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Filippo Tirincanti a Odio l’Estate

Lunedì, 01 Agosto 2011 00:00

 

[E. Augusti] Odio l’Estate.Primo agosto. Villa Carpegna, il «lido jazz» di Roma tra i pini di via Cornelia (L. Palmiero), apre la sua suggestiva e accogliente prateria di sdraio a Filippo Tirincanti. A battesimo Otherwise, l’album uscito lo scorso aprile per la Eleven. Di e su Tirincanti, in pochissimi mesi, è già stato scritto tanto. Per alcuni è la nuova black voice della musica d’autore italiana. Per altri l’accostamento a Biondi o a Gualazzi non potrebbe essere più naturale. Tirincanti è evidentemente qualcos’altro, pensavo durante la performance. Certo, il timbro della sua voce, nudo e ruvido, la struttura degli arrangiamenti e la scelta di una sezione ritmica d’eccezione, più spinta verso la formula jazz che pop, grazie anche alle partecipazioni di Luca Mannutza, Lorenzo Tucci e Fabrizio Bosso, non dovrebbero lasciare spazio a dubbi. In Otherwise c’è tutta l’aria di una dichiarazione di genere. Qui si fa jazz, pare si voglia dire. Senza indagare, l’esperimento incuriosisce e si gusta. Tirincanti non è propriamente un chitarrista jazz, e anche questo è chiaro. Ma il suo stile, personalissimo, non avverte imbarazzi di stile. Esplorazioni pop, jazz, soul, blues, finanche reggae. Poi l’intesa con Sananda Maitreya, che ha segnato. Il gioco regge e la scommessa vince.
La musica di Tirincanti ha con sé una freschezza raccolta e discreta, profondamente intima, ma anche sorniona e leggera. Si avverte, e questo tanto nella cura dei testi, rigorosamente English, quanto nei temi, immediati e orecchiabilissimi. Tirincanti, mimico, spiega ogni gesto sonoro che nasce con la voce, che vibra sulle corde della sua chitarra. È il racconto fisico di una passione. Coinvolgente. Dalle effusioni sonore di Sweet Love al blasonato She Smiles, azzeccatissima soundtrack dello spot di una nota casa automobilistica francese, Tirincanti anima la scena. Slanciano i tempi in levare. Solca il basso elettrico di Francesco Puglisi. Tutta la leggerezza di un racconto estivo. Tirincanti sa essere irriverente e dolce, giocoso e intenso. Il suo graffio insidia le morbidezze armoniche di Mannutza in Gaze. Swinga Tucci. Interessanti le perlustrazioni di Bosso, sostenute in profondità dall’effetto echo. Here I am, soffiata ballad che trova ristoro e si compiace di uno spazio personale, interamente affidato a Mannutza. Torna sul palco Tirincanti e regala una sospensione carica di poesia. Si cambia scena. Ed è la formazione a fare da protagonista. Carica Bosso. Fende la chitarra di Egidio Marchitelli. A pioggia. Tucci scalpita. C’è spazio per l’elettronica, mentre s’insinua l’esperienza acustica di Bosso, ispida, pungente. Via per Reality e Ladies, s’innesta intenso l’assolo di Puglisi, mentre suona l’imperativo di Tirincanti «no rules, no roots».
C’è tutto il tempo di una dedica alla compianta Amy Winehouse, rivisitando Rehab, e di un Get Up, Stand Up che omaggia il grande Bob Marley. Quindi Otherwise, il brano che presta il nome all’album, riassunto personalissimo dello stile di Tirincanti. Ripercorrendo a ritroso la tracklist, chiude Blues 4 Jaco. Se ne parlerà ancora.

Pubblicato in Report

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