse essere terribile trovarsi in una situazione simile e mi chiesi: e se capitasse a me? Poi accantonai il pensiero e mi addormentai.
Sono stata cresciuta con la (erronea) convinzione che ci sarebbe stato sempre chi mi avrebbe protetta. Che si sarebbe sempre trovata una soluzione ad ogni problema. Quando mi imbattevo in qualche truculenta favola dei fratelli Grimm o di Perrault venivo subito rassicurata perché quelle erano “solo favole” e la realtà, la mia realtà, non conteneva né orchi né streghe. In casa mia venivo rassicurata un po’ su tutto, nessuno si soffermava troppo a ripensare a guerre o cataclismi. Mio padre era un guerriero, professionalmente parlando, ma combatteva le sue battaglie fuori di casa. Tra le mura domestiche portava solo sorrisi, amore e protezione per me e mia madre. Io mi dedicavo a ciò a cui sembravo destinata, lo studio e le arti. E non c’erano in quegli anni, evidentemente, incursioni di barbari nord-europei che saccheggiavano il territorio. E non c’erano carestie. E non c’erano bombe nucleari pronte allo sgancio (sebbene, potenzialmente…). 
Certo, cose brutte sono poi accadute, anno dopo anno: il rapimento di Aldo Moro, la scomparsa di Emanuela Orlandi, il Mostro di Firenze, Chernobyl, gli attentati a Falcone e Borsellino... Ma dopo il buio si riusciva sempre, in un modo o nell’altro, a vedere una luce che ci rassicurasse. I momentacci c’erano, d’accordo, ma ce li lasciavamo alle spalle mantenendone la memoria al fine di non perpetuare errori e di nobilitare i sacrifici degli eroi. 
Solo per gradi, crescendo, capendo, avrei poi “digerito” il fatto che momentacci ancora più macroscopici non erano affatto finiti, che le guerre, le torture, le ingiustizie continuavano ad essere perpetrate. Che i cataclismi esistevano. Che una pandemia, perbacco, sarebbe potuta ancora riaccadere. 
Comunque. Torniamo alla storia del fumetto. Quelle strisce inquinarono talmente il clima da paradiso terrestre che ancora vivevo da bambina (sebbene avessi già avuto un assaggio di realtà con la repentina morte di mio padre quarantasettenne, per cui il castello già scricchiolava abbastanza), che decisi di non leggere più quel giornalino. Lo accantonai, per auto-proteggermi, dedicandomi con cautela all’esplorazione degli altri più ameni giornalini di cui disponevo. 
Chissà perché, tra tante storie a fumetti, molte delle quali fantascientifiche, orrorifiche, apocalittiche, quella in particolare mi sconvolse così tanto. Chissà quali corde toccava. Le stesse, penso, che oggi me ne hanno riportato il ricordo. Come se questa di oggi fosse un’importante prova da affrontare e quello di tanti anni fa fosse un profetico avvertimento, camuffatosi da fumetto.
Ma, mi chiedo allora camminando nel vialone deserto, qual è esattamente la materia da maneggiare in questo peculiare frangente? Quali corde hanno vibrato richiamando l’antica inquietudine?
Non è la sensazione di solitudine, che pur viene amplificata, giacché con quella abbiamo già fatto i conti, accogliendola e comprendendola, nonché superandola grazie alla consapevolezza di essere parte di un tutt’uno, finiti snodi di un’umanità interconnessa nel cui reticolo risiede il nostro esistere. 
La materia con la quale sto avendo a che fare oggi è la nuda e cruda paura. La gestione di un’amigdala che mi manda segnali che la corteccia prefrontale non riesce a tacitare. A volte non c’è niente che tenga, nulla ci soccorre: né la cultura, né la ragionevolezza, né la fede. A volte la paura decide per noi e cresce in maniera esponenziale collegandosi a quella degli altri.
E allora, arrivata a questa lapalissiana conclusione, mentre ancora cammino nel centro strada del viale alle spalle di casa mia, decido di mantenere forte la centratura e non consentire all’amica paura di invadermi, di frenarmi, di guidare le mie azioni o i miei pensieri. La so la faccenda che la paura è funzionale alla difesa se mi attacca un leone. Ma sento invece che, in questo caso, non devo fuggir via. Una pandemia la si affronta. E, per giunta, tutti insieme. 
Così, con semplicità, continuo a camminare, concentrando la mia attenzione piuttosto sui miei passi, sull’ansimare della Sina che vuole raggiungere un gatto appena apparso dietro un cancello, sulla brezza leggera che mi carezza il volto. Che piacevole, quel venticello tiepido. Sembra la mano di mio padre quando veniva a darmi le carezze prima che mi addormentassi.
Arrivo alla scala, varco il portone di casa e allento la mascherina. E vedo, riflesso sullo specchio dell’androne, un nuovo, luminoso, sincero sorriso. Il mio.
E penso che ci sarà luce. 
Perché i sorrisi e la luce, statene certi, provengono dallo stesso luogo. 

Silvia Cazzato
Pubblicato in MEmotionalTime

Nella mia stanza #9

Giovedì, 02 Aprile 2020 13:06
Sono uscita sull'uscio di casa e ci sono rimasta un po', a guardare in strada. Nessuno passa, ma non c'è silenzio. Si sentono degli uccelli che cantano e il ronzìo di una mosca in lontananza che lentamente cresce, probabilmente mi si avvicina anche se non la vedo. Poi nuovamente il ronzìo diminuisce, diminuisce, si fa lontano. Riprende ad aumentare, ancora. Starà volando in tondo, non lontano da me. Un gatto sul muretto di fronte arriva, fa un piccolo miagolìo e poi si stende lungo. Non c'è silenzio, semmai non ci sono suoni umani.
Qui fuori non c'è nulla di desolato, c'è tanto, anche senza di noi.
Sembra quasi che la Natura stia prendendo fiato, dopo tanta nostra pressione.
La quarantena ci colloca fuori dalla scena, un'occasione inedita per poter guardare il mondo levandoci gli occhiali dell'antropocentrismo. 
Ada Manfreda
 
 
 
 
 
Pubblicato in MEmotionalTime

Nella mia stanza #7

Martedì, 31 Marzo 2020 10:09
Centosessantotto
 
La luce filtra obliqua attraverso le imposte semichiuse. C'è un cielo grigio che sa di inverno e un'aria immobile, carica di silenzio. Le volute del fumo del mio caffè tagliano quei riflessi pallidi, ricamandoli con fili eterei. Dormono tutti. Anche lo zainetto colorato di mio figlio. Resta lì, da giorni, col suo manipolo di supereroi stampati sul fianco che mi osserva con sguardo statico e fiero. Vorrei un mantello, in questo momento. E una corazza, come loro. Do un mezzo giro al caffè e ingoio un sorso. La tazza tintinna debolmente nel piattino. Dalla mia finestra si vedono gli arcobaleni degli altri. Piccole chiazze di colore dipinte con innocente speranza. Ieri sera mio figlio mi ha chiesto quante ore ci sono in una settimana. Non so a cosa gli servisse quel calcolo. Centosessantotto, ho risposto. È rimasto un po' con la testa sul cuscino e lo sguardo fisso al soffitto. Poi si è girato verso di me, accucciandosi, il musetto all'ingiù, gli occhietti lucidi. «Sembra un numero molto grande» mi ha detto, facendo diventare lucidi anche i miei di occhi. «Mi mancano i nonni, mamma. E gli amichetti». Ho annaspato nella mia stessa mente, alla ricerca delle parole che suonassero più rassicuranti. Ma lui ha fatto prima di me. «Li chiamiamo? Così ci mancano un po' meno». Li sentiamo spesso i nonni in questi giorni. Parlo ai loro settant'anni. Chiedo a quegli anni di dare ascolto ai miei, che sono la metà. Parlo a quegli anni con una voce che è poco più di un sussurro, profonda e rotta, come in preghiera. «Buonanotte, nonni. Non vi preoccupate, ci vediamo presto». Ripenso a quel centosessantotto, a quel piccolo sguardo fisso al soffitto. Il fumo del caffè si quieta nell'aria. Dall'altra parte del paese anche madre avrà la sua tazzina davanti. Un po' più nero del mio, con poco zucchero. La penso, ed è un po' come se fossi seduta accanto a lei. Passerà. Quante ore ci vorranno non lo so. Ma arriverà di nuovo quel caffè senza distanze, finiranno quelle centosessantotto ore, e anche le altre centosessantotto, e le altre centosessantotto. E la mia voce non sarà più un sussurro e una preghiera. Lo dirò forte, dentro un abbraccio, il mio vi voglio bene.
 
Ascolta Alexi Murdoch, Someday Soon qui
 
Laura Gaballo

 

Pubblicato in MEmotionalTime

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